Ragazzi leggo di news che dicono che starei per sposarmi… ma io non vedo ancora l’anello! Quindi no, per il momento non mi sposo!»: parola di Mirimeo. Su Instagram si fa chiamare così Miriam Leone, la Miss Italia più amata degli ultimi anni, che ha scelto la via del social network, dove è seguita da oltre un milione e 200 mila seguaci, per smentire la notizia delle nozze imminenti.
Qualche settimana fa, infatti, si è diffuso un rumor che la voleva presto all’altare con il suo nuovo fidanzato misterioso, di cui si sa solo il nome e poco più. Lui, il fortunato, si chiama Paolo Cerullo ed è un musicista che come lei vive a Milano. Riservatissimo al punto che è riuscito a non farsi mai fotografare dai paparazzi in sua compagnia.

Né è apparso sui suoi profili social. Al contrario di Renato, ovvero l’attore Simone Liberati, che è un altro suo fidanzato. Non nella vita, ma sullo schermo, per ovvi motivi di copione. Pochi giorni fa infatti, sulla piattaforma Amazon Prime Video, è uscito infatti L’amore a domicilio, film in origine destinato al grande schermo, dove la Leone interpreta Anna, una “dark lady” ribelle e misteriosa, costretta agli arresti domiciliari. Anna infatti è una ex rapinatrice a mano armata che incontra Renato nell’unico giorno in cui può uscire di casa, per andare a sostenere un esame all’Università. Tra i due non c’è quello che si può definire un classico colpo di fulmine, ma questo non impedisce loro di vivere una storia d’amore sui generis. A domicilio, appunto. «Per il personaggio di Miriam la vera prigione è la solitudine» dice il regista Emiliano Corapi.

Ma è la stessa Miriam Leone a fare il parallelo che più viene spontaneo, quello tra la sua condizione di prigioniera nel film, e la dura quarantena che tutti noi (e anche lei) ha appena vissuto nella realtà: «Questo film che parla di arresti domiciliari doveva uscire ad aprile, quando il mondo è andata in lockdown, ma non volevamo fare una promozione così aggressiva».
Ma lei, Miriam, come ha vissuto questo periodo di “clausura”?

«Durante il lockdown ho fatto tantissimo sport. Che di solito non faccio essendo impegnata in tantissime attività. Anche Anna, nel film, ad un certo punto dice di voler fare qualcosa che non ha mai fatto, come lo sport. Così, quando sono stata isolata mi sono interrogata sul rapporto con me stessa: ero io la mia compagna, ventiquattro ore su ventiquattro. E al tempo stesso mi sono relazionata con la noia, che può anche diventare un aspetto positivo nella vita. Esiste una noia produttiva che fa allargare lo spirito. Fermarsi è stato sorprendente e in quelle settimane ho capito ancora di più il bisogno di Anna di muoversi, fisicamente».

E quindi ora, in un certo senso, capisce meglio il suo personaggio. «Proprio così. Anna, che vive in cattività, sorride poco. Solo attraverso rincontro con Renato, che mette umanità nella sua gabbia, arriva a sciogliersi pian piano e a svestire la sua armatura, prendendosi cura di se stessa. Ecco: preoccuparsi di sé e dei pochi rapporti che abbiamo con le persone che amiamo, durante il lockdown è stato fondamentale. E stato un momento durante il quale non c’era alcuna confusione ed è rimasto l’essenziale».

Sembra molto affezionata ad Anna, nonostante sia una malvivente… «Quando trovi un personaggio scritto con luci e ombre e forti contrasti si accende qualcosa. Quando ho letto la sceneggiatura ho subito pensato che mi interessava misurarmi con quella che definirei una “bad girl”, che insieme al regista ho fatto mia. Anna è di Catania, come me. Parla dunque siciliano ed è una donna che conduce il gioco. E un personaggio moderno, smaliziato, senza maschere. Non cerca un impegno ma nel corso della storia ha un’evoluzione molto interessante. Anna mi ha riportato al mio periodo universitario, quando ero immatura sentimentalmente, e per interpretarla sono andata a cercare le mie radici».

Non è la prima volte che lei si avvicina a personaggi cosiddetti “cattivi”, non è vero? «In realtà sono due le donne diffìcili che ho interpretato, solo che una delle due, Veronica Castello delle serie di Sky 7992, 1993 e 1994 è durato per tanti anni e quindi sì, il suo è un territorio che ho esplorato a lungo. Ed è questo il bello del mestiere dell’attore: mettersi nei panni degli altri, fare cose che non faresti mai, entrare in vite e in storie che non ti riguardano.

Non credo che diventerò mai una rapinatrice a mano armata. Ma ringrazio per aver avuto l’opportunità di calarmi nei panni di una criminale che sceglie questa strada per solitudine. E un animale in fuga. Sia Veronica sia Anna sono molto lontane da me, ma ne sono affascinata, come sono affascinata nella vita da chi, trovandosi di fronte ad un bivio, sceglie la strada sbagliata. E poi magari ha una redenzione. Metterlo in scena è molto affascinante».

Nel film, la madre di Anna la rimprovera per non aver concluso niente nella vita e le dice: “Avresti potuto fare cinema, ormai lo fanno tutti”. Lei cosa ne pensa? E proprio così? «Beh, può capitare. Penso a Lucia Bosè, che era una cassiera, è stata notata ed è diventata l’attrice meravigliosa che tutti amiamo. Non mi sto paragonando a lei, ma come lei ci sono grandi attrici arrivate sullo schermo anche per caso. Per destino. Lo studio è importante, ma non è direttamente proporzionale alle opportunità che ha una persona di diventare un attore interessante. Non credo che oggi il cinema lo facciano tutti: oggi ci sono più influencer che attori. Chiunque si approccia al mestiere, lo fa per passione: se non lo ami, diffìcilmente puoi farlo».

Le dispiace che il film sia uscito in streaming prima che in sala? «Speriamo comunque che raggiunga quante più persone possibili. L’esperimento della sala che lascia il posto al divano di casa era già stato testato ben prima del lockdown e io non credo che lo streaming tolga terreno alle sale. L’esperienza di condivisione del cinema resterà sempre unica: a me, personalmente, manca frequentare le sale. Ma al tempo stesso amo vedere i film e telefilm a casa. E comunque credo che la tecnologia durante il lockdown abbia aiutato la gente a non impazzire».