Se fosse stato per lui, timido e riservato com’è, forse non lo avrebbe neanche detto. Ma, nell’era dei social, Alessandro Matri ha dovuto fare un post sulla propria pagina Instagram per comunicare il suo addio al calcio. «Difficile descrivere le mie emozioni in questo periodo di isolamento, che per me era anche una pausa in attesa di trovare una squadra», esordisce. Una bella carriera la sua, iniziata nel 2003 nel Milan, esplosa a Cagliari, consacrata Solo su Chi nella Juventus e conclusa così, fra Sassuolo e Brescia, in cerca di una squadra per realizzare altri gol dei suoi, sempre belli e decisivi,127 in 502 partite. Una scelta condivisa con Federica Nargi, dalla quale ha avuto due figlie, Sofia di 3 anni e Beatrice di 1. «Hai deciso di chiudere uno dei capitoli più importanti della tua vita», ha scritto Federica, «fatto di sacrifici, dedizione, passione e soddisfazioni …Costellato da gioie e a volte dolori, ma in ogni caso sei riuscito a uscirne sempre vittorioso grazie all’umiltà e all’onestà che ti contraddistinguono».

Dopo aver disputato 18 stagioni a grandi livelli, Matri non poteva girovagare all’età di 35 anni fra panchine e apparizioni sporadiche. «Ci ho pensato bene, non riuscivo più a pressare», ha confessato a Mario Balotelli, amico e compagno di squadra. Perché il calcio è “pressing”, inteso sia come gesto atletico sia come atteggiamento mentale, dedizione totale alla causa.

In fondo anche l’idolo giovanile di Matri, Bobo Vieri, ad un certo punto ha smesso di giocare, e ora si gode la vita da papà di Stella e Isabel, avute da Costanza Caracciolo, che fu velina di Striscia con la Nargi. Vieri ci impiegò due anni per decidersi a lasciare il calcio, temeva il vuoto di quel fatidico primo giorno lontano dal campo e non aveva ancora una famiglia: Costanza, all’epoca, era solo un’amica.

Non è mai facile per i calciatori dover cominciare una nuova vita avendo meno di 40 anni e dire “basta” allo sport con il quale sono cresciuti, che li ha resi famosi e che ha segnato la loro vita. «Amici, sorrisi, litigi, pensieri e paure, rancori e gioie, vittorie e sconfitte dei miei 18 anni di carriera mi giravano per la testa senza trovare pace. Ho vissuto un sogno, quello che speri da piccolo e si trasforma in realtà», scrive Matri. Quando un calciatore smette gli manca tutto: i ritiri precampionato, l’odore del prato, le risate negli spogliatoi, l’emozione di entrare in campo, il boato dello stadio, l’affetto delle persone, quel senso di grandezza che ha portato le stelle del pallone, scriveva Manuel Vazquez Montalban, a “usurpare il ruolo degli dèi”.

Nemmeno per Francesco Totti, l’ottavo re di Roma, fu semplice lasciare quella sfera che fra i suoi piedi diventava magica e, quando il suo ultimo allenatore, Luciano Spalletti, decise di utilizzarlo con il contagocce, fra i due furono scintille (Ilary definì il mister “piccolo uomo” e lui le regalò il 45 giri di Mia Martini), fino a quando Totti, il 28 maggio 2017, non decise di giocare la sua ultima partita. “Speravo de morì prima”, scriverà un tifoso su un celebre striscione. Già negli ultimi anni il Capitano aveva a disposizione permessi speciali per trascorrere più tempo con Ilary, Cristian, Chanel e Isabel. Più facile l’addio al calcio di David Beckham, “il piede destro di Sua Maestà”, che disputò le ultime stagioni da uomo immagine dei Los Angeles Galaxy, o quello di Riccardo Montolivo, centrocampista gentiluomo: dopo una vita da leader della Fiorentina e sette stagioni al Milan, ha deciso di dedicare i suoi anni migliori alla moglie, Cristina De Pin, e ai figli, Mariam e Mathias. La sua visione di gioco è stata sempre in anticipo anche su chi, come il suo ultimo allenatore, Gattuso, non gli ha concesso nemmeno l’ultima partita. “Dedicato a chi capisce, quando il gioco finisce”, cantava Loredana Bertè, sorella di Mia Martini.