Un’alternativa molto diffusa per vedere con lo streaming live gratis legale e sicuro la sfida in programma il 26 settembre alle 21.00, primo turno infrasettimanale della stagione, tra la Juventus ed il Bologna, è quella offerta dai siti delle emittenti che operano fuori dall’Italia. Ecco qualche esempio:

  1. Cipro Cyprus Broadcasting Corporation;
  2. Kosovo Radio Television of Kosovo.
  3. Birmania Myanmar National TV;
  4. Indonesia Rajawali Citra Televisi Indonesia;
  5. Australia Special Broadcasting Service;
  6. Lussemburgo Radio Television Luxembourg;
  7. Finlandia Yleisradio Oy;
  8. Georgia Georgia Public Broadcasting;
  9. Grecia Ellinikí Radiofonía Tileórasi;
  10. Cina China Central Television;
  11. Austria Österreichischer Rundfunk;
  12. Ecuador RedTeleSistema;
  13. Bosnia ed Erzegovina Radiotelevizija Bosne i Hercegovine;
  14. Germania Zweites Deutsches Fernsehen;
  15. Honduras Televicentro;
  16. Irlanda Raidió Teilifís Éireann;
  17. Croazia Hrvatska radiotelevizija;
  18. Colombia Radio Cadena Nacional;

L’altra sera, a Frosinone, c’è andato vicino vicino. Moise Kean stava per indossare nuovamente la maglia della Juventus in Serie A, dopo un anno in prestito al Verona. L’attaccante era ormai pronto a entrare, in piedi a bordocampo con la pettorina di rito: servivano alternative in prima linea. in una partita che i bianconeri non riuscivano a sbloccare. Ci ha pensato Cristiano Ronaldo a scombinare i piani, con la rete del vantaggio. Kean di nuovo in panchina e dentro Blaise Matuidi, a dare sostanza in mezzo.

Delusione intuibile, raddoppiata ieri. Perché, in conferenza, Massimiliano Allegri aveva aperto a un possibile utilizzo nel turno infrasettimanale contro il Bologna («Kean è un’opportunità. O giocano Dybala e Ronaldo o ne metto un altro: a quel punto potrebbe essere Kean, perché è un giocatore della Juventus a tutti gli effetti»). Ma se la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo, come recitava Freak Antoni. E ieri l’attaccante è finito ko per una reazione allergica che lo ha messo fuori causa.

Un peccato doppio, perché Bologna è squadra particolare nella vita professionale del ragazzo nato a Vercelli da genitori della Costa d’Avorio. La data è quella del 27 maggio 2017, Kean entra in campo nel finale sul campo degli emiliani e gli basta meno di una quindicina di minuti per segnare la rete della vittoria ed entrare nella storia. Lui è nato il 28 febbraio 2000, il suo è il primo gol di un millennial in uno dei cinque campionati più importanti d’Europa. Solo il giorno dopo sarebbe arrivato quello del genoano Pietro Pellegri, oggi al Monaco, nato un anno dopo.

Dopo quel gol, come detto, Kean va al Verona. Riesce a segnare 4 gol, nonostante la retrocessione. Torna in estate in bianconero, dopo essere stato eccellente protagonista all’Europeo Under 19. Segna nell’ultima partita del girone eliminatorio con la Norvegia, si ripete in semifinale con la Francia e in finale firma la rimonta da 0-2 a 2-2 con il Portogallo. Rimonta inutile, visto che l’Italia poi perde 4-3 ai supplementari, ma quei gol fanno notizia. Rientrato alla casa base, Kean entra in molte trattative, senza però mai che si arrivi al dunque. Allegri spiega a metà agosto quale potrebbe essere il destino della punta: «Se sarà ceduto, andrà all’estero», per evitare un’altra Verona oppure di vederlo sottoutillizzato. Non se ne fa nulla, Kean rimane a Torino e si prepara a un anno di importantissimo apprendistato in attacco.

È arrivato CR7, il numero uno. Sono rimasto Mandzukic e Dybala. Ci sono giocatori in crescita esponenziale come Bernardeschi e un gruppo di campioni da cui imparare. E un tecnico che non ti ignora, pronto a darti una possibilità anche se hai solo 18 anni. Ma se ne parlerà un’altra volta.

Dopo un paio di settimane di convivenza collettiva, la frase più ripetuta nello spogliatoio della Juventus era: «Ma Ronaldo è una ragazzo normalissimo». Perché CR7 fa l’alieno solo in campo, fuori, per lo meno con i compagni di squadra e lo staff, è un terrestre dotato di grande educazione e rispetto del lavoro altrui. Inutile negarlo, qualcuno si aspettava un divo, magari pure un po’ viziato, ma si sono trovati davanti a un giocatore che è entrato in punta di piedi nelle abitudini del suo nuovo club, determinato nel suo lavoro e chiarissimo nello spiegare le sue esigenze, ma sempre senza pretendere trattamenti diversi rispetto al resto della squadra.

E così ha finito per integrarsi nel gruppo in modo piuttosto veloce. Il primo ad accoglierlo è stato Paulo Dybala, che ha trascorso una decina di giorni con lui e il gruppetto di giocatori che non hanno partecipato alla tournée negli Stati Uniti. Con l’argentino si è creato un rapporto durante gli allenamenti nei quali non mancava mai un sorriso o una sfida. Nel frattempo anche Leonardo Bonucci ha offerto tutto il suo aiuto per il compagno nuovo della città e dell’ambiente: i primi consigli per i ristoranti giusti e la disponibilità per qualsiasi consiglio.

Poi, quando sono inziate le partite, sono nate amicizie sul campo, dettate da affinità tecniche e tattiche. Con Mandzukic, per esempio, Ronaldo ha trovato sensazioni simili a quelle che al Real aveva con Benzema. E fin da subito si è notato come il dialogo con Bernardeschi sia uno dei più proficui. Dicono che Bernardeschi sia uno di quelli che abbia più assorbito la lezione di Cristiano Ronaldo, suo idolo già prima di essere un suo compagno: impegno massimo in allenamento, concentrazione sempre focalizzato sul migliorarsi e implacabile cattiveria agonistica in campo, contro qualsiasi avversario.
E, piano piano, tutto il gruppo si è stretto intorno a Ronaldo e lo ha fatto sentire a casa. Forse pure di più di quanto lo fosse il Real Madrid, il club che ha segnato gli ultimi nove anni della sua carriera. Nel Real aveva e ha amici con i quali ha condiviso trionfi e record, con Marcelo rimane tuttora in stretto contatto, ma con il Real Madrid non è mai successo quello che gli è capitato a Valencia dopo l’espulsione.

Ronaldo si è ritrovato con la squadra che lo circondava per difenderlo e consolarlo. Ha capito che quello della Juventus è un branco che si muove insieme, di gente come Mandzukic che non si formalizza a fare il terzino se la squadra è in difficoltà, di calciatori che condividono qualcosa di più dei colori della maglia. E’ una magia che nei grandi cicli di qualsiasi club si viene a creare e, nella fattispecie, è qualcosa nato nel primo anno di Conte e cresciuto nelle stagioni successive in cui lo spirito è stato tramandato.
Quel tipo di atteggiamento Ronaldo lo ha conosciuto sia a Manchester che a Madrid, ma forse non lo ha mai percepito in modo così intenso e determinante.
Sono passati solo due mesi e mezzo dal suo arrivo alla Juventus, ma sembrano molto di più per i livello di integrazione del fenomeno nel gruppo bianconero. Serate come quella di Valencia e anche come quella di Frosinone sono tappe fondamentali di una stagione, perché è in quelle occasioni che si accende la scintilla che nel momento buono farà girare al massimo il motore emotivo della squadra.

Cristiano Ronaldo gioca anche questa sera. Chiamatelo CR Sempre, l’uomo che non si fermerebbe mai, come quando era bambino e giocava ininterrottamente con il suo pallone, in ogni anfratto della sua Funchal, se ci fosse qualcuno disponibile a palleggiare con lui. Spesso si allontanava tanto da casa in cerca di una partita per strada o in spiaggia alla quale unirsi o, quanto meno, un gruppo con il quale continuare, quando quello di prima era esausto. Oggi gli basta l’ingolfatissimo calendario calcistico per soddisfare l’insaziabile voglia di pallone. Domenica Frosinone, stasera il Bologna, sabato il Napoli: non lascia niente, si abbuffa di minuti senza fare distinzione di prestigio. Nella rigida etica ronaldiana: ogni avversario è da rispettare, ogni avversario è da annientare.

Certo, la Champions League gli scatena qualche motivazione in più, ma chi lo ha visto sul prato dello Stirpe, lottando con la determinazione di chi disputa una finale di Champions e scattando fino all’ultimo secondo per portare a casa la vittoria (suo lo strappo pazzesco al 95’ per innescare il gol del suo amico Federico Bernardeschi) ha colto l’essenza di CR7, che è esattamente quello: un disperato amante del calcio e della vittoria.

E quarantott’ore dopo la premiazione di Londra, dove gli è stato ancora preferito LukaModric, Ronaldo si premia da solo regalandosi il Bologna e, tre giorni dopo, il Napoli: due sfide ugualmente decisive nella lotta scudetto, che potrebbe vivere la prima svolta stagionale con lo scontro diretto, ma che necessita dei tre punti di questa sera. E a Ronaldo lo scudetto interessa eccome: intanto perché non l’ha mai vinto e aggiungere nuova argenteria alla bacheca rappresenta una delle sue ragioni di vita, ma poi anche perché, proprio in virtù di quanto successo a Londra – dove neppure la sua celebre rovesciata contro la Juventus ha incontrato il favore – CR7 vuole vincere qualsiasi cosa gli si presenti davanti per dimostrare a tutti che è ancora lui il numero uno.

E a quel punto chi lo ferma? Non di certo Massimiliano Allegri, che uno così se lo gode. Sì, aveva in mente un piccolo turnover anche per il portoghese, ma ora sfrutta il crescente stato di forma di un fisico che il suo staff ha definito una macchina mostruosa. Ronaldo, profondo conoscitore del suo organismo, sente la condizione che sale, il ritmo che aumenta, la lucidità anche nei minuti finali della gara. Ecco perché ha rassicurato Allegri che, dopo la gara a Frosinone, sarebbe stato a completa disposizione per il Bologna e poi con il Napoli. Inutile dire che freme anche per aumentare la sua quota gol, che al momento sono tre in 6 partite, nelle quali lo ha tirato fuori solo l’arbitro Brych con l’aiuto del suo amico Fritz.

Negli ultimi due anni Zinedine Zidane aveva studiato il modo per dosarlo, facendogli saltare le partite meno importanti della Liga e probabilmente nel corso della stagione Allegri adotterà una strategia analoga, ma non adesso. Questo per ragioni fisiche e psicologiche. Ronaldo, infatti, sta bene e giocando con continuità alimenta lo stato di forma, soprattutto in un atleta come lui, che cura in modo maniacale il recupero dopo le prestazioni, riuscendo quindi a smaltire le tossine in modo molto più efficiente. E, nello stesso tempo, Ronaldo sta ambientandosi in un altro calcio e più si immerge nella nuova realtà più riesce a massimizzare il suo contributo. Non è solo questione di trovare l’intesa con i compagni (che in campo si trova con il maggior numero di minuti passati insieme), ma anche la conoscenza delle situazioni, come quella di Frosinone con la difesa a oltranza dei padroni di casa, tipiche del nostro campionato. Sì, CR7 sta andando a scuola, anche se qualche volta la lezione la tiene lui.

Massimiliano Allegri ama la statistica e nei suoi calcoli la partita di stasera contro il Bologna rientra negli appuntamenti magari poco glamour, ma molto più che determinanti per la conquista dello scudetto. «Dobbiamo arrivare allo scontro diretto di sabato contro il Napoli con minimo tre punti di vantaggio, per cui dobbiamo battere la squadra di Pippo Inzaghi. Servirà una partita matura e responsabile come a Frosinone. L’aspetto mentale contro il Bologna sarà fondamentale, vietato prenderla con superficialità». Il messaggio è chiaro, l’applicazione intelligente ma tutt’altro che scontata. La scossa c’è, mascherata sotto forma di carezza. Niente ritiro pre gara, niente nottata in hotel. I giocatori ieri sera hanno dormito a casa propria e in mattinata si ritroveranno per la colazione e la rifinitura allo Stadium, poi la squadra proseguirà nel rituale tradizionale: pranzo insieme, riposo, riunione tecnica, viaggio in pullman verso la casa bianconera, riscaldamento, partita. Sembra un controsenso, vista la richiesta allegriana di serietà e responsabilità. In realtà non lo è, anzi. Ogni allenatore ha i suoi metodi. C’è chi in questi casi alza la tensione, allunga il ritiro per evitare cali e cattive sorprese e fissa riunioni ulteriori per ridurre le possibili distrazioni. Allegri, grande tecnico e fine psicologo, è diverso. Il livornese è un tecnico bravo a percepire i momenti. Quando c’è da arrabbiarsi e alzare la voce non si tira indietro, ma da abile gestore ama responsabilizzare i propri giocatori. L’occasione non è casuale: capita in mezzo a un periodo di partite ogni tre giorni con tanti viaggi. Nell’atteggiamento di Frosinone l’allenatore bianconero ha colto segnali positivi e così ieri ha attuato la fase due: giocatori in famiglia. Un modo per rompere la routine, una sorta di patto tra uomini con lo spogliatoio: godetevi i vostri cari, ma poi in campo voglio delle belve. Giorgio Chiellini e compagni ieri sera hanno vissuto una vigilia diversa dal solito – più da Liga che da serie A – e oggi, anche solo per non passare per quelli che se vengono responsabilizzati tradiscono alla prima occasione, c’è da scommettere che affronteranno il Bologna come fosse il Napoli.

Poco importa se alcuni di quelli che stasera saranno protagonisti contro gli emiliani, poi sabato andranno in panchina. Le rotazioni continuano, ma non riguardano tutti ovviamente: «Cristiano Ronaldo contro il Bologna giocherà. Tra l’altro lui martedì contro lo Young Boys non ci sarà, poi siamo all’inizio, sta bene fisicamente, ha bisogno di continuare a giocare e fare gol». Stesso discorso per Paulo Dybala: «Sarà della gara. Viene valutato solo dalle reti, ma col Frosinone ha giocato bene. Paulo ha bisogno di giocare perché così si sveltisce di più, trova più ritmi, però è in una buona condizione». Allegri ha annunciato l’esordio di Mattia Perin in porta («Tocca a lui») e il rientro di Andrea Barzagli («I cavalli vecchi non hanno bisogno di allenamento, quando devono correre si mettono in campo e corrono»). E oltre a elogiare nuovamente Federico Bernardeschi («È diventato un giocatore importante per la Juventus e per l’Italia»), ha inviato un messaggio a Rodrigo Bentancur, che contro il Bologna verrà confermato: «Deve essere più convinto quando tira, quando entra dentro l’area. Deve credere di più nelle sue possibilità perché è un centrocampista con qualità tecniche importanti che deve fare qualche gol, qualche assist, e può farlo solo se riesce un attimino a sbloccarsi e giocare più liberamente». Chiusura sulle espulsioni, che seppur molto diverse tra loro sono state due (Douglas Costa e Ronaldo) nelle ultime tre partite: «Noi – sottolinea Allegri – dobbiamo essere lucidi, lasciare perdere quello che può succedere in campo e pensare solo a giocare, perché in undici è più facile poi recuperare le partite se bisogna recuperarle, vincere se c’è da vincerle o difendere se c’è da difenderle».

C’è stato un tempo in cui Massimiliano Allegri e Filippo Inzaghi, avversari questa sera in Juventus-Bologna, si sono fatti la guerra tra loro e tutto risale al 2012, anno in cui Super Pippo, non senza rammarico, appese le scarpette al chiodo congedandosi da San Siro con il gol del 2-1 contro il Novara nella sua ultima partita con la maglia numero 9 sulle spalle. I problemi tra i due iniziarono il pomeriggio del 1° settembre 2011, quando Allegri scelse la lista Champions e non incluse Inzaghi. Pippo la prese malissimo ed è da quel momento che iniziarono le crepe tra i due. Inzaghi, nonostante i problemi fisici che ne accompagnarono la stagione, non voleva smettere, ma era in scadenza e Allegri gli aveva fatto capire che non c’era più spazio. Pippo venne corteggiato da Galliani, che gli offrì la panchina degli Allievi Nazionali che gli permise di rimanere nell’ambiente rossonero, ma lontano dalla prima squadra: la sua formazione di sarebbe allenata al Centro Sportivo Vismara, a 65 chilometri da Milanello. Questo mentre Allegri si apprestava a guidare un Milan senza i senatori (tutti dismessi, tranne Ambrosini) e senza Thiago Silva e Ibrahimovic, ceduti al Psg per motivi di bilancio. Insomma, non c’era una bella aria.

La presenza di Pippo nei quadri del settore giovanile milanista era di per sé una notizia e contribuì a tenere alto il livello di elettricità attorno ai due duellanti. Il Milan iniziò male il campionato, perdendo in casa contro Sampdoria e Atalanta e vincendo a Bologna. Due giorni prima della trasferta di Udine, Allegri si recò al Vismara per la tradizionale visita dell’allenatore della prima squadra alle formazioni giovanili. Inzaghi, che quel pomeriggio stava guidando l’allenamento, venne avvisato dall’allora responsabile del settore giovanile Filippo Galli al quale venne chiesto di non far attraversare il campo a Max e di farlo passare di lato. Allegri si avvicinò e ci fu un violento battibecco, con parole grosse che volarono da entrambe le parti. Il tutto davanti agli occhi dei ragazzi e di alcuni dei loro genitori. «Mi vuoi fare il posto» disse Allegri con Inzaghi che avrebbe replicato: «Sì e farei meglio di te». La bomba deflagrò in maniera fragorosa, tanto è vero che Galliani dovette convocarli in sede in via Turati e fargli firmare la tregua davanti alle telecamere di Milan Channel. L’anno dopo, Inzaghi passò alla Primavera e nei giorni in cui Allegri si avvicinava all’esonero, dopo Sassuolo-Milan 4-3, il nome di Pippo era in ballottaggio con quello di Seedorf, con Berlusconi che optò per l’olandese.

Sei mesi dopo, Inzaghi – che intanto aveva vinto il torneo di Viareggio con la Primavera – avrebbe ereditato la panchina dell’olandese in prima squadra, ma quella promessa di fare meglio di Allegri, alla luce dei fatti, non venne mantenuta: il Milan arrivò decimo con 52 punti, ben 35 in meno rispetto alla Juventus campione d’Italia. Nei due precedenti in cui Inzaghi ha incrociato la Juventus di Allegri, ha sempre prevalso il tecnico di Livorno: l’1-0 di San Siro firmato Paul Pogba e il 3-1 dello Stadium nella gara di ritorno. Dopo esser stato esonerato da allenatore del Milan, Inzaghi non ha più incrociato il suo ex allenatore, ma tra i due i rapporti sono migliorati notevolmente. L’anno scorso Allegri si è fatto vivo con Pippo facendogli i complimenti per come ha lavorato a Venezia. Un segnale di disgelo, che ha seguito un retroscena svelato dallo stesso ex centravanti, che ha rivelato di aver mostrato più volte, ai giocatori del Venezia, i filmati della Juventus e dei movimenti che Allegri era riuscito a ottenere da Mandzukic. Questa sera saranno di nuovo avversari, con le diatribe del passato che non saranno mai dimenticate. Ma oggi conteranno soltanto i tre punti.

La reazione di Mourinho non si è fatta attendere: a poche ore dalla partita contro il Derby in League Cup il tecnico ha declassato Paul Pogba: non sarà mai più capitano del Manchester United. La punizione più pesante che il tecnico era in condizione di sentenziare, considerando autolesionistica una sua esclusione dall’undici titolare nelle partite che contano come era accaduto nel mese di marzo, all’alba di un dissidio che sembra sempre più impossibile da ricomporre. «Le squadre giocano sempre la partita della vita contro di noi – ha spiegato Mou ai suoi collaboratori – per questo dobbiamo chiedere ai nostri giocatori sempre il 101%».

La tifoseria è spaccata. Lo United ha una lunga tradizione, inaugurata ancor prima di Ferguson, tale per cui è difficile che il tecnico venga messo sulla graticola dai tifosi, che in materia sono assai conservatori. Ma il gioco del portoghese non piace, e in tanti in queste ore si chiedono: «In cosa ha sbagliato Pogba? E’ una colpa dire che lo United deve attaccare?». A nulla è servito il tweet ironico del francese che tentava di riparare la situazione dopo le dichiarazioni del post partita di sabato. Al di là dei dibattiti generati c’è un ben più interessante risvolto di mercato, che tiene con l’orecchio tirato Juventus e Barcellona, per tacere del Psg che vorrebbe ma al momento ha il fiato sul collo del fair play Uefa. Lo scontro è a tutto campo e può finire solo con un addio. Il duello è anomalo perché la posta in palio è opposta.

Mourinho spera in questo modo di diventare manager plenipotenziario del club, come lo fu sir Alex Ferguson. Al contrario, Pogba non vede l’ora di andarsene: dipendesse da lui farebbe le valigie oggi. Mourinho è in posizione di forza come non lo sarebbe in alcun altro club al mondo: lo United è forse l’unica società che pensa che vendere calciatori in queste condizioni sia più proficuo che cambiare guida tecnica. Pogba si consola: ha chiesto da tempo di andarsene e la sua presa di posizione ha determinato l’ostracismo del tecnico. Il portoghese, del resto, ha avuto una mutazione radicale: la sua proverbiale capacità di compattare lo spogliatoio contro i nemici esterni, all’occorrenza pure inventati, non esiste più. Le sue battaglie puntano solo ad affermare la sua leadership, come nell’ultimo anno al Chelsea. E non è detto che Ed Woodward non sia disposto ad assecondarlo. Solo un tracollo dei risultati gli giocherebbe contro. Intanto parte il conto alla rovescia: al mercato di gennaio mancano 97 giorni.

Turnover per tanti, ma non per tutti. Massimiliano Allegri aveva annunciato a inizio stagione che anche a Cristiano Ronaldo sarebbe capitato di stare fuori: «Avremo tantissime partite e ci sarà un momento in cui dovrà rifiatare — annunciò il tecnico nella conferenza stampa della vigilia — come è successo l’anno scorso a Madrid, quando ha avuto un’ottima gestione. Può capitare che venga in panchina per

poi fare mezzora». Ebbene, siamo alla sesta giornata di campionato e quel momento non è ancora arrivato, come confermato dallo stesso allenatore bianconero: «Ronaldo sarà squalificato martedì prossimo in Champions League contro lo Young Boys (per il rosso preso nel debutto europeo a Valencia: domani è attesa la sentenza, la Juventus s’aspetta una sola giornata, se dovessero arrivarne di più valuterà se presentare ricorso o meno, ndr) e poi siamo all’inizio: sta bene fisica- mente, ha bisogno di continuare a giocare e fare gol».

Quindi stasera contro il Bologna Ronaldo sarà regolarmente al suo posto, nello spogliatoio si cambierà come sempre accanto a Paulo Dybala e insieme cercheranno di allungare la striscia di vittorie di Madama, unica squadra di A a punteggio pieno. Ronaldo esce dagli schemi e dalle normali logiche del riposo. Quando gli altri rifiatano, lui è solito passare la giornata in palestra. E il suo modo di ricaricare le pile. Così dopo la rabbia per un’espulsione considerata ingiusta, e l’imprevista oretta inoperosa trascorsa nella pancia di Mestalla (e il Best Player Fifa finito a Modric), ha più che mai bisogno di scaricare la tensione prendendo a calci il suo amico più fidato, il pallone.

VIETATO FERMARSI Ronaldo è l’unico, con Alex Sandro e Szczesny, ad aver giocato 5 gare su 5 in campionato. Col Bologna il portiere polacco lascerà il posto a Mattia Perin e Alex Sandro, salvo sorprese, riposerà. Quindi

Cristiano (finora mai neppure sostituito in A) sarà l’unico a fare il filotto. La sua propensione per lo stacanovismo non è una novità: basta scorrere le ultime stagioni per scoprire che il turnover non fa per lui. L’anno scorso, per esempio, saltò le prime 4 giornate della Liga per squalifica, ma poi arrivò a 19 gare consecutive prima di prendersi un turno di riposo. Il record però appartiene al 2015- 16, quando giocò ininterrottamente dalla prima alla 34esima giornata. Roba da Ironman più che da comuni mortali.

 CHE NUMERI IN A Per Ronaldo è già un’onta difficile da metabolizzare il fatto di dover saltare il debutto europeo allo Stadium contro gli svizzeri, figuriamoci se ha voglia di accomodarsi in panchina. Più gioca, più si sente bene e più migliora l’intesa coi compagni, che ancora fanno un po’ di fatica a leggere e sfruttare alcuni suoi suggerimenti. In ogni caso i numeri della Serie A raccontano di un giocatore in salute, che oltre alle tre reti segnate e alla quantità spropositata di tiri (40 finalizzazioni, 25 di destro, 9 di sinistro e 6 di testa) ha un rendimento superiore alla media ruolo in quasi tutte le voci statistiche: verticalizzazioni (8,40 a partita contro 3,64 della media ruolo), passaggi positivi (29,40 a partita contro 14,12 della media ruolo), cross (1,80 media a partita contro 0,98 della media ruolo), palle recuperate (2,40 media a partita contro 2,05 della media ruolo). L’anno scorso col Reai Madrid dopo sei turni di Liga era ancora fermo a zero gol, però ne aveva già firmati due in Champions League. Attualmente in Serie A segna una rete ogni 150 minuti: Cristiano Ronaldo sa fare molto meglio e contro il Bologna punta ad aumentando il suo gruzzoletto di gol.