È da quando sono in carcere che penso a come il mio Dna possa essere finito sulla povera Yara. Non so spiegarlo. Chi mi conosce sa che perdo spesso sangue dal naso. È possibile che il mio sangue sia finito sugli attrezzi da lavoro… magari era su un attrezzo che mi hanno rubato. Io sono innocente”. Non ha mai ammesso le sue responsabilità Massimo Bossetti, il muratore di Mapello condannato all”ergastolo per l”omicidio di Yara Gambirasio, la tredicenne sparita da Brembate di Sopra il 26 novembre 2010 e trovata cadavere, dopo tre mesi, nel campo di Chignolo d”Isola.

Bossetti si trova recluso nel carcere milanese di Bollate, uno dei tre penitenziari, insieme con Rebibbia a Roma e Salerno, inseriti nel progetto per la produzione industriale di mascherine protettive, realizzato in collaborazione fra il ministero della Giustizia e il commissariato per l”emergenza Covid-19. 320 detenuti inizieranno a creare 400mila mascherine al giorno da destinare al personale degli istituti penitenziari italiani.

E Bossetti potrebbe essere uno di questi operatori, perché è da tempo inserito nel contesto lavorativo della prigione. L”assassino di Yara, infatti, è stato assunto da un”azienda e si occupa di rigenerare macchine per caffè espresso danneggiate che, una volta riparate, vengono rimesse in vendita sul mercato a prezzi vantaggiosi. In questo modo continua a mantenere la sua famiglia, nonostante gli scontri ancora aperti con la moglie Marita Comi, che aveva nominato, in disaccordo con Bossetti, un nuovo pool difensivo che andasse a sostituire gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini alla ricerca di nuovi elementi che possano portare alla revisione del processo.

L’insospettabile muratore fu arrestato il 16 giugno 2014, con l!accusa di essere lui l!assassino di Yara, uccisa poche ore dopo la scomparsa e morta nel freddo del campo di Chignolo d!Isola, dopo una lenta agonia. Sul corpo della ragazzina, scoperto dopo tre mesi da un appassionato di aeromodellismo, furono trovate numerose ferite alla testa e varie coltellate alla schiena, al collo e ai polsi. Una traccia biologica fu isolata sugli slip e sui leggings, grazie alla quale gli inquirenti risalirono a un Dna sconosciuto, chiamato “Ignoto 1”.

Il profilo genetico venne poi confrontato con migliaia di profili della gente della zona e si scoprì che l!omicida era un figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni, autista di Gorno morto nel 1999. Le indagini rivelarono che quel figlio illegittimo era Massimo Bossetti.