Si sono conosciuti la scorsa estate, e per carità non dite che Andreea Mihaela Burtea, giovanissima e bellissima fidanzata di Raffaele Sollecito, ricorda l’ex studentessa americana Amanda Knox, perché lui chiuderebbe molto in fretta la questione. «Andreea non somiglia per niente ad Amanda, in nessun senso», precisa. «Quando ci siamo incontrati la prima volta mi hanno colpito tante cose di lei, certamente la sua bellezza, ma anche la sua dolcezza, il suo modo di fare un po’ ribelle, la sua intraprendenza ».

A fare il primo passo in effetti è stata lei, romena di Timisoara e neolaureata in Lingua e Letteratura straniera che, mentre faceva l’Erasmus in Spagna, lo ha contattato via Facebook dopo essersi imbattuta per caso nella controversa vicenda giudiziaria di Sollecito, accusato assieme alla Knox, con la quale allora aveva una relazione, dell’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, commesso a Perugia nel 2007, e poi assolto in via definitiva il 27 marzo 2015, dopo quattro anni di carcere. «Abbiamo cominciato a scriverci e poi a sentirci per telefono», racconta. «È stato chiaro da subito che avevamo molta voglia di conoscerci, così dopo circa un mese lei è venuta a trovarmi a Milano».

Da allora Raffaele e Andreea non si sono più lasciati, pur facendo i pendolari dell’amore, visto che lui – ingegnere informatico – lavora per un’azienda che opera nel settore del welfare nel capoluogo lombardo, mentre lei, che a luglio si è laureata, ha cominciato a frequentare un master in Relazioni internazionali nella sua città. «Certo abbiamo dovuto fare una lunga pausa, come tutti, durante il lockdown, ma ci telefonavamo e videochiamavamo ogni volta che potevamo ».

Quel periodo Raffaele l’ha trascorso a casa dei suoi genitori, a Bisceglie, in Puglia, ed è stato un’occasione per ripensare al suo vissuto. «Mi ritengo fortunato perché, a differenza di quel che è accaduto a tanti, la mia quotidianità non è stata stravolta visto che ho sempre lavorato da remoto, come peraltro faccio anche oggi», spiega, «ma le restrizioni di quei mesi mi hanno portato a tornare con il pensiero alle limitazioni della libertà che ho vissuto quando ero in carcere. Credo che una esperienza come quella alla quale siamo stati costretti a causa della pandemia possa dare un’idea seppur vaga di quello che si prova quando si è in cella, tra divieti di potersi muovere come si desidera e formalità burocratiche per essere autorizzati a fare cose anche molto semplici. Vincoli a cui giustamente è tenuto chi sta scontando una pena, ma sempre nel rispetto dei diritti umani e senza trattamenti che si configurino come tortura».

Di quei quattro anni in un carcere di massima sicurezza inclusi sei mesi in isolamento, Sollecito porta ancora le cicatrici. «Il mio sogno è sempre stato quello di diventare un professionista affermato e tutto quello che mi è successo ha ritardato di tanto questo percorso, mettendomi in una condizione di svantaggio perché molte aziende per paura delle ritorsioni mediatiche non mi hanno voluto dare una chance: mi è successo in Francia e anche con un’azienda inglese».

Oggi le cose vanno certamente meglio, ma Sollecito, che ormai sente Amanda Knox molto di rado («L’ultima volta che è venuta in Italia l’ho saputo dai giornali», dice), è convinto di non poter più perdere tempo sulla carriera, anche per via degli obblighi finanziari legati al processo. «In tutti quegli anni gli avvocati non sono stati gratis e io vengo da una famiglia normale: per far fronte alle spese che ho accumulato e che ammontano a più di un milione di euro ho dovuto vendere proprietà di mia madre che ora non c’è più e fare dei debiti, come ha fatto anche mio padre». Nessun risarcimento per l’ingiusta detenzione, almeno per adesso: Sollecito ha già ricevuto il no del Tribunale di Firenze ed è in attesa della decisione della Corte Europea.

«Quando chiedi un risarcimento in Italia nel 50 per cento dei casi viene negato e credo che questo abbia a che fare con il fatto che a esprimersi, come è accaduto anche nel mio caso, è l’ultimo tribunale che ha emesso la sentenza contestata». Oltre a pesare su carriera e sicurezza economica, però, quegli anni rubati hanno lasciato altre ferite sull’anima di Raffaele, che da anni cura grazie al dottor Nicolò Renda, psichiatra di Trapani e suo caro amico.

«Oggi sono una persona più determinata e forte rispetto ad allora, ma di quel trauma mi porto dietro una grande insicurezza e un desiderio di libertà che spesso non ammette alcun limite: la maggior parte delle persone sono tranquille in situazioni organizzate, a me mette a disagio qualunque vincolo, anche un semplice tetto di spesa sulla carta di credito mi sembra una costrizione insopportabile ». Così almeno è andata fino a quando non è arrivata Andreea. «Sì, lei mi dà molta forza e mi fa guardare avanti. Ci piace guardare al futuro, a percorsi lavorativi che ci gratifichino entrambi e ci avvicinino, in Italia o altrove». Di matrimonio ancora non si parla, d’altra parte Andreea sta ancora studiando e per progettare un passo del genere, dice Raffaele, serve un po’ di stabilità in più. «Però sì, mi vedo con lei nel futuro. Certo se penso a sposarmi e quindi ai passi burocratici con le istituzioni mi vengono i brividi. Ma in Romania magari…».