La spesa fiscale va ridotta in maniera considerevole, il sistema fiscale deve tornare ad essere snello, comprensibile, neutrale e ad aliquote basse.  L’idea è il 15% per operatori piccoli, medi e marginali, in forma societaria o personale e del 20% per energia, banche, assicurazioni e grande distribuzione e per gli altri grandi operatori. Per questi ultimi, che operano in settori diversi dai 4 citati, l’aliquota è riducibile al 15% sugli utili non reinvestiti e a 0% per la quota di utili reinvestimenti in capitale fisico o umano.  Stesso discorso sulle persone fisiche. Giù le aliquote e 2 scaglioni e via gran parte della spesa fiscale. Entrano quoziente familiare e unica detrazione per famiglie con 2 o più figli.

Tagli ai ministeri e nuove tasse. È l’inevitabile soluzione che adotterà il governo per far quadrare i conti della prossima manovra. Non mancano poi le partite di giro, che in questo caso finiranno per penalizzare le piccole imprese. A fronte di una manovra, che tra reddito di cittadinanza, riforma pensioni, avvio della flat-tax e blocco degli aumenti dell’Iva vale all’incirca 40 miliardi di euro, grazie all’aumento del deficit al 2,4% il governo disporrà di 27 miliardi di euro. Gli altri 13 saranno coperti con le solite vecchie ricette.

È ancora presto per poter definire con certezza se si registrerà, almeno nel primo anno, un aumento della pressione fiscale. Solo con la manovra, attesa entro il 20 ottobre, si potrà davvero capire se l’avvio della flat tax per le partite Iva e la mini-Ires bilanceranno in termini di diminuzione della pressione fiscale l’addio all’Ace e all’Iri. Per ora il dubbio è più che legittimo anche perché alle due misure, che miravano a sostenere la crescita delle pmi, erano stati affidati obiettivi di riduzione del carico fiscale per oltre 3 miliardi. Con l’addio all’Iri, ad esempio, a pagare la diminuzione del carico fiscale per le partite Iva saranno tutti i contribuenti non organizzati in forma societaria ma che puntavano su una modalità di tassazione al 24% più simile a quella prevista, appunto, per le società e non come accade oggi con l’Irpef delle partite Iva.

Nuove entrate

L’altra leva che verrà attivata inevitabilmente è quella delle entrate. In maniera diretta e indiretta aumenteranno insomma le tasse su molti soggetti e diverse fasce di contribuenti, intervenendo innanzitutto su regimi agevolativi e detrazioni. Si inizierà così ad attaccare la montagna delle famigerate oltre 700 «tax expenditures» (che tutte assieme valgono oltre 300 miliardi di euro), tagliando drasticamente gli sconti fiscali di cui oggi beneficiano banche e compagnie petrolifere, come ha specificato ieri il vicepremier Di Maio. Mentre verrebbero risparmiati gli sconti su mutui, spese mediche e polizze vita che interessano le persone fisiche. Ma oltre a ciò è anche possibile che vengano ritoccate le percentuali di acconto, ovvero i versamenti che i contribuenti effettuano a fine anno. Già in passato del resto gli acconti Irpef ed Ires, che oggi sono rispettivamente al 98% e al 100%, erano stati aumentati al 100% per l’Irpef, al 101% per l’Ires e al 110% per l’Irap. Nel 2013, secondo le stime della Cgia di Mestre, questa misura quando venne adottata produsse 2,6 miliardi di maggior gettito. Ma è un chiaro escamotage contabile, visto che quello che si anticipa un anno lo si perde l’anno seguente in sede di conguaglio.

Partite di giro

Sempre in campo fiscale si assisterà anche a vere e proprie partite di giro. Per estendere la flat tax del 15% a 500 mila tra partite Iva individuali e piccole imprese ammesse al regime forfettario dei minimi verrà infatti abrogata ad altre 2 milioni di partite Iva la possibilità di applicare la tassazione flat al 24% come le società di capitali. L’Iri, l’imposta sul reddito di impresa che doveva debuttare giusto l’anno prossimo, verrà infatti cancellata. Non solo, ma per introdurre la riduzione dell’aliquota Ires al 15% sulla quota di utili destinati all’acquisto di beni strumentali e alle nuove assunzioni, verrà eliminato l’Aiuto alla crescita economica (Ace), una agevolazione che già oggi consente di pagare zero tasse sulla parte di reddito corrispondente all’aumento del patrimonio netto dell’impresa per accantonamento di utili o nuovi apporti di capitale. In sostanza, fanno notare gli esperti del settore, per l’insieme delle partite Iva il saldo rischia di essere negativo.

Una tantum

Altre voci di entrata sono ancora in bianco, come i proventi della pace fiscale: l’ipotesi è che possa portare tra i 3 ed i 5 miliardi una tantum. Ma non ci sono certezze e questo lascia in sospeso gli altri interventi che si potrebbero mettere in campo. Quello che è certo che tutte queste misure, stando alle stime del Def, freneranno il Pil di 0,4 punti, mentre tutti gli altri interventi lo faranno crescere di un 1 pieno. Il saldo finale è quello 0,6 in più calcolato dal Mef per il 2019. Che è la vera scommessa del governo giallo-verde.