Ultimissime novità ad oggi 22 settembre 2018 sulle pensioni anticipate. Come negli ultimi mesi gira tutto intorno a quota 100, provvedimento molto discusso con questo nuovo governo. Matteo Salvini è la lega, per ridurre il costo il provvedimento e pensando a uno sconto sostanzioso verso i contributi versati. L’obiettivo finale del Ministro dell’Interno è quello di far nascere maggior numero di misure, anche se costose, ma che non gravi sui conti pubblici. Come accennato dal Sole 24 Ore, vale ci sarebbe una sorta di pace contributiva, a disposizione per tutti coloro che non possiedono la continuità contributiva da 96.

Ultime notizie pensioni quota 100 e legge Fornero. Matteo Salvini finalmente passa ai fatti .

Si discute non solo per la quota 100, ma anche per altre novità che verranno introdotte nella prossima legge di bilancio, ovviamente, il dibattito in merito alle pensioni continua anche se, a tutt’oggi non si è riusciti a trovare un punto fermo. L’unica certezza che abbiamo in merito alle pensioni e l’età pensionabile salirà passando da 66 anni e sette mesi a 67 anni pieni, tutto questo da gennaio 2019. Slitterà in avanti di un anno anche la pensione anticipata, dopo gli anni di contributi passeranno da 42 10 mesi per gli uomini a 41 e 10 mesi per le donne rispettivamente, 43 e 10 mesi 42 e 10 mesi.

Parlando di pensioni le ultime notizie girano come sempre a quota 100, la misura creata dal governo per farti di anticipare l’età pensionabile e creare una sorta di turnover tra generazioni di giovani e meno giova nel settore del lavoro.

Ministro dell’Interno Matteo Salvini e attuale vicepremier tiene molto a questa riforma.  Salvini, ha fatto il suo cavallo di battaglia l’abbonamento della legge Fornero. Sul suo profilo Facebook possiamo leggere:

“Dopo le ingiustizie e le sofferenze causate dalla Legge Fornero, la nostra priorità era ed è restituire il diritto alla pensione a milioni di italiani. Stiamo lavorando per questo. Obiettivo: Quota 100, permettendo così anche l’ingresso di tanti giovani nel mondo del lavoro”.

Nella legge di bilancio per il 2019 sarà finalmente resa giustizia? Saranno tagliate le pensioni d’oro di quegli scrocconi che superano i 4mila euro netti al mese? Anche su questo tema, che ha alimentato oltre ogni misura consentita quell’invidia sociale che è divenuta il sentimento dominante del nostro vivere (in)civile, le forze della maggioranza si presentano divise. Eppure, attente come dichiarano di essere ai contenuti del contratto, avrebbero di che orientarsi, sia pure vagamente.

Leggiamo insieme il dispositivo. “Per una maggiore equità sociale riteniamo altresì necessario un intervento finalizzato al taglio delle c.d. pensioni d’oro (superiori ai 5.000,00 euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati”. Per la verità, in queste poche e laconiche righe ci sono due soli aspetti che sembrano chiari: il taglio dovrebbe operare per i trattamenti che superano il limite indicato (poi ridotto a 4mila euro netti); sarebbero colpite soltanto le prestazioni “non giustificate” dai versamenti contributivi. Per quanto riguarda le modalità tecniche dell’intervento l’indirizzo non è chiaro, anche se i frequenti riferimenti al “ricalcolo” hanno indotto a ritenere che il modello da seguire anche per le pensioni d’oro sarebbe stato quello adottato nella manomissione dei vitalizi degli ex deputati. Poi, ai primi d’agosto a conquistare la scena sulla pista del Circo Barnum delle pensioni è stato il Pdl (AC 1071) a firma congiunta dei due capigruppo della maggioranza alla Camera D’Uva (per il M5S) e Molinari (per la Lega).

È bastato poco per accorgersi che il “ricalcolo” (ancorché proclamato a tutto spiano), non prendeva minimamente in considerazione i contributi versati, ma l’età del pensionamento, finendo, nei fatti per penalizzare in modo retroattivo quei trattamenti di anzianità in difesa del quali la Lega aveva fatto cadere ben due governi (nel 1994 e nel 2011) nonché quelli futuri, gli stessi in favore dei quali il contratto di governo prevede una modifica sostanziale della riforma Fornero (le ormai note quota 100 e quota 41).

Sempre che superino gli 80mila euro all’anno lordi e per le frazioni liquidate con il calcolo retributivo. Le critiche più severe a tale progetto sono venute da un esperto di vaglia vicino alla Lega come Alberto Brambilla, il quale, sotto l’egida di Itinerari previdenziali, ha pubblicato il 14 agosto una nota redatta insieme a Gianni Geroldi e Antonietta Mundo (pubblicata interamente in altra parte del Bollettino). È sufficiente leggere la Premessa del documento per comprendere quanto sia radicale il dissenso degli autori nei confronti del Pdl D’Uva-Molinari. “Premessa – Il ricalcolo delle pensioni cosiddette d’oro o di privilegio, applicando il metodo di calcolo contributivo, così come previsto dal Progetto di Legge (PdL) presentato da Lega e M5S in data 6 agosto 2018, all’articolo 1, non è assolutamente un ricalcolo ma solo una riduzione delle pensioni basata sul rapporto tra i coefficienti di trasformazione relativi alle età di pensionamento effettivo e quelli relativi alle età di pensionamento stabilite nella tabella A, allegata al PdL; in pratica tutta l’operazione è basata esclusivamente sulle età di pensionamento con forti penalizzazioni per le pensioni di anzianità e quelle con 40 anni di contributi.

Tutto ciò implica una rimodulazione delle “regole” in modo retroattivo ed è quindi un’operazione che può presentare una lesione della certezza del diritto e profili di incostituzionalità. Inoltre, soprattutto per le pensioni decorrenti dal 2019, il punto di riferimento è costituito dai requisiti previsti dalla riforma Fornero, proprio quella che i due partiti al Governo volevano cancellare e che invece viene ulteriormente rafforzata in peius. Infine, definire queste prestazioni come d’oro o di privilegio, oltre che essere tecnicamente non corretto, tende a farle percepire come un’ingiustizia e quindi mina la coesione sociale, fattore indispensabile in una società complessa come l’attuale”. La proposta alternativa è quella di un contributo di solidarietà a cui sarebbero sottoposte tutte le pensioni a partire da 2.000 € lordi mensili (di cui 0,40% verrebbe versato al fondo per la non autosufficienza e il resto al fondo occupazione) che crescerebbe progressivamente fino al 12%-15% per i trattamenti più elevati; il contributo sarebbe calcolato sulla base dei singoli scaglioni di pensione (non sull’importo totale) ed avrebbe una durata limitata ad un triennio, allo scopo di dare avvio alla costituzione e alla operatività dei fondi citati.

E di non incorrere nella sanzione della Consulta. A quanto si sa, il Pdl d’iniziativa parlamentare sulle pensioni d’oro rimane “in attesa di giudizio”, mentre, nelle ultime ore, è cambiata la posizione relativa alla determinazione di ‘’quota 100’’, che dovrebbe anticipare l’applicazione del requisito di “quota 41”. Matteo Salvini – invadendo ancora una volta le competenze del ministero del Lavoro – ha dichiarato che non saranno previsti limiti anagrafici (mentre era stata ipotizzata per l’accesso un’età minima di 64 anni). Il che ovviamente si ripercuote sull’entità della copertura finanziaria richiesta. Secondo Stefano Patriarca, responsabile della società di consulenza Tabula, consentire l’accesso alla pensione con la quota 100 (somma tra età e contributi, fissando comunque un minimo di 35 anni di versamenti) potrebbe costare, nel 2019, 11,5 miliardi per arrivare a quasi 15 a regime, il terzo anno dall’avvio della normativa. Nel 2017 – come ha spiegato lo stesso Patriarca – sono state liquidate dall’Inps nel solo settore privato circa 290.000 nuove pensioni previdenziali dirette e tra queste circa 160.000 di anzianità. In media chi è andato in pensione anticipata aveva 61 anni. “Se oltre a quota 100 si prevedesse anche la possibilità di uscire con 41 anni di contributi a prescindere dall’età – ha concluso Patriarca – il costo nel primo anno sarebbe di 12,3 miliardi e di quasi 16 miliardi a regime”. La nuova normativa – secondo stime dell’Inps – allargherebbe la platea dei trattamenti anticipati di 750mila unità già nel primo triennio di applicazione.

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Pensione di reversibilità e ulteriori, cos’è e a chi spetta? Come ottenerla

Che cos’è la pensione di reversibilità? Trattasi di una prestazione previdenziale che viene erogata ai familiari di un pensionato in seguito alla loro richiesta dal momento della morte di quest’ultimo. Si parla di pensione indiretta nel caso in cui il deceduto non era già pensionato, ma solo un lavoratore iscritto all’Inps. Quindi, va detto che la pensione di reversibilità altro non è che una delle prestazioni previdenziali corrisposte dall’Inps e prevista soltanto in alcuni casi. Questa viene erogata ai familiari del pensionato ma soltanto su esplicita richiesta nel caso in cui il pensionato venisse a mancare. Come abbiamo detto, nel caso in cui il pensionato deceduto non fosse pensionato ma semplicemente iscritto all’Inps, si parla di pensione indiretta.

Ma quest’ultima a chi spetta? In genere è un tipo di prestazione che viene erogata nel momento in cui il lavoratore deceduto abbia già maturato i 15 anni di assicurazione contributi oppure 5 anni di assicurazione e contributi di cui almeno 3 nei 5 anni precedenti il decesso. La pensione di reversibilità da chi può essere richiesta? Ci sono delle regole ben precise. La pensione di reversibilità può essere richiesta al coniuge separato ma in caso di divorzio, il coniuge ha semplicemente diritto a questo tipo di pensione soltanto se è titolare dell’assegno periodico, se non è passato a nuove nozze e se la data di inizio del rapporto assicurativo del defunto è anteriore alla data del divorzio.

Nel caso di nuove nozze, il coniuge non sembra avere diritto alla pensione ma semplicemente ad un assegno che è pari a due annualità, compresa la tredicesima mensilità, della quota di pensione in pagamento. Nel caso in cui il deceduto si fosse risposato, interverrà il Tribunale a decidere le quote che spetteranno poi al coniuge superstite ed al coniuge divorziato. Hanno diritto a ricevere questa pensione di reversibilità anche i figli ed equiparati ma soltanto in dei casi specifici.

Più nello specifico sembra che i figli ed gli equiparati non debbano aver superato i 18 anni d età. Sembra, inoltre, possano richiedere questa pensione di reversibilità i figli inabili al lavoro ed a carico del genitore al momento del decesso. Il limite passa poi a 21 anni in caso il figlio equiparato sia uno studente o privo di lavoro retribuito ed a carico del genitore defunto, mentre passa a 26 anni nel caso invece frequenta una scuola professionale e in caso di frequenza dell’università. Tra i figli ed equiparati rientrano anche i figli adottivi riconosciuti e quelli non riconoscibili per i quali il deceduto era comunque tenuto al mantenimento. Sono inoltre considerati anche i figli che sono nati da un precedente matrimonio del coniuge del deceduto, i figli riconosciuti dal coniuge del deceduto ed anche i nipoti e minori dei quali risulti comunque Provata la convivenza a carico degli ascendenti.

E’ stata riconfermata anche per il 2018 la pensione casalinghe, ovvero la possibilità di richiedere una pensione di vecchiaia per quelle persone che non hanno svolto un lavoro retribuito bensì hanno preferito dedicarsi alla cura della famiglia e della casa. In questo modo l’ Inps garantisce anche a queste persone un reddito fisso mensile. Per il 2018 la pensione potrà essere richiesta già dal 57esimo anno di età della casalinga ( o del casalingo) a patto che il soggetto richiedente abbia versato un minimo di contributi, a titolo volontaristico, a un Fondo di previdenza per almeno 5 anni. Non bisogna essere titolari già di alcun altro tipo di pensione, non svolgere altro tipo di lavoro se non quello di dedicarsi alla cura della casa e della famiglia, nonché alla cura di eventuali parenti disabili. Si può richiedere anche se si è inabili, ovvero se la persona che la richiede sia impossibilitato a svolgere alcun tipo di lavoro per problemi fisici o di salute.

Che cos’è la pensione di reversibilità? Trattasi di una prestazione previdenziale che viene erogata ai familiari di un pensionato in seguito alla loro richiesta dal momento della morte di quest’ultimo. Si parla di pensione indiretta nel caso in cui il deceduto non era già pensionato, ma solo un lavoratore iscritto all’Inps. Quindi, va detto che la pensione di reversibilità altro non è che una delle prestazioni previdenziali corrisposte dall’Inps e prevista soltanto in alcuni casi. Questa viene erogata ai familiari del pensionato ma soltanto su esplicita richiesta nel caso in cui il pensionato venisse a mancare. Come abbiamo detto, nel caso in cui il pensionato deceduto non fosse pensionato ma semplicemente iscritto all’Inps, si parla di pensione indiretta.

Ma quest’ultima a chi spetta? In genere è un tipo di prestazione che viene erogata nel momento in cui il lavoratore deceduto abbia già maturato i 15 anni di assicurazione contributi oppure 5 anni di assicurazione e contributi di cui almeno 3 nei 5 anni precedenti il decesso. La pensione di reversibilità da chi può essere richiesta? Ci sono delle regole ben precise. La pensione di reversibilità può essere richiesta al coniuge separato ma in caso di divorzio, il coniuge ha semplicemente diritto a questo tipo di pensione soltanto se è titolare dell’assegno periodico, se non è passato a nuove nozze e se la data di inizio del rapporto assicurativo del defunto è anteriore alla data del divorzio.

Nel caso di nuove nozze, il coniuge non sembra avere diritto alla pensione ma semplicemente ad un assegno che è pari a due annualità, compresa la tredicesima mensilità, della quota di pensione in pagamento. Nel caso in cui il deceduto si fosse risposato, interverrà il Tribunale a decidere le quote che spetteranno poi al coniuge superstite ed al coniuge divorziato. Hanno diritto a ricevere questa pensione di reversibilità anche i figli ed equiparati ma soltanto in dei casi specifici.

Più nello specifico sembra che i figli ed gli equiparati non debbano aver superato i 18 anni d età. Sembra, inoltre, possano richiedere questa pensione di reversibilità i figli inabili al lavoro ed a carico del genitore al momento del decesso. Il limite passa poi a 21 anni in caso il figlio equiparato sia uno studente o privo di lavoro retribuito ed a carico del genitore defunto, mentre passa a 26 anni nel caso invece frequenta una scuola professionale e in caso di frequenza dell’università. Tra i figli ed equiparati rientrano anche i figli adottivi riconosciuti e quelli non riconoscibili per i quali il deceduto era comunque tenuto al mantenimento. Sono inoltre considerati anche i figli che sono nati da un precedente matrimonio del coniuge del deceduto, i figli riconosciuti dal coniuge del deceduto ed anche i nipoti e minori dei quali risulti comunque Provata la convivenza a carico degli ascendenti.

E’ stata riconfermata anche per il 2018 la pensione casalinghe, ovvero la possibilità di richiedere una pensione di vecchiaia per quelle persone che non hanno svolto un lavoro retribuito bensì hanno preferito dedicarsi alla cura della famiglia e della casa. In questo modo l’ Inps garantisce anche a queste persone un reddito fisso mensile. Per il 2018 la pensione potrà essere richiesta già dal 57esimo anno di età della casalinga ( o del casalingo) a patto che il soggetto richiedente abbia versato un minimo di contributi, a titolo volontaristico, a un Fondo di previdenza per almeno 5 anni. Non bisogna essere titolari già di alcun altro tipo di pensione, non svolgere altro tipo di lavoro se non quello di dedicarsi alla cura della casa e della famiglia, nonché alla cura di eventuali parenti disabili. Si può richiedere anche se si è inabili, ovvero se la persona che la richiede sia impossibilitato a svolgere alcun tipo di lavoro per problemi fisici o di salute.

Requisiti minimi per pensione casalinghe 2018

La pensione per le casalinghe 2018 prevede che l’interessato abbia un’età tra i 16 e i 65 anni, non percepire nessun altro tipo di pensione, e non effettuare alcun tipo di lavoro se non quello di curare la famiglia.

La pensione casalinghe è una prestazione valida per le iscritte al Fondo INPS e con una contribuzione minima di almeno 5 anni in questo speciale fondo. In questa guida vediamo insieme i dettagli per conoscerne l’eventuale diritto. La pensione casalinghe 2018 è una particolare misura economica a beneficio delle persone che svolgono lavori di cura non retribuiti per la famiglia. E’ bene quindi sottolineare subito che anche se parliamo per semplicità di casalinghe la misura è diretta ad entrambi i sessi. Dal 1997 è stato istituito uno specifico fondo casalinghe a loro dedicato. Al fondo possono iscriversi i soggetti di entrambi i sessi e di età compresa fra i 16 e i 65 anni a patto che: • svolgono lavoro in famiglia non retribuito; • non beneficiano di una pensione diretta; • non prestano attività lavorativa dipendente o autonoma; • prestano attività lavorativa part-time (a patto che gli orari fra lavoro part-time e lavoro casalingo siano conciliabili).

A chi spetta la pensione casalinghe? I soggetti iscritti regolarmente al fondo casalinghe, a determinate condizioni, possono ricevere una pensione casalinga di vecchiaia o di inabilità. Il diritto alla pensione casalinga sia di vecchiaia e di inabilità, prevede come primo requisito obbligatorio l’iscrizione all’INAIL ovvero dovranno avere una assicurazione infortuni domestici INAIL. La suddetta iscrizione, può essere eseguita in qualsiasi momento e in particolare non appena compiuti i 18 anni e fino a 65 anni compiuti. E’ poi necessario lo svolgimento di attività in ambito domestico e di cura della famiglia in modo esclusivo, senza vincolo di subordinazione e soprattutto a titolo gratuito (tranne che per il part-time come specificato sopra). La domanda per la pensione di vecchiaia o inabilità a favore delle casalinghe, può avvenire solo tramite accesso alla propria area riservata dell’Inps tramite pin personale.

Non è possibile richiedere la pensione casalinga senza contributi INPS? Come anticipato, sono due le tipologie di pensioni a cui le casalinghe possono avere diritto, ma solo se in possesso di determinati requisiti ovvero: • Pensione di inabilità casalinghe. Può essere concessa in caso di impossibilità assoluta e permanente allo svolgimento di una qualsiasi attività lavorativa, compresa la cura della casa e della famiglia in modo abituale e continuo. Per accedervi, sono necessari anche 5 anni di contributi già versati al Fondo Casalinghe. • La pensione di vecchiaia casalinghe. Può essere richiesta sia in presenza di un requisito contributivo pari ad almeno 5 anni contemporaneamente ad una età anagrafica minima. Ad oggi, è possibile fare richiesta a partire dal compimento di 57 anni di età. A che età si può richiedere la pensione casalinga?

La pensione di vecchiaia viene liquidata dai 57 anni solo se l’importo maturato risulta almeno pari all’ammontare dell’assegno sociale maggiorato del 20% (1,2 volte l’assegno sociale). Invece viene liquidata a prescindere dall’importo al compimento del 65 anni di età. L’età in questo caso non è da adeguare alle nuove aspettative di vita. Non è previsto per la pensione casalinghe la concessione della pensione ai superstiti. L’importo della pensione casalinga di vecchiaia o di inabilità, è determinato in base al sistema contributivo. Sempre grazie al sito dell’Inps, è anche possibile conoscere le principali condizioni di calcolo. Per gli anni di contributi versati al Fondo Casalinghe, infatti, si avrà diritto ad un diverso importo sulla propria pensione. Inoltre, dalla data di accettazione di iscrizione al Fondo, la casalinga riceverà al proprio domicilio una lettera di conferma dell’iscrizione e i bollettini su cui eseguire i versamenti dei contributi. Non sono previste delle scadenze fisse e il versamento dei contributi per la pensione delle casalinghe, può essere eseguito in ogni momento dell’anno. L’Inps, tuttavia, prevede una soglia minima per l’accredito di un mese di contributi pari a 25,82 euro e di 310,00 euro annui per accreditare l’intero anno. Per informazioni più dettagliate si consiglia di consultare il sito INPS o contattare l’Istituto previdenziale al numero verde.

Pensione anticipata 2018: ecco a chi spetta, requisiti e come presentare domanda

Si torna a parlare della pensione anticipata, ovvero una prestazione dell’Inps riconosciuta a tutti i lavoratori autonomi e dipendenti sulla base del numero di contributi che sono stati maturati durante vita.Proprio quest’anno pare siano stati riconfermati tutti i requisiti principali per poterla richiedere, una volta raggiunti i contributi minimi e incondizionatamente dall’età del soggetto. Da chi può essere richiesta la pensione anticipata? Secondo quanto disposto, questa può essere richiesta con ancora più anticipo da tutti i lavoratori precoci, ossia chi prima dei 19 anni pare abbia versato 1 anno di contributi, secondo determinate condizionati. E’ inoltre possibile trovare altre forme di pensioni anticipate tra le quali Ape volontaria e Ape social. I requisiti sembrano essere gli stessi rispetto agli altri anni, ovvero è rivolta a tutti i lavoratori autonomi e dipendenti iscritti alla Gestione Separata Inps e all’Ago.

Inoltre, potrà essere richiesta da chi ha contributi che siano pari a 42 anni e 10 mesi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini. Questi requisiti saranno validi fino al prossimo 31 dicembre 2018. La pensione anticipata spetterà anche a chi avrà compiuto i 63 anni con almeno 20 anni di contributi accreditati. Come richiedere la pensione anticipata? Innanzitutto va detto che questa potrà essere richiesta recandosi presso un ente di patronato o servizio telematico Inps, contattando il contact center Inps.Per quanto riguarda l’Ape sociale, i requisiti sembrano essere praticamente gli stessi per i lavoratori precoci, tra cui aver compiuto 63 anni.

Sono richiesti anche altre elementi, ovvero non essere titolari di pensione diretta, assenza di trattamento sostegno al reddito, assenza di una attività autonoma e dipendente, avere contributi pari a 30 anni per tutti i caregiver, invalidi e disoccupati ed infine per 36 anni di contributi per categoria di lavoratori gravosi. Si parla anche di pensione anticipate ha parlato anchApe rosa, ovvero la pensione anticipata pensata per le donne che potranno accedere alla pensione anticipata soltanto se saranno in possesso di contributi pari a 41 anni e 10 mesi. E’ possibile ricorrere alla pensione anticipata Ape rosa. Va precisato che ogni figlio apporta uno scontro contributivo di 1 anno per un massimo di due anni. Sono richiesti contributi pari a 30 anni, oltre ad appartenere a categorie come invalidi civili, disoccupati o caregiver, contributi di 36 anni e appartenenza alla categoria dei lavori gravosi.

Negli ultimi giorni, e Silvio Berlusconi, il leader di Forza italia. Secondo Berlusconi, sembra che anticipare l’accesso alla pensione rispetto ai criteri stabiliti dalla normativa vigente sarebbe possibile, ma soltanto in alcuni casi che sono indicati con equità e per un periodo di tempo limitato. ”Si tratta di tutelare i lavoratori che sono stati discriminati dai criteri rozzi e frettolosi adottati dalla Legge Fornero, che hanno sconvolto improvvisamente le attese e i programmi di vita di tante persone e messo in grave difficoltà i lavoratori più anziani, che non sono più in condizioni di lavorare, e che invece sono lasciati a carico delle aziende oppure senza reddito”, ha precisato Berlusconi.

Ape rosa 2018

Gli sconti sugli anni di contributi richiesti non si limitano alla pensione contributiva. Dal 2018, difatti, le donne che accedono all’Ape sociale, l’anticipo pensionistico a carico dello Stato che si può ottenere dai 63 anni di età, hanno diritto a uno sconto contributivo secondo il numero dei figli.

Nel dettaglio, la riduzione del requisito contributivo per l’Ape sociale è pari a 1 anno per ogni figlio, sino a un massimo di due. In questo modo, le lavoratrici con figli facenti parte delle prime tre categorie beneficiarie dell’Ape social, cioè disoccupati, caregiver e invalidi dal 74%, possono ottenere l’anticipo pensionistico con un minimo di 28 anni di contributi anziché 30, mentre le appartenenti agli addetti ai lavori gravosi con un minimo di 34 anni di contributi anziché 36.

Pensione di vecchiaia anticipata 2018 Le donne in possesso di invalidità pensionabile superiore all’80% possono raggiungere la pensione di vecchiaia a 55 anni e 7 mesi, mentre gli uomini con invalidità pe oltre l’80% possono raggiungerla a 60 anni e 7 mesi (previa attesa di una finestra di 12 mesi, per entrambi). Il requisito per il trattamento si abbassa a 55 anni e 7 mesi per gli uomini e 50 anni e 7 mesi per le donne, se non vedenti. Per questa prestazione, nonostante si tratti di pensione di vecchiaia, non è prevista la parificazione dell’età pensionabile come per la pensione di vecchiaia ordinaria.

Anticipo pensione contributiva per maternità 2018

Le donne il cui assegno di pensione è calcolato interamente col sistema contributivo possono anticipare la pensione di 4 mesi per ogni figlio, fino ad un massimo di 12 mesi di anticipo (dunque l’agevolazione si limita a 3 figli, dal 4°in poi non sono previsti anticipi ulteriori). In alternativa, chi ha sino a 2 figli può aumentare il coefficiente di trasformazione della pensione di 1 anno, mentre chi ha 3 o più figli può aumentarlo di 2 anni: il coefficiente di trasformazione è la cifra, espressa in percentuale, che trasforma i contributi accantonati (montante contributivo) in assegno di pensione.

Più è alto il coefficiente, dunque, più è alta la pensione: ad esempio, a chi possiede 300mila euro di montante contributivo e ha diritto all’applicazione di un coefficiente pari al 5%, spetta una pensione annua di 15mila euro, mentre se si ha diritto all’applicazione di un coefficiente del 5,5% spetta una pensione annua di 16.500 euro. Per quanto riguarda la pensione contributiva, sono poi riconosciuti dei contributi figurativi per le assenze dal lavoro dovute a:

  • educazione e assistenza dei figli, sino al compimento di 6 anni di età: sono accreditati non più di 170 giorni per ciascun figlio; · assistenza a figli dai 6 anni di età, al coniuge e al genitore conviventi, secondo quanto previsto dalla Legge 104: possono essere accreditati al massimo 25 giorni complessivi l’anno, con una soglia limite nella vita lavorativa di 24 mesi. Questi benefici sono validi per tutte le pensioni calcolate col sistema contributivo, esclusa l’opzione donna; sono dunque utilizzabili: · dalle lavoratrici cosiddette contributive pure, cioè che non possiedono contributi versati prima del 1996 (le quali non hanno diritto al calcolo retributivo, più vantaggioso perché si basa sugli ultimi stipendi e non sui versamenti, nemmeno per una quota della pensione); · dalle lavoratrici che utilizzano il computo nella Gestione Separata (cioè versano tutti i contributi posseduti in questa gestione: quanto accreditato passa così al calcolo interamente contributivo); · dalle lavoratrici che utilizzano l’Opzione Contributiva Dini (si tratta di un’agevolazione diversa dall’Opzione Donna, con la quale si può raggiungere la pensione di vecchiaia con 15 anni di contributi in cambio del calcolo contributivo).

Pensioni 2018, le agevolazioni per le donne

Ape rosa, pensione anticipata e opzione contributiva donne, salvacondotto, anticipo requisiti per maternità e invalidità: i benefici per le donne. Anche se l’età pensionabile (cioè l’età necessaria per ottenere la pensione di vecchiaia) dal 1° gennaio 2018 è uguale per tutti, uomini e donne, restano diverse agevolazioni per la pensione grazie alle quali le lavoratrici possono uscire prima dal lavoro, rispetto ai lavoratori. In alcuni casi si tratta di possibilità che tra poco tempo non si avrà più l’interesse di attivare, come il salvacondotto e l’opzione donna (anche se quest’ultima potrebbe essere prorogata), in altri casi di possibilità destinate a durare negli anni, come la pensione anticipata. Vediamo allora, nel dettaglio, quali agevolazioni per le donne sono previste per le pensioni 2018.

 Pensione anticipata donne 2018

La pensione anticipata, per la quale non è richiesto un requisito minimo di età, consente alle donne di uscire dal lavoro un anno prima degli uomini. Il trattamento, attualmente, è raggiungibile con 41 anni e 10 mesi di contributi, mentre per i lavoratori il requisito è pari a 42 anni e 10 mesi. I requisiti aumenteranno, in base agli incrementi legati alla speranza di vita, di 5 mesi a partire dal 2019. I requisiti, dal 1° gennaio 2019, saranno dunque pari a 42 anni e 3 mesi per le donne ed a 43 anni e 3 mesi per gli uomini. In seguito i requisiti dovrebbero aumentare, per entrambi, di 3 mesi ogni biennio.

Opzione donna 2018

L’opzione contributiva donne, nota anche come regime sperimentale, dà alle lavoratrici la possibilità di pensionarsi a 57 anni e 7 mesi di età (se dipendenti) o 58 anni e 7 mesi (se autonome), con 35 anni di contributi; le dipendenti devono attendere un periodo di 12 mesi dalla maturazione dei requisiti alla liquidazione della pensione (la cosiddetta finestra), mentre le autonome devono attendere 18 mesi. Il calcolo della pensione, in cambio dell’anticipo, è però effettuato col sistema contributivo, che risulta generalmente penalizzante perché si basa sui contributi accreditati e non sulla media degli ultimi stipendi. Il requisito di 35 anni di contributi per l’opzione donna deve essere stato raggiunto entro il 31 dicembre 2015, mentre i requisiti di età devono essere stati perfezionati entro il 31 luglio 2016: chi risulta aver maturato entrambi i requisiti entro queste date può pensionarsi quando vuole, anche una volta trascorso il periodo di finestra. Diversi comitati hanno chiesto la proroga della misura, ma ad oggi non ci sono stati risultati concreti.

«Non c’è da abolire la riforma Fornero. Semmai c’è da mettere sotto controllo le uscite assistenziali, varando un vero e proprio censimento degli interventi assistenziali che escono dalle tasche dello Stato, ma anche di Regioni, deiComuni, dalle diverse amministrazioni pubbliche. Oggi spendiamo circa 100 miliardi in assistenza. Magari rifacendo i conti considerando i diversi interventi ci sarebbero i margini». Il professor Alberto Brambilla, grande esperto in materiapensionistica, animatore del Centro studi Itinerari Previdenziali ed ex sottosegretario al Lavoro con delega proprio alla Previdenza Sociale, legge nel fuoco incrociato di Fondo monetario, Ocse e Unione europea uno sbarramento preventivo a qualsiasi intervento in materia previdenziale di un prossimo governo a trazione leghista. «Peccato che non conoscano i nostri numeri», taglia corto. [/read]