L’allegrata stavolta è stata in parte indotta da un infortunio: fuori Alex Sandro (risentimento ai flessori) e dentro Cuadrado, con spostamento di Cancelo a sinistra. E la cosa funziona, perché Cuadrado punge di più e il Valencia, che si difendeva, crolla. Tuttavia non è particolarmente soddisfatto, MassimilianoAllegri, per la solita vecchia storia: «Bisognava essere più lucidi nel cercare il secondo gol, per carità la squadra ha fatto bene, ma bisogna fare meglio con la palla tra le linee, andare dritti verso la porta, non tornare indietro. Rispetto alle altre volte abbiamo fatto meno bene questa cosa». In compenso nessuna distrazione nel finale, che avrebbe fatto infuriare il tecnico che ammette le difficoltà oggettive contro un avversario che ha più pensato a difendersi: «Il Valencia ti concede poco o niente. Assomigliano molto all’Atletico Madrid nel modo di difendersi. E’ una squadra difficile da giocarci contro, soprattutto quando gli spazi si strigono e loro stanno sempre coperti. In questi casi bisogna essere lucidi, noi lo siamo stati, ma non abbastanza, perché con il secondo gol avremmo sofferto di meno nel finale».

E così Allegri centra per la nona volta consecutiva nella sua carriera (Milan più Juve) gli ottavi di finale di Champions League: non è esattamente un dettaglio per un allenatore di questo periodo del calcio internazionale, in cui superare la prima fase della Champions è il primo obiettivo che qualsiasi società pone al tecnico. Per intenderci, Allegri, superato Mourinho, è all’inseguimento di Arsene Wenger a cui appartiene il record di qualificazioni consecutive: 14.

Con gli ottavi di finale in tasca, è il momento di un primo piccolo bilancio: «La squadra è cresciuta e continua a crescere. Per nove undicesimi è quella dell’anno scorso, ma ha aumentato la velocità dei passaggi e il modo di sviluppare la manovra. Abbiamo più qualità, dobbiamo trovare il modo di sfruttarla in modo ancora più efficace. Però sappiamo usare anche la testa, come contro il Valencia: è stata una partita giocata con la testa, anche perché in questi casi ci vuole pazienza nel cercare il gol, senza farsi prendere dalla frenesia. Con il Manchester United, paradossalmente, sembrava tutto più facile perché loro ti concedono più spazi e quindi il gioco si sviluppa meglio. Però poi alla fine con il Manchester abbiamo perso, questa volta abbiamo vinto, perché non è mancata la concentrazione nel finale. Il Valencia in fondo è pur sempre la migliore difesa della Liga. Noi nel primo tempo eravamo un po’ spaccati e questo era il loro vantaggio, poi ci siamo riuniti nella ripresa e abbiamo preso in mano la partita».

Immancabili elogi a Cristiano Ronaldo: «Ha fatto una grande partita ed è stato ancora una volta decisivo aiutandoci con quell’assist». Si pensa già al sorteggio: «Non mi interessa pensarci adesso. Forte, debole… chi arriva arriva, dovremmo dimostrare di essere più forti e meritare il passaggio del turno».

Pende di qua e pende di là, questa Juventus in versione torre di Pisa pende sempre dalla parte di Joao Cancelo. Calamita per il gioco dei bianconeri, calamità per le retroguardie avversarie. Come quella del Valencia, varcata all’Allianz Stadium non da una bensì da due brecce. Muro colpito, incrinato e infine sgretolato dal grande ex della serata. A destra, dove ha agito nel primo tempo, o a sinistra, dove si è spostato nella ripresa, ben poco cambia. La formazione di Massimiliano Allegri si è appoggiata prima da una parte e poi dall’altra con la naturalezza di chi sa di affidarsi al proprio lato forte, venendo ripagata dall’ormai consueta – enorme – prestazione dell’esterno lusitano. Che ha incessantemente puntato e scavalcato la difesa iberica, ma che – come da recente tradizione – non si è certo limitato alle galoppate in corsia. Partecipando attivamente anche alla fase di costruzione della manovra, scatenando l’applauso del pubblico bianconero in occasione di un paio di ripiegamenti da difensore compassato.

Ovazione dell’Allianz oggi tributata a lui come un tempo quella del Delle Alpi a giocatori entrati nel cuore del popolo bianconero. Giocatori la cui stima e il cui affetto valicano lustri, successi, delusioni. Figurarsi, poi, se si tratta di un vero condottiero sul terreno di gioco. Figurarsi, a maggior ragione, se quel trascinatore ha saputo legare la sua immagine all’ultimo grande trionfo al di fuori dei confini nazionali. Proprio come Gianluca Vialli, omaggiato ad inizio partita dalla Curva Sud con ripetuti cori e uno striscione: “Forza Gianluca, combatti nella vita come in campo… vincerai!”.

Il tutto all’indomani della confessione del capitano della Juventus campione d’Europa nel 1996 di aver combattuto e sconfitto un tumore. Anche se «ora sto molto bene, ma non ho ancora la certezza di come finirà questa partita», come ha ammesso lui stesso.
Dal capitano di allora a quello odierno, quel Giorgio Chiellini soddisfatto ma con i piedi per terra al triplice fischio finale. «Il primo obiettivo stagionale in Champions League è stato raggiunto – ha commentato il centrale bianconero dopo una smorfia, avendo appena saputo il risultato dello United –, pur in una partita difficile contro una squadra che sa rendersi pericolosa. Avremmo potuto fare meglio nel primo tempo, ma abbiamo forzato alcune giocate per l’entusiasmo di volerla subito incanalare. Poi però abbiamo disputato un’ottima ripresa, difendendo con grande volontà fino all’ultimo: la squadra c’è e sta crescendo di partita in partita, si vede l’unità d’intenti e lo spirito di sacrificio di tutti. Il risultato nel complesso è stato più che meritato, ma ora dobbiamo già rivolgere la testa al campionato».