di Michele Sabato.

Trabajo, suerte y silencio.

Da venticinque anni è il motto di Héctor Cúper, in una carriera condita da troppe sconfitte, è sempre presente questa massima che rispecchia in pieno la filosofia del tecnico argentino.

Il protagonista di queste disavventure, a tratti tragicomiche e surreali, si fa conoscere nel 1976, quando a 21 anni muove i primi passi nella squadra storica della sua carriera da giocatore, il Ferro Carril Oeste.
Seppur senza troppa risonanza, da buon difensore centrale dotato fisicamente, riesce a vincere due Primera División nell’82 e nell’84 e disputa otto partite con la nazionale Albiceleste guidata da César Menotti.

Negli ultimi anni di calcio giocato viene acquistato dall’Hurracán, divenendo allenatore subito dopo aver appeso le scarpe al chiodo.

Da quel momento in poi, sono state tante le sconfitte che hanno lasciato e lasciano tuttora l’amaro in bocca ad un tecnico che avrebbe sicuramente meritato maggior fortuna, viste anche le favole che è andato a costruire soprattutto grazie al suo motto imprescindibile.

Se il buongiorno si vede dal mattino, allora il proverbio porta avanti fieramente un destino beffardo, proprio perché un giovane Héctor si ritrova a perdere il torneo di Clausura del ’94, riuscendo a farsi sfuggire il titolo pur avendo due risultati su tre a proprio favore.
L’Hurracán, al quale basterebbe addirittura un pareggio, cade sotto i colpi di un Indipendiente spietato, un roboante 0 a 4 è il risultato finale

L’insuccesso in patria lascia una ferita che difficilmente si rimarginerà in poco tempo, così arriva l’approdo in terra iberica alla guida del neopromosso Maiorca.
Con gli isolani raggiunge importanti traguardi come uno storico terzo posto (Miglior piazzamento di tutti i tempi del club) e la vittoria della Supercoppa di Spagna del 1998 contro il Barcellona.
Da lì in poi il declino, sconfitta proprio contro il Barcellona nella finale di Copa del Rey a causa dell’errore dal dischetto di Eskurza e sconfitta nella finale della Coppa delle Coppe a Birmingham contro la Lazio, dove un giovanissimo Nedved con una volè all’81esimo infrange i sogni di gloria del tecnico di Santa Fè.

Il buon gioco e la dedizione di Cúper non passarono comunque inosservati in Spagna, tanto da approdare alla corte del Valencia, con la quale sconfigge e conquista nuovamente la Supercoppa di Spagna ai danni del Barcellona.
Anche in questo caso si tratta di un fuoco di paglia, arriveranno altre due finali, molto più prestigiose in quanto di Champions League, ma entrambe avranno un epilogo infelice dopo un cammino glorioso.
La prima arriva nel nuovo millennio, lo scenario è lo Stade De France che ospita una finale tutta spagnola tra Real Madrid e Valencia, in cui i ‘Taronges’ vengono matati da un incontenibile Raúl.
Un anno più tardi verranno versate lacrime ancor più amare a Milano, l’errore dagli undici metri di Mauricio Pellegrino consegnerà al Bayern Monaco la sua quarta Coppa dei Campioni e decreterà il soprannome di ‘Eterno Secondo’ per l’argentino.

L’Hombre Vertical riparte proprio dalla Madonnina sponda nerazzurra, in cui guiderà l’Inter per due anni, continuando con coerenza, la sua carriera a suon di sconfitte.
I tifosi della ‘Beneamata’ ancora stanno tirando giù anatemi per quel caldo pomeriggio del 5 maggio in un Olimpico di Roma completamente neroazzurro per il sicuro successo sui capitolini della Lazio.
Il clamoroso 4 a 2 dei biancocelesti porta ad una clamorosa disfatta per il ‘Biscione’, che si ritrova a concludere il campionato addirittura in terza piazza.

Nella stagione successiva, Cúper si focalizza maggiormente sul massimo torneo europeo, tanto da arrivare a giocarsi la semifinale contro i cugini rossoneri, che strapperanno il ticket per Old Trafford grazie ai due pareggi e all’errore madornale di Kallon sotto porta a pochi minuti dal termine.

A distanza di sette anni piuttosto sterili e ricchi di esoneri precoci, arriva l’approdo in Grecia alla guida dell’Aris Salonicco col quale disputerà un ottimo campionato, ma facendo comunque i conti con gli dei greci che faranno arrivare a giocare e perdere la finale di Coppa di Grecia contro il Panathinaikos, vincitore della Souper Ligka Ellada.

Il riscatto definitivo sarebbe potuto arrivare con l’Egitto, ma cambiando l’ordine dei continenti, il risultato non cambia.
In scena nella Coppa d’Africa in Gabon, i ‘Faraoni’ concludono al primo posto in girone ‘D’, con sette punti, grazie alle due vittorie per uno a zero e allo zero a zero contro il secondo classificato Ghana.

Ai quarti di finale le castagne dal fuoco vengono tolte solo all’88esimo da Kahraba, mentre la strada per la Libreville viene spianata tramite gli errori dal dischetto di Kouakou e Traoré.
La cornice è perfetta.
Una finale conquistata con le unghie e con i denti sono la giusta ricompensa per una squadra che detiene il maggior numero di vittorie e di percentuale di vittorie, ben sette coppe su sette finali giocate.
Caso vuole che si giochi il cinque febbraio; nell’anno del gallo l’oroscopo ritiene che il cinque sia un numero fortunato, ma a sfatare questo mito ci pensa ancora una volta Héctor.
Primo tempo da sogno, Elneny la sblocca con un tiro che sorprende Ondoa sul primo palo, un’ora abbondante separa il trofeo da Cúper, che però si ritrova nel secondo tempo a subire il pareggio di N’koulou e la doccia gelata a due dal termine di Aboubakar, mentre già pianificava i campi da fare per poter vincerla ai supplementari.

All’uomo tutto ad un pezzo non rimane che mangiarsi le mani per quello che avrebbe potuto vincere, ma che invece ha miseramente perso, contro tutto e tutti.



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