Dopo aver perso negli ultimi due anni il papà Giuseppe e la mamma, Rosa l’attore ha passato momenti terribili. Lo ha rivelato, nel suo primo libro, dicendo di essersi sentito “sepolto dalle macerie della mia stessa vita… da chi avrei cercato un abbraccio quando ne avrei avuto bisogno?”.

Una discesa impossibile da risalire se non fosse stato per “la famiglia e per il passato di nuotatore. Ognuno ha dovuto affrontare il dolore a modo suo e io l’ho latto tornando in acqua”. Accompagnato dal sorriso della sua Rocio, “la donna che amo”

Non importa quanti anni si hanno, se 7 o 51. Si resta sempre figli finché si ha la possibilità di pronunciare le parole che fanno casa: “Ciao mamma, ciao papà”. Solo dopo, quando entrambi non ci sono più, si raccoglie definitivamente il testimone della maturità. Ma in questa staffetta tra il prima e il dopo ci si perde dolorosamente. Lo sa bene Raoul Bova, l’attore di tanti film, a cui nel giro di due anni sono mancati sia il padre Giuseppe sia la madre Rosa. Il trauma, il dolore e il senso di spaesamento per la morte dei suoi punti di riferimento li ha raccontati in Le regole dell’acqua – Il nuoto e la vita (Rizzoli, € 17), un libro dedicato ai quattro figli: Alessandro e Francesco, nati dall’amore con Chiara Giordano e ormai grandi, e le piccole Luna e Alma, avute con la attua le compagna, la collega Rocio Munoz Morales.

Perché proprio il nuoto? Perché l’acqua fa parte della storia di famiglia, con le estati infinite trascorse davanti al mare di Roccella Jonica, paese di origine di papà Giuseppe, e con i pomeriggi passati in piscina ad allenarsi. Per Bova, ex promessa del nuoto giovanile, questo sport “è stato la prima lingua che ho avuto a disposizione per interpretare la vita”, come è scritto nel libro. Che poi questo linguaggio Raoul lo abbia momentaneamente abbandonato per la carriera da attore, è storia. La forma dell’acqua che accoglie il corpo in movimento, però, ha continuato a scorrere sottotraccia. Ed è nel nuoto che Bova ha trovato le risposte dopo la scomparsa dei genitori.

Assieme a lui, tanti compagni di viaggio: alcuni abituati a fissare con lo sguardo la riga blu nella vasca, come Filippo Magnini e Massimiliano Rosolino, altri meno, come il capitano “Ultimo” da Bova interpretato in serie di successo. E proprio lui, Sergio De Caprio, il carabiniere senza compromessi dal volto coperto – e quel passamontagna è il simbolo sempre visibile di una vita costantemente in pericolo – per Raoul, “è stato il fratello che non ho mai avuto, un punto di riferimento”.

Uno ulteriore oltre al papà, che badava che Raoul da piccolo non fosse travolto dalle onde e dalla profondità traditrice del mare calabrese e che, anni dopo, armato di un cronometro dagli spalti controllerà ancora e ancora i tempi del figlio in piscina. Lo stesso papà che Raoul saluterà lasciando cadere un rametto di mimosa nel mare in cui Giuseppe nuotava ogni giorno per chilometri. Prima del saluto, però, c’è stato il tempo del dolore. “Costante e quasi insopportabile”, scrive Raoul e la consapevolezza, a un certo punto diventata pesante “come un macigno che mi grava sulle spalle”, di “essere diventato io il genitore”.

Un compito che Bova teme di non riuscire a svolgere bene come hanno fatto suo padre e sua madre: “Con chi mi sarei confrontato, con chi mi sarei lamentato, da chi sarei andato a cercare un abbraccio quando ne avrei avuto bisogno?”. Con il mondo rollato addosso, Bova si è sentito come l’unico superstite di un’onda anomala che ha spazzato via tutto. “Sepolto dalle macerie della mia stessa vita” e con tanti progetti arenati. È il momento più duro che culmina nella rottura del ginocchio.

Ma l’attimo in cui si è costretti a fermarsi è anche quello che riporta all’origine. “Ad aiutarmi nella risalita, oltre alla mia famiglia, è stato il passato di nuotatore. Ognuno ha dovuto affrontare il dolore a modo suo e io l’ho fatto tornando in acqua”. Gli è stata vicino Rocio, “la donna che amo”, compagna guerriera dal sorriso complice. Una donna per cui Bova ha rimesso in discussione la propria vita chiudendo un matrimonio di 13 anni. A lei Bova ha confidato i tormenti di questi due anni. Nella sua figura di bambino avvinghiato tra le onde al corpo del padre c’è la tenerezza di tutti noi figli per sempre.