Valencia-Juventus streaming gratis –  Ci siamo tutto pronto le ultime notizie arrivano da Valencia parlano del ritiro della Juventus che poche ore fa è partita dal suo albergo del sono stati. La Juve incontrerà il Valencia una squadra molto ostica in casa, fortunatamente di bianconeri una importante è quella delle giocatore dell’Inter Kondofbia. D’altra parte Cristiano Ronaldo sarà titolare dai Real Madrid.

Valencia-Juventus è la prima partita di Champions League 2018-19 per la Juventus. Si giocherà Stasera  19 Settembre alle ore 21. La diretta del macht come di consueto è affidata in esclusiva a  Sky, che la trasmetterà su Sky Sport.

La Rai è riuscita a strappare un accordo importante, infatti trasmetterà ogni Mercoledi una partita di Champions giocata da squadre italiane.

Questo permetterà anche a chi non è abbonato Sky di vedere una partita di Champions in chiaro e gratis. Lo streaming per gli abbonati resta legato all’app SkyGo.

In questo modo, si potrà vedere il contenuto del proprio abbonamento anche sui device che supportano una connessione Internet.

Ma le possibilità di vedere Valencia-Juventus e tutta la Champions League in streaming non finiscono qui: si può sfruttare lo streaming legale dai siti e dalle televisioni che trasmetteranno i match.

Sia quelli gratis che quelli a pagamento, consentono un visione di alta qualità e assolutamente sicura. Anche se alcune TV hanno blocchi legati alla geolocalizzazione, niente paura: sarà sufficiente procurarsi una VPN per poter navigare in modo totalmente anonimo, con un IP del Paese a cui vogliamo collegarci.

Ecco alcuni suggerimenti utili per vedere Valencia – Juventus in streaming live con i siti delle emittenti che operano fuori dai confini italiani, un’alternativa molto apprezzata dal popolo del web:

  1. Portogallo con l’emittente Rádio e Televisão de Portugal;
  2. Paesi Bassi con l’emittente Sanoma Media Netherlands;
  3. Svezia con l’emittente Modern Times Group;
  4. Serbia con l’emittente Radio-televizija Srbije;
  5. Paraguay con l’emittente Sistema Nacional De Television;
  6. Slovacchia con l’emittente Slovenská Televízia;
  7. Turchia con l’emittente Turkish Radio and Television Corporation;
  8. Repubblica Ceca con l’emittente Ceca Ceská Televize;
  9. Suriname con l’emittente Surinaamse Televisie Stichting;
  10. Svizzera con l’emittente Schweizer Radio und Fernsehen.

Calma, anche in spagnolo. La parola chiave di Massimiliano Allegri resta quella: vincere la Champions è il traguardo, ma ora la Juventus deve pensare al primo passo. E nel ricordarlo il tecnico bianconero coglie l’occasione per far salire un po’ la pressione psicologica sulle rivali italiane: «Sento parlare tanto di Juve favorita, ma intanto dobbiamo vincere questa partita. Altrimenti è come ad agosto, quando tutti vincono lo scudetto: poi a settembre scricchiolano, a ottobre pensano al mercato di gennaio e a gennaio all’anno prossimo…».

Lanciata la frecciatina, torna sulla Champions e ribadisce che la partita di stasera ha un’importanza fondamentale, tale da condizionare il futuro: «Da questo risultato dipende il proseguio del cammino nel girone: se vinciamo sarà più agevole, se pareggiamo saremo comunque messi bene, se perdiamo sarà in salita».

Facile capire il perché: fermo restando che la squadra bianconera è la favorita, nel girone ci sono altre due formazioni in grado di puntare alla qualificazione, il Manchester United e proprio il Valencia (l’inserimento nella lotta dello Young Boys sarebbe la sorpresa della stagione). Conquistare i tre punti in casa di una delle due metterebbe la Juventus in una posizione di netto vantaggio intanto in chiave di qualificazione agli ottavi. E quello è il primo traguardo: «Intanto arriviamo al 30 dicembre con il passaggio del turno e da primi in classifica in campionato. Poi penseremo alla seconda parte della stagione».

NON SOLO CRISTIANO

Ribadita l’importanza del presente, il tecnico bianconero non nasconde qual è l’obiettivo: «E’ chiaro che siamo una delle quattro, cinque favorite e dobbiamo cercare sempre di restare tra le prime quattro della Champions, che è il risultato importante che la Juventus ha ottenuto in questi anni». Poi scatterà la seconda fase della missione. Per entrambe, però, servirà una grande Juventus, non solo un grande Cristiano Ronaldo. E Allegri alla vigilia del debutto ha voluto pubblicamente esaltare anche gli altri bianconeri, ribadendo il valore di una rosa che ha finito inevitabilmente per essere messa un po’ in ombra dai riflettori tutti puntati sul fuoriclasse portoghese: «Certamente la nostra autostima è aumentata, perché è arrivato il miglior giocatore del mondo, che con Messi si è diviso i Palloni d’oro e le classifiche dei marcatori di Champions League degli ultimi 10 anni. Però ricordiamoci che questa squadra negli ultimi quattro anni ha giocato due finali, una volta è uscita ai supplementari e una volta per un rigore nei minuti di recupero».

CERTEZZE

Per arrivare alla terza finale, Allegri riparte dalle certezze: «Sicuri di giocare sono Bonucci e Chiellini. Sarà molto difficile lasciare fuori qualcuno perché tutti sono in crescita a livello di condizione. Dybala sta bene e domenica ha fatto una buona partita fisicamente e tecnicamente: in attacco giocherà uno tra lui e Mandzukic oltre a Ronaldo. Per il resto devo valutare».

All’ennesima dichiarazione sul fatto che il Real Madrid senza Cristiano Ronaldo sia più squadra, o addirittura più forte (Dani Alves dixit), al tecnico del Valencia, Marcelino, è probabilmente scappato un “Ma farvi i cavoli vostri mai eh?!”. Già, perché stasera tocca a lui e ai suoi difensori affrontare CR7 e probabilmente avrebbe preferito preparare, e giocare, la partita contro un Cristiano Ronaldo dotato “solo” della già notevole fame di vittoria standard, per giunta accresciuta dal fattore Champions. E in tal senso, il «Non vedo l’ora» consegnato ai microfoni di Sky domenica sul prato dello Stadium è stato un messaggio eloquente.

Invece il tecnico del Valencia si troverà di fronte un Ronaldo che oltre alle fortissime motivazioni di sempre si porterà al Mestallla anche la voglia di smentire certi giudizi un po’ troppo taglienti nei suoi confronti, espressi in Spagna dopo il trasferimento di quest’estate dal Real Madrid alla Juventus.

ESAGERATI

Intendiamoci, non ci si poteva certo aspettare che i giocatori del Real Madrid e il nuovo tecnico Julen Lopetegui si mettessero a piangere davanti a ogni microfono, disperandosi perché senza CR7 non vinceranno più nulla. Non solo non potrebbero dire pubblicamente di essere meno forti senza il portoghese, ma è normale anche che non lo pensino: se lo facessero, non sarebbero i campioni che sono. E’ normale che Sergio Ramos, come ha fatto ieri, spieghi che «Cristiano ha lasciato un grande vuoto, ma l’abbiamo colmato e abbiamo una rosa che può competere alla stessa altezza di quando c’era lui».

Lo stesso Marcelo, che raggiungerebbe volentieri l’ex compagno alla Juventus e che in estate aveva chiaramente ammesso «Certo che ci manca, è il più forte del mondo», due giorni fa all’ennesima domanda sul vuoto lasciato dal penta Pallone d’oro ha risposto «Inutile parlarne, siamo una grande squadra». Dichiarazioni logiche e per nulla irrispettose, eppure già queste potrebbero solleticare l’orgoglio di Ronaldo.

Se però il capitano del Real e il brasiliano si sono limitati a voltare pagina e a concentrarsi sul futuro anziché rimpiangere il passato, c’è stato chi quella pagina l’ha girata in modo un po’ troppo sprezzante, quasi col gusto di lasciarci una spiegazzatura o un piccolo strappo. Che Julen Lopetegui sostenga pubblicamente la candidatura di Luka Modric al Pallone d’Oro è naturale: è un suo giocatore e tra la Champions vinta con il Real e la finale mondiale raggiunta in Russia ha tutti i requisiti per essere premiato. Dire che lo merita perché «è il più forte giocatore del mondo» magari è un tantino esagerato e suona come una frecciata nei confronti di Ronaldo (e non solo).

E lo stesso suono ce l’ha la spiegazione data da Mariano, nuovo attaccante del Real, riguardo alla scelta della maglia: «Ho preso la 7 perché l’hanno indossata tante stelle del Real Madrid, come Amancio, Juanito, Butragueno, Raul». E il «certo, anche Cristiano Ronaldo» aggiunto su puntualizzazione del giornalista della radio Cadena Cope, non cancella l’impressione di una gaffe troppo bella per non essere voluta. E nell’escursione sulla storia blanca si è dimenticato di Ronaldo (e anche di Puskas e Di Stefano, per dirne due), pure Carvajal: «E’ Raul il più grande della storia del Real».

Tornando al presente, nel modo di descrivere il Real di oggi da parte di Gareth Bale e Isco, sembra di avvertire la soddisfazione di chi si è tolto un peso: «La sua partenza rende tutto un po’ diverso. Forse un po’ più rilassante – ha detto nei giorni scorsi il gallese – Ora siamo più squadra, lavoriamo più come gruppo e non per un singolo giocatore». «Per ora ne stiamo facendo a meno – l’eco di Isco – Giocatori che prima non realizzavano molti gol ora ne segnano tanti». Concetto portato all’estremo da Dani Alves lunedì su Marca: «Penso che, al contrario di quello che credono tutti, il Real Madrid sia più squadra senza Cristiano, ora è un po’ più difficile di prima affrontarlo. Prima era concentrato molto sull’attacco e sul giocare su Cristiano. Ora, invece, il Real è più pericoloso, almeno per come vedo io il calcio. E penso di capirne un po’».

BENZINA SUL FUOCO

Non importa capire molto di psicologia, invece, per prevedere che l’atteggiamento un po’ snobistico tenuto nei suoi confronti dal mondo del calcio spagnolo (e non solo, viste le parole di Dani Alves), avrà probabilmente l’effetto di una tanica di benzina gettata sul fuoco dell’ambizione di CR7. L’ossessione di essere il migliore è stata uno dei principali fattori (assieme a doti tecniche e fisiche, ovviamente), che hanno portato Ronaldo a esserlo realmente. Vedere messo in discussione con tanta nonchalance il proprio status proprio da quel mondo che è stato testimone dei suoi anni più belli, gli ha dato l’ultima sferzata d’energia prima di scendere in campo stasera. Senza più l’ansia per il primo gol in bianconero e con la voglia di ribadire chi è e quanto vale.

E’ Champions League, ma a sentire Amedeo Carboni – leggenda italiana del Valencia – stasera la Juventus si troverà di fronte una squadra molto italiana al Mestalla. «Concordo – aggiunge il match analyst Andrea Maldera. Quella di Marcelino è una squadra molto tattica, con una identità precisa». Maldera, che lavora per l’Ucraina del ct Shevchenko e in passato è stato il tattico di Allegri al Milan, ha studiato per Tuttosport le due squadre.

Partiamo dal Valencia, che in Liga non ha ancora vinto: è davvero in difficoltà come dicono i risultati?

«In campionato non sono partiti bene e non è un caso che le prestazioni negative siano coincise con l’assenza per infortunio di Garay. L’argentino è un centrale d’esperienza che trasmette leadership a tutta la linea difensiva. Lo scorso anno si è rivelato un elemento determinante per la rincorsa alla Champions della squadra di Marcelino: senza di lui il Valencia perde parecchio, è più vulnerabile».

Dovesse fotografare tatticamente gli spagnoli?

«Il marchio di Marcelino, fin dai tempi del Villarreal, è un 4-4-2 fatto bene. In fase di non possesso sono una squadra molto diligente, applicata, compatta. Quando hanno palla gli avversari tendono a “stringersi” centralmente (immagine 3) concedendo pochissimi spazi tra le linee: preferiscono concedere le corsie esterne. E’ una squadra molto equilibrata, con uno stile simile a quello dell’Atletico Madrid di Diego Simeone: il Valencia lavora bene sugli intercetti, sulle seconde palle ed è molto abile nel chiudersi occupando tutti gli spazi».

Che tipo di partita dovrà fare la Juventus al Mestalla?

«Molto paziente, senza forzare le giocate».

Spieghi pure…

«I bianconeri dovranno avere tanta pazienza nella gestione della palla aspettando il momento giusto per cercare l’imbucata tra le linee o in profondità: Pjanic da questo punto di vista sarà fondamentale. E importantissimi, in fase offensiva, saranno i movimenti tra le linee di Cristiano Ronaldo (immagine 1) e di un altro attaccante. Oltre alle sovrapposizioni a turno di un terzino per dare ampiezza e allargare il gioco».

C’è dell’altro?

«Un’altra soluzione della Juventus sono gli inserimenti delle mezzali (immagine 2). Nel momento in cui Cristiano Ronaldo riceve palla tra le linee, la mezzala (Matuidi o Khedira) può far male buttandosi alle spalle della difesa avversaria. Per il Valencia sarà difficile assorbire e marcare gli inserimenti dei centrocampisti perché in quel modo si troverebbe obbligato a concedere tempo e spazi pericolosi a un attaccante straordinario come Ronaldo. Il portoghese è letale quando parte da sinistra, giocando a ridosso di una punta centrale come Mandzukic, abituato a far giocare bene tutti i suoi partner. Il terzo uomo del tridente juventino è quello che invece dovrà attacare maggiormente anche in ampiezza. L’importante per la Juventus sarà non farsi prendere dalla frenesia. Ripeto: forzare le giocate contro il Valencia è particolarmente pericoloso».

Perché?

«Sono abili in fase di intercetto e micidiali quando ripartono. Rodrigo è il giocatore più importante per la fase offensiva della squadra di Marcelino. L’attaccante della Spagna è bravissimo ad attaccare gli spazi, è esperto, calcia bene in corsa: se gli concedi spazio, è devastante».

La situazione in cui il Valencia è più velenoso?

«Quando è in possesso di palla Parejo (immagine 4), che è l’uomo di maggiore qualità del centrocampo, la difesa della Juventus dovrà “scappare” – cioè correre verso la propria porta – con i tempi giusti per non concedere la profondità a Rodrigo. Mi aspetto un Valencia “basso” e compatto davanti alla propria area di rigore pronto a riconquistare palla e verticalizzare immediatamente per Rodrigo. La squadra di Allegri per limitare questa caratteristica del Valencia dovrà lavorare bene a livello di marcature preventive. Tanto per capirci: anche quando i bianconeri saranno in possesso di palla ci sarà qualche giocatore che dovrà muoversi pensando a un’eventuale ripartenza degli spagnoli».

La Juventus ultimamente soffre i cross: qual è il problema?

«Penso sia una coincidenza, una questione di attenzione: parliamo di Bonucci, Chiellini, Benatia, tutti difensori esperti. In Champions dovranno alzare la soglia della concentrazione perché in Europa non ti perdonano nulla. Il Valencia non ha dei grossi colpitori a parte Batshuayi e Santi Mina».

Le due finali di Champions giocate negli ultimi quattro anni. Il ritornello juventino sarà ripetuto ancora a lungo, perché è da lì che ogni volta si riparte. Da Berlino, dove lui non c’era, e da Cardiff dove provò invano a limitare i danni di fronte a un mostro di nome CristianoRonaldo. Stavolta, però, qualcosa è cambiato: Gigi Buffon non c’è più ed ora Giorgio Chiellini affronta le battaglie europee con la fascia da capitano. Responsabilità ok, orgoglio pure, non pressioni in più, semmai il forte desiderio di soddisfare attese che devastano l’animo del popolo bianconero da 22 anni e mezzo. Da quando quella Coppa s’è fatta non irraggiungibile, però beffardamente sfuggente. «Sono arrivato in paradiso, ho toccato l’inferno e poi sono ritornato in paradiso»: è la parabola di Chiello, il signor Juve. Della Juve sprofondata e di quella risorta, compresa la strabiliante versione dell’ultimo settennato.
Dietro concetti chiari, probabilmente, si cela una chiara consapevolezza dell’importanza di una stagione praticamente da dentro o fuori. Perché quelle Orecchie continuamente inafferrabili, magari, con Ronaldo nel motore bianconero possono sembrare più vicine. Certo, purché la difesa dei campioni d’Italia torni a fare il proprio mestiere cancellando i quattro gol subiti in altrettante gare ufficiali: tre dei quali presi in una maniera simile per gravi carenze, sconosciute alla muraglia umana che dal 2011 governa la Serie A. «Lavoriamo tanto su queste disattenzioni e da oggi dobbiamo cancellarle su un campo dove anche le grandi spagnole faticano – spiega il capitano – Bisogna migliorare nella marcatura sui cross. Ne abbiamo già parlato tra di noi e occorre far meglio al più presto: in Italia ti possono perdonare, ma in Champions no». Poi, a proposito della coscienza da Champions di cui sopra: «Negli anni la nostra crescita è stata esponenziale, abbiamo voglia di giocare una grande competizione. Sì, ci sentiamo più forti, però da qui a definirci favoriti o pensare di avere già la Coppa in tasca c’è un abisso e da oggi dovremo colmarlo. Io ci credo, è giusto che sia così, ma è come negli ultimi anni, anche quando siamo arrivati in fondo oppure siamo usciti per un niente. Adesso l’importante sarà solo arrivare a marzo nella giusta condizione per poi giocarci tutti i trofei. E contro il Valencia è già una partita spartiacque. Le pressioni esterne? Noi dobbiamo solo andare in campo con la voglia di dimostrare che siamo forti. Senza ossessione, ma con equilibrio, maggiore energia positiva ed entusiasmo».
Il problema, stasera, è vincere a Valencia. Non pare una prospettiva così impossibile, gli spagnoli inseguono un successo in gare ufficiali che manca dal 20 maggio (2-1 casalingo al Deportivo La Coruna), ma questa è la Champions. Altra pasta, altra storia in ballo: «Dobbiamo fare un altro salto di qualità, perché l’obiettivo è vincere la Coppa. Come negli altri anni». Sperando in un lieto fine.

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Douglas Costa salterà la trasferta di Frosinone, le partite in casa contro Bologna e Napoli, la trasferta a Udine. Il giudice sportivo Gerardo Mastrandrea non tiene conto dei precedenti, nei quali l’ignobile gesto dello sputo addosso a un avversario è sempre stato sanzionato con 3 giornate di squalifica, ne aggiunge una e senza spiegare bene perché. La Juventus, tuttavia, prende e porta a casa: nessun ricorso, anche se l’anomalia potrebbe almeno valere il tentativo. I vertici bianconeri considerano Douglas Costa colpevole per quello sputo addosso a Di Francesco e quindi non cercano sconti di pena, anche se hanno notato la disparità rispetto ai giudizi del passato. Così come non è tramontata la volontà di punire con una multa della società il brasiliano, proprio perché con il suo attimo di follia ha provocato un danno pratico (mancherà per quattro partite) e uno di immagine al club. Detto ciò, Douglas Costa resterà a disposizione di Allegri per la Champions League (si giocherà il turno di questa sera e il prossimo durante la squalifica in campionato di di Costa) che lo utilizzerà senza imbarazzi.
Qualche imbarazzo, invece, si ha fra le istituzioni: perché ieri il giudice sportivo di fatto non ha preso in considerazione la prova tv come richiesto dal procuratore federale Giuseppe Pecoraro per una gomitata di Douglas a Di Francesco. Il giudice scrive: «data la parziale ammissibilità della prova televisiva ai sensi dei requisiti previsti dall’ art. 35, 1.3, CGS». La parziale inammissibilità è legata al fatto che di tutto quello che elenca il procuratore solo quella gomitata non è stata vista e sanzionata dall’arbitro (il giudice, comunque, la reputa non avere con «sufficiente grado di certezza i connotati della condotta violenta»), ma sotto sotto c’è anche la questione Var contro prova tv. Quella gomitata è chiara nelle immagini, quindi seppur non vista da Chiffi in campo, è stata sicuramente vista da Rocchi e Liberati al Var. Quindi, il procuratore federale chiedendo la prova tv ha, di fatto, delegittimato gli arbitri della partita che complessivamente avevano valutato quell’episodio (prendendo la stessa decisione del giudice sportivo, per altro). La domanda è, quindi: ha senso la prova tv se c’è il Var? Se ne parlerà, perché gli arbitri non hanno preso bene la richiesta di Pecoraro.
Non ha preso bene la vicenda neppure Eusebio Di Francesco, papà di Federico: «Sono indignato per quello che ho sentito su presunte parole dette da Federico (in realtà solo illazioni, perché Costa non ha detto nulla in proposito, ndr). Ha preso uno sputo, un’umiliazione enorme, e non ha reagito. Dico solo che l’unico che non ha preso scuse è stato lui. Sono orgoglioso di lui come uomo. È passato quasi da vittima a colpevole sui social, dove alcuni ci hanno augurato la morte. Non dico altro». Massimiliano Allegri, invece, difende Douglas: «Douglas è un ragazzo d’oro. Dimostrerà in futuro con il fair play cosa veramente è». Magari da stasera.

Ma stasera Jorge Mendes per chi tiferà? E Peter Lim come accoglierà il suo amico-cliente Cristiano Ronaldo? Sono gli interrogativi più intriganti della sfida a Mestalla per un triangolo senza precedenti. Basti pensare che il tycoon di Singapore è amico e socio di Mendes (attraverso la Meriton Capital Limited). E proprio l’uomo d’affari asiatico ha rilevato la gestione dei diritti d’immagine di CR7, un business da decine e decine di milioni. Un rapporto di fiduria nato quando Cristiano era al Manchester. Peter Lim, infatti, è proprietario di un albergo di fronte all’Old Trafford e a quei tempi era un fan scatenato del portoghese. Nacque così l’airùdzia tra i tre. Era anche con Mendes a Torino il giorno della presentazione di Cristiano in bianconero. Una presenza discreta, tutto in amicizia, per carità. Ma è chiaro che gli interessi economici fanno il resto. Non a caso il proprietario del Valencia è un habituée del mondo ronaldino, ma soprattutto del suo mentore.

INVESTIMENTO Per dirla tutta l’accoppiata LimMendes nell’ultimo decennio ha girato in lungo e in largo per individuare rinvestimeto giusto. Il tour comincia dall’Inghilterra con gli approcci (inutili) perii Liverpool. Ma nel 2014 arriva la tappa milanese, con il vertice di Arcore. L’offerta di 300 milioni per la maggioranza del Milan (debiti a parte) non convince Berlusconi, allora tentato da Mister B. Cosi in poche settimane l’intraprendente duo sdoglie gli ultimi nodi della trattativa avviata nei mesi precedenti per il malridotto Valencia, appunto. Un deal da 100 milioni nell’immediato e l’impegno ad appianare un debito di 330 milioni di euro. In 4 anni la nuova gestione ha avuto i suoi alti e bassi, ma ha ripreso l’Europa che conta. E la tifoseria ha accolto Lim con tutti gli onori, considerandolo il salvatore della patria. Lo Special agent va subito in prima linea. Con risultati altalenanti e con affari ad intermittenza. Un esempio? La cessione di Otamendi al Manchester City è suturata dall’arrivo di Abdamour dal Monaco, subito bollato per un rendimento deludente. Allo stesso modo non esaltano né Garay né Mandala. Tuttavia Jorge confeziona anche dei transfer da applausi: dalla significativa plusvalenza per André Gomes (al Barcellona) al boom di Rodrigo, acquisito per 30 milioni e in estate inseguito dal Real Madrid per cifre almeno triple.

CAPOLAVORO Ma il capolavoro risponde al nome di Gon^alvo Guedes, il talento portoghese che Lim ha strappato al Psg per 40 milioni, con bonus per altri 17. L’acquisto più caro della storia calcistica valenciana, ovviamente con la benedizione di Mendes. E lo sbarco di Guedes, il 28 agosto, è l’apoteosi di un’estate eccitante. La rincorsa per l’approdo in Champions, i dribbling al fair play finanziario e un mercato più che accorto. E la Juve dà un aiuto indiretto, acquistando Joao Cancelo (altro pupillo di Jorge) proprio per 40 milioni di euro. Quei soldi che, poi, serviranno per aggiudicarsi proprio Guedes. Il cerchio si chiude e tutti sono febei: perché ad Andrea Agnelli l’astuto Jorge ha portato la preda più ambita, CR7. Chiaro no?

Tre? Quattro? Cinque? Alla fine lo sputo di Douglas Costa per il giudice sportivo Gerardo Mastrandrea vale quattro giornate di squalifica, sanzione che sembra essere più il frutto di una valutazione complessiva di tutti i gesti del brasiliano che l’effetto di un’attenta lettura del codice di giustizia sportiva. Spieghiamo: il giocatore della Juventus viene punito “solo” per lo sputo, gesto che è equiparato alla condotta violenta (tre giornate) ma non di parùcolare gravità (cinque). Come si arriva a quattro? L’impressione è che nel conto sia finito anche il gomito alto poggiato su Di Francesco, non visto dall’arbitro Chiffi né segnalato dalla Var, perii quale la Procura federale aveva richiesto l’utilizzo della prova televisiva II giudice l’ha ammessa, e dopo averla visionata ha considerato che il gesto non fosse sanzionabile. «Seppur oggettivamente antisportivo – ha scritto Mastrandrea nel comunicato ufficiale -, non sembra assumere con sufficiente grado di certezza i connotati della condotta violenta». Tradotto: sei giornate sarebbero state davvero eccessive, ma il gesto è comunque esecrabile e lo hanno visto tutti (a parte Chiffi), motivo per cui una giornata comunque se la merita. Ecco come si è arrivati a quattro: un ragionamento forse di buon senso.

MULTA Sì, RICORSO NO Quel che resta del raptus del brasiliano è che Massimiliano Allegri lo perderà per Prosinone, Bologna, Napoli e Udinese. Quattro partite in un momento delicato della stagione, con la Juventus che giocherà ogni tre giorni tra campionato e Champions League. Al tecnico resta la consolazione di poterlo utilizzare in Europa: a Mestalla non ci saranno sgabelli per Douglas Costa, che verrà pesantemente multato ma è stato regolarmente convocato per Valencia

DANNO E SHOCK «Devo ancora decidere se farlo giocare – ha spiegato il tecnico – ma di sicuro non andrà in tribuna. Domenica c’è stato un episodio molto spiacevole, che ha sorpreso tutti, anche il protagonista. Però ha chiesto scusa, pagherà con le 4 giornate di stop, la società non farà ricorso e Douglas e avrà la possibilità di dimostrare con il fair play che è stato solo un caso isolato. Se non giocherà domani sarà solo per scelta tecnica II primo a essere distrutto è lui. Noi abbiamo subito un danno di squadra perché lo perderemo a lungo in campionato, lui ha subito uno shock perché ha fatto qualcosa fuori dal suo comportamento: Douglas è uno che se vede una mosca si sposta». «Da pane nostra c’è solo vicinanza – ha aggiunto Giorgio Chiellini -, si è sempre comportato bene, sa si aver sbagliato, pagherà ma non va crocifisso. E’ un ragazzo d’oro che ha perso la testa».

RABBIA Via social è arrivata la replica indignata di Federico Di Francesco: «Non permetto che mi vengano attribuiti comportamenti e/o frasi razziste che non appartengono ai miei valori etici e che sono frutto dell’immaginazione altrui. Chiedo e pretendo rispetto!». Così l’attaccante del Sassuolo ha risposto su Twitter all’ipotesi di insulti razzisti rivolti al brasiliano prima dello sputo. «Sono turbato dalle illazioni e dalle invenzioni apparse su alcuni media nazionali. Tutto ciò è offensivo e denigratorio».

Cuore di padre, verrebbe da dire, ma forse c’è anche qualcosa di più. Eusebio Di Francesco difende suo figlio Federico – pur vittima inequivocabile dello sputo di Douglas Costa – perché sa che all’universo dei social l’accusato ha trovato sin troppi difensori, pronti a ipotizzare qualcosa che finora non ha trovato riscontri.

INDIGNAZIONE «Sono indignato per quello che ho sentito su presunte parole dette da Federico a Douglas Costa – dice l’allenatore della Roma, che addirittura ringrazia per la domanda, segno inequivocabile della voglia che ha detto di proteggere il suo ragazzo – . Alla fine è stato l’unico a prendere uno sputo, umiliazione unica per un uomo che avrebbe magari reagito in maniera differente. Federico invece è stato un grande uomo, e di questo sono orgoglioso come padre. L’unico che non ha preso scuse è stato lui ed è assurdo, anche se non dovrei essere io a prendere le sue difese. Sono dispiaciuto e rammaricato, Federico è già passato da vittima a colpevole».

SFOGATOIO Ovvio che il riferimento non sembra verso persone in carne ed ossa, ma a quello sfogatoio dei peggiori istinti che spesso è diventato il web, con gente che ha rispolverato un presunto saluto romano fatto dal figlio dell’allenatore ai tempi del Lanciano, dopo aver segnato un gol al Modena. L’episodio scatenò un mare di polemiche, ma anche in quel caso papà Di Francesco difese il figlio (così come tanfi altro, e ad anni di distanza si è ripetuto, sapendo bene che il polverone sollevato dall’episodio del brasiliano ora è ancora più grande. «Mi rendo contro che questi sono i sodai – prosegue il tecnico della Roma-. Ho visto addirittura che c’è stato anche chi ha augurato anche la morte a me e mio figlio. Non dico altro». Per ora. Perché non è detto che non sia chiamato ancora ad intervenire.

Stasera, se non si fosse capito, giocano i comandanti. La Champions della Juventus per la prima volta in epoca moderna non è un’avventura o un’esplorazione ambiziosa del continente: è una campagna di conquista. Per questo servono i giocatori di garanzia: in Europa, se prendi gol e vai sott’acqua, rischi di essere trasportato dalla corrente. E poi Valencia inganna. Sulla carta è una città perfetta per una vacanza a settembre: caldo, bella gente, uno stadio in città che fa simpatia. Appunto.

Ieri in mezz’ora il tempo è passato da «estate piena» a «pioggia», la bella gente durante la partita fa un gran rumore e lo stadio simpatico, negli anni buoni, ridimensionava regolarmente il Barcellona, il Manchester United, la Lazio poi campione d’Italia e l’Arsenal di un Wenger quasi giovane. Non per caso Allegri, parlando di formazione, ha cominciato dai due generali della difesa: «I due che giocano di sicuro sono Bonucci e Chiellini». Assieme a loro i simboli di questa vigilia sono Cristiano Ronaldo, Sami Khedira e Mario Mandzukic, i tre che hanno già vinto la Champions.

PLURIDECORATO: CRT Cristiano ieri camminava a Mestalla con l’aria serena. Prima di tornare negli spogliatoi una voce gli ha chiesto «sei febee a Torino?» e lui fa sorriso: probabilmente si sente a suo agio. Qui a Valentia in fondo ha segnato otto volte e nel 2011 ha vinto una Coppa del Re con gol nei supplementari: è venuto, ha visto, ha vinto. Il suo primo trofeo al Real. Non ti sarebbe da stupirsi se stasera aggiungesse un puntino alla cartina delle 27 città europee conquistate. In Champions ha segnato da Nord a Sud, a Malmò e Nicosia, dall’Oceano agli Urab, a Lisbona e a Mosca. Sui parastinchi ha i segni di mille serate in giro per il continente ma stasera tanti lo fischieranno. Sempre e comunque, al centro dell’attenzione.

LA RETROGUARDIA: KHEDIRA

Il Valencia sulla carta è una squadra in difficoltà, da tre punti in quattro partite di Iiga. Davanti però ha qualità, due tra Rodrigo, Gameiro, Batshuayi e Santi Mina andranno in panchina, sulle fasce giocheranno Soler e Gonzalo Guedes. Il punto debole è in mezzo al campo, dove la Juventus può far male con Khedira, oltre che con Pjanic. Sami nel 2014 lia vinto sia la Champions League col Reai sia il Mondiale con la Germania e per tutti i suoi allenatori è stato uomo da partite importanti. Allegri non fa eccezione: Khedira si nota poco, non piace a chi guarda solo gli highlights ma sa sempre che cosa fare. Una volta disse: «Preferisco andare in sala pesi che fare shopping». Una buona descrizione.

IL DURO: MANDZUKIC Mario non è sicuro di giocare – «o lui o Dybala», ha detto Allegri – però è sereno come poche volte nella vita: sente la fiducia di Allegri e con Cristiano ha trovato il feeling. Poi è nella categoria di CR7 e Khedira. Intanto perché gioca le partite importanti megb’o di quelle normali: ha segnato nell’ultima finale mondiale e in quelle di Champions League del 2013 e 2017, nel 2012 ha sognato di segnare a Buffon in Croazia-Italia dell’Europeo e prontamente ha eseguito. Poi perché, quando segna lui, la squadra (quasi) sempre vince. Nella Juventus che inizia la Champions è l’attaccante di fatica – a 11 anni correva 3.350 metri nel test di Cooper, come gli adulti… – e se serve ha la faccia cattiva in dotazione. Quando la curva della Juve all’Alhanz Stadium gb dedicò una coreografia, scrisse: «Tra gli uomini, i guerrieri». È una buona frase- manifesto anche per stasera.

La prima volta che Massimiliano Allegri mise piede in Spagna per giocare la Champions fu sette anni fa: era metà settembre, faceva caldo come adesso e al Camp Nou col Barcellona fini 2-2, col gol lampo di Alexandre Pato e il pari finale di Thiago Silva. Da allora quello con le squadre spagnole è diventato un appuntamento fisso: il tecnico tra Milan e Juventus ha affrontato spesso Barca e Real, ma anche Siviglia (2 volte), Malaga (da cui fu sconfitto in trasferta). Atletico e ora il Valencia. LA liegi europeo 8.0 riparte da uno stadio caldo, il Mestalla, e da un’avversaria in crisi di risultati ma con la nomea di guastafeste, t con un’euforia causa Cristiano Ronaldo tutta da gestire.

NONSIAMOFAVORITI«L’obiettivo della Juve è sempre quello di restare tra le prime 4 – dice l’allenatore -. Sento dire che siamo i favoriti, in realtà siamo solo una delle 4-5 squadre che possono vincere la Champions, ma questo torneo è strano: se laste, pensiamo a vincerne una. Domani (oggi, ndr) servirà una gara da grande squadra. Con una vittoria il nostro cammino sarà agevole, con un pari saremo messi bene, con una sconfitta sarà tutto in salita». Nella Juventus c’è ancora un superstite della B, che oggi debutterà in Champions da capitano: Giorgio Chiellini. «Ci sentiamo più forti – ammette -, c’è stata una crescita costante, ma da qui a definirci con la coppa in tasca c’è un abisso».

I DUBBI Chiellini è, insieme a Bonucci e Ronaldo, uno dei pochi sicuri del posto (Allegri dixit). De Sciglio non è partito per un trauma distrattivo al flessore: starà fuori 15 giorni. Il tecnico come d’abitudine semina dubbi: «Non so se giocherò a due o a tre in mezzo. Dybala sta bene nonostante la botta, schiererò uno tra lui e Mandzukic. In difesa potrei far riposare Alex Sandro e mettere Cuadrado a destra e Cancelo a sinistra. In quel caso in attacco a destra può esserci spazio per Bernardeschi o Douglas Costa. Domani sarà difficile lasciare fuori qual ai no».

Un tempo la Spagna produceva ottimi giocatori, poi ha imparato a produrre ottime squadre e ha conquistato il mondo. Il Bernabeu si è alzato in piedi per Del Piero e Totti (giocatori), in questi anni noi ci siamo alzati in piedi mille volte per un’azione corale del Barcellona, La storia recente è una lunga sottomissione al calcio spagnolo. Con poche isole d’orgoglio, tipo la vittoria dell’Italia di Conte a Euro 2016. Stasera il duello si ripropone: Real-Roma, Valencia-Juve. Spagna-Italia.

Apparentemente il mondo è cambiato: la Francia ha portato al potere un calcio di speculazione e ripartenze. Le campane russe hanno suonato a morte per il tiquitaka, poi però la Spagna ne ha fatti 6 ai vi ce-campioni della Croazia e si è intuito che certi principi (possesso, palleggio, coraggio offensivo, tecnica in velocità) funzionano ancora. Anzi: sono l’eternità del calcio. Una conquista definitiva, come la ruota.

Dalla Juve d aspettiamo un primo passo nella competizione che faccia rimbombare Valentia, un ingresso in scena degno  e della squadra di Ronaldo, il più forte del mondo. Perché anche la prima partita aiuta a vincere la finale. I match del girone non servono solamente per staccare un pass. Ogni prestazione di grande qualità e personalità è una badilata di autostima in più nella cuore della Signora, una convinzione in più di essere in linea con i pronostici; e nello stesso tempo è un messaggio intimidatorio alla concorrenza.

C’è un’alta ragione che suggerisce ad Allegri di non accontentarsi del risultato, come per vezzo ama ripetere. Questo campionato rischia di essere ancora meno allenante dei precedenti, vista la disparità di valori. E allora Max deve interpretare le 6 partite del girone come 6 giri di pista per testare l’andatura da Gran Premio, cioè i ritmi da tenere da marzo in poi: aumentare la qualità del gioco, l’intensità agonistica e non pestare il freno dopo il vantaggio. Quelli che vincono in Europa fanno così.

Allegri gioca spesso a fare quello legato alle nostre tradizioni, ironico con sacchisti e sarristi. In realtà guarda al futuro. La sua Juve è sempre in evoluzione. L’ultima, senza moduli e posti fissi, è stata avanguardia pura, in linea con le variazioni sul tema di Guardiola. L’evoluzione deve proseguire.

La tradizione serve da trampolino per andare oltre. Prendiamo la città di Valentia. C’era un fiume, il Turia, che esondava e faceva disastri. E’ stato deviato e il suo letto si è trasformato nel più originale giardino d’Europa. Nel letto della nostra tradizione difensiva possiamo far scorrere lo spirito spagnolo: tecnica, intensità e coraggio. A questo deve tendere la Juve, che ha preso il giocatore migliore e ora deve migliorarsi per farlo rendere al massimo. Molto prima di marzo. 1 grandi non aspettano. Ieri Messi ne ha fatti 3. CR7 qui in Spagna ha una gran voglia di rincorrerlo, già stasera.

Amedeo Carboni oggi vive a Barcellona, ma è stato a Valencia per quasi vent’anni, 9 dei quali passati a correre su e giù per la fascia sinistra di Mestalla. È rimasto legato al club e conosce molto bene spirito ed energia di uno stadio umorale.

Che partita si aspetta? «Con un chiaro favorito, la Juventus, che però dovrà fare una grande parata per vincere: il Valencia non è partito bene ma la Champions è sempre un’altra storia, in città c’è grande entusiasmo e la squadra è buona».

Le armi migliori della squadra di Marcellno? «La rapidità nella transizione: Rodrigo, Guedes e Soler hanno fiato, gamba e piede. Non hanno problemi a correre e hanno la tecnica per farlo con intenzioni serie. La Juve farà la partita ma deve stare attenta, il Valencia non va sottovalutato».

EI problemi? «L’assenza di Kondogbia, uno dei migliori lo scorso anno. Uno importante tatticamente e fisicamente. E poi la coppia di difensori centrali: Gabriel Pauli- sta e Diakhaby non sembrano bene assorari. La Juve ne può approfittare».

Come vede la Juventus? «Mi piace tanto. È una grande squadra perché anche quando soffre rimane sempre in partita. Vuol dire che è matura per qualsiasi traguardo».

Champions compresa? «Chiaro. Questo è l’obiettivo legato all’arrivo di Ronaldo. Il portoghese non è mica andato lì a vender magliette, vuole vincere. Si sta ancora adattando, un periodo di conoscenza che c’è per tutti. Il campionato italiano poi è il più duro a livello difensivo. Un torneo differente richiede del tempo per imparare a muoversi E lo stesso vale nell’altro senso, per i compagni di Ronaldo: devono sempre guardarlo, vedere deve va. Hai preso Ronaldo perché vuoi qualcosa in più, ma devi dargli libertà e adattarti a lui».

E Dybala? «È uno di quei giocatori che hanno un po’ tutto ma che può avere un futuro importante solo se sarà bravo a trovare continuità. Il giocatore forte si vede anche quando gioca male e lui deve superare quello scalino».

Stasera c’è anche Real Madrld- Roma, per lei ricordi e affetti. «E Real è nettamente favorito. Ha iniziato bene e la Roma no. D Madrid ha perso Ronaldo ma ha trovato lo sviluppo di altri giocatori che erano obbligati a guardarlo prima di fare la giocata. Baie, Benzema e Asensio sembrano più sciolti e liberi. La Roma non ha ancora trovato una sua forma ma non deve guardare al campionato, la Champions offre energie inattese, basta pensare all’anno scorso».

E lei cosa fa?

«Lavoro per una società che organizza grandi eventi e che negli ultimi anni si è spedalizzata nel restyling degli stadi. Abbiamo iniziato da Mestalla, poi abbiamo rifatto gli impiantì di Levante, Malaga, Siviglia, Betis, Vigo, Huescae il Wanda Metropolitano». E il risultato è brillante, aggiungiamo noi.

Chiamatela pure la Cristiano League, in fondo ha i numeri per pretenderlo: ne ha vinte cinque, ha segnato più di tutti (121 gol in 157 partite), ma soprattutto ama quella Coppa più di qualsiasi altro giocatore che vi partecipi. Chiunque abbia incrociato Ronaldo negli ultimi dieci anni ha captato l’effetto magico che esercita su di lui la massima competizione per club. E’ il suo palcoscenico, quello più luminoso, quindi quello sul quale brilla di più e, inutile girarci intorno, la vanità è uno dei motori più potenti fra quelli che fanno girare la macchina di muscoli con il numero sette della Juventus. Più la partita è importante, più gente intorno al mondo la sta guardando, più conta per far risplendere la propria gloria e più ci sono possibilità che Cristiano Ronaldo giochi al suo meglio. Non che snobbi i piccoli impegni, anzi! Zidane lo doveva convincere con lunghissimi e diplomatici discorsi a mollare il colpo in certe partitacce contro le piccole della Liga, in modo da preservarsi per i match che contano. Tuttavia, quando si tratta di Champions League, gli scatta qualcosa dentro, si accende un interruttore segreto e Cristiano entra in modalità Champions.
L’anno scorso è stato brutale nell’annientare gli avversari nel percorso che ha portato il Real Madrid a Kiev, andando in gol in tutte le partite (tutte!) dalla prima ai quarti di finale, con un totale di 15 gol in dieci partite, realizzando 5 doppiette.

Non ha messo a segno nessuna rete nelle semifinali con il Bayern e in finale con il Liverpool, rimanendo tuttavia determinante nel successo finale. Nell’edizione precedente aveva firmato 12 reti in 13 partite, risultando estremamente decisivo nei quarti e nelle semifinali con due triplette consecutive contro Bayern e Atletico.
«La Champions per lui significa qualcosa di più. Anche perché è la competizione che, soprattutto negli anni senza Mondiali ed Europei, risulta essere più decisiva di tutte per assegnare il Pallone d’Oro a cui lui tiene tantissimo», ha spiegato qualche mese fa Guillem Balague, il giornalista-scrittore che ha scritto una delle biografie più importanti sul fenomeno portoghese. Così come lo stesso Zinedine Zidane, che insieme con lui ha vinto le ultime tre Champions League, una volta aveva spiegato: «Quando sente aria di Champions League, Cristiano sembra innestare un’altra marcia. Non che nella Liga vada più lento, solo che quella competizione gli tira fuori ancora più velocità».
I numeri sono lì a dimostrare che in Coppa Ronaldo è completamente dominato dalla sua irrefrenabile smania di scrivere la storia e di apporvi il proprio nome in cima a quello di tutti gli altri. Nelle sue prime interviste da juventino, CR7 ha indicato in quel trofeo il suo obiettivo primario e, nella sua scelta di sposare la causa bianconera, ha inciso certamente il fatto che quella Coppa sia anche l’ossessione del club e di milioni di suoi tifosi. Cristiano, da solo, ne ha vinte cinque, tre in più della Juventus nella sua storia, ma non gli bastano. Vuole la sesta, che gli permetterebbe di agganciare il leggendario FranciscoGento che con il Real ne ha conquistate sei e di superare Florentino Perez che da presidente ne ha alzate cinque. Piccole vendette fra (ex) amici.

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Qualcosa è cambiato. Ed è cambiato per sempre, perché la Juventus non torna più indietro da quest’estate. L’ingaggio di Cristiano Ronaldo ha segnato un passaggio definitivo e Andrea Agnelli lo ha spiegato in un’intervista al Financial Times. «L’acquisto di CR7 per la prima volta ha avuto un risvolto tecnico e uno commerciale», spiega il presidente chiarendo quello che, in fondo, si è capito da subito: Ronaldo sarà l’arma per provare a vincere la Champions League, ma nello stesso tempo sarà la chiave per aprire la porta della fama mondiale per il marchio bianconero. Una strategia dall’efficacia garantita, visto e considerato l’enorme portata della popolarità di quello che è senza dubbio il calciatore più famoso del mondo e uno dei cinque sportivi più conosciuti.
Il club è entrato in un’altra dimensione, quella nella quale ci sono il Barcellona, il Manchester United, il Real Madrid e il Bayern Monaco. Una strettissima cerchia che grazie alla risonanza globale del proprio nome alimenta il fatturato. Il che innesca un circolo virtuoso nel quale per tenere sempre alto il nome del club e incassare i soldi necessari a pagare l’ingaggio dei campioni, servono sempre altri campioni.

«Programmeremo uno alla volta i passi che ci porteranno a essere i numeri uno al mondo», ha spiegato Andrea Agnelli, chiarendo quindi che l’obiettivo finale è quello: riportare la Juventus al di sopra di tutti. Ambizioso? A questo punto realistico, nel senso che servono ancora dei passi, come spiega il presidente, ma il salto di qualità registrato con l’arrivo di Cristiano Ronaldo consente di programmare quei «passi», con la stessa lucidità con la quale sono stati programmati quelli che hanno portato a CR7. Le riunioni della scorsa primavera nella sede della Exor, con John Elkann e Sergio Marchionne, sono servite proprio a pianificare il cambio di strategia. Fino alla scorsa stagione, la Juventus aveva come obiettivo il raggiungimento di risultati e l’equilibrio di bilancio. Il traguardo, quindi, si ottenevano con la costruzione di una squadra nella quale si cercavano le occasioni e si limitavano gli stipendi. Ronaldo ha cambiato tutto o quasi, perché ha aperto la porta ai super top, quella categoria di giocatori che per costo del cartellino e, soprattutto, per il peso dell’ingaggio erano proibiti nella pianificazione del mercato.
Ora servono proprio quei giocatori, quelli che non solo possono fare la differenza in campo, ma riescono anche a prommuovere a livello globale il marchio, ripagandosi in questo modo l’ingaggio.
Fiumi d’inchiostro sono stati versati negli ultimi due mesi per spiegare l’impatto che CR7 sta avendo nei conti della Juventus, dagli abbonamenti allo stadio alle magliette vendute, dai nuovi sponsor che arrivano all’indotto provocato dall’aumentata popolarità del club. La Juventus, per esempio, sta apprestandosi a rinegoziare il contratto con Adidas e, molto probabilmente, lo farà anche con Jeep. Il valore della maglia, sovraesposta sui social grazie all’effetto Cristiano, potrebbe triplicare e questo consentirà non solo di ammortizzare i costi del portoghese, ma anche di acquistare altri campioni di quel livello. Quali? Agnelli dice: «Dobbiamo metterci nelle condizioni di prendere il prossimo Cristiano Ronaldo, ma questa volta di prenderlo a 25 anni». Una frase che fa sognare, perché giocatori del livello di CR7 sotto i 25 anni ingolosiscono solo a pensarci. A stilare un elenco ristretto si possono nominare: Kylian Mbappé, Paul Pogba, Marco Asensio, HarryKane, Sergej Milinkovic-Savic. Acquisti impossibili? Sulla carta sì, alcuni più impossibili di altri. Ma appena quattro mesi fa era impossibile anche l’ipotesi che la Juventus fosse in grado acquistare Cristiano Ronaldo. Qualcosa è cambiato e indietro non si torna: se il dominio del calcio mondiale è l’obiettivo, la strada non può essere che quella dei campioni. [/read]