Giorgio Gaber, nel lontano 1960, narrò la storia di un giovane scansafatiche, il Cerutti. Un ragazzo di “vent’anni, biondo, mai una lira”, che era finito in carcere dopo aver cercato di rubare una Lambretta. Frequentava un bar della periferia milanese, di quella zona conosciuta come Lorenteggio Giambellino.
Forse la Ballata del Cerutti voleva dipingere un disagio giovanile che iniziava a prendere piede in quegli anni. Senza però scalfire minimamente un altro giovane del Giambellino che col tempo è riuscito a farsi strada nel suo mondo preferito.

Mauro Ardizzone nasce e cresce con la palla tra i piedi proprio in quel famoso quartiere. A ragione, sostiene vivamente che “la vita non è sempre tutto rose e fiori, ci sono delle spine da cui bisogna trarre vantaggio e cercare di crescere e migliorarsi”. Il calcio è una metafora che rispecchia i suoi valori: le prime esperienze arrivano nell’interregionale, ma la sua carriera, con addosso gli scarpini, non esplode. Da qui, l’obiettivo è quello di trasformare le spine in qualcosa di sano. Così Mauro riesce a tramutare ciò che lo ha segnato negativamente in un insegnamento per tutti i suoi allievi.
Per 12 anni lavora come responsabile tecnico del Milan in varie accademie in giro per il mondo. Da Miami al Cairo, passando per Dubai e Giacarta. Ma la svolta che potrebbe decretare l’inizio di una carriera al contrario rispetto a quella passata è di qualche settimana: il Mons Calpe, squadra che milita nella massima divisione del campionato di Gibilterra, lo vuole in panchina; lui non si lascia sfuggire l’opportunità e la coglie al volo, come un segno del destino dettato da chi non c’è più: “Nel 2008 ho perso mio fratello che ha giocato dieci anni nell’Inter ed è stato colonna e capitano del Pavia, dove gli hanno dedicato anche la curva dello stadio. Volevo qualcosa di grande da condividere con lui e sabato, la prima vittoria me l’ha fatto sentire molto vicino”.

Cosa ti ha spinto ad accettare questo tipo di proposta?
Avevo fortemente bisogno di nuove sfide, di mettermi in discussione su tutto. Mi piace e mi è sempre piaciuto vedere il mondo da prospettive diverse. Dopo tanti anni di lavoro per il Milan, a Milano e in giro per il mondo, è arrivata questa proposta nel momento migliore, grazie a Michele Di Piedi che oltre ad essere un grande calciatore con esperienze internazionali è prima di tutto un uomo e un amico.

Cosa intendi fare per dare una scossa alla squadra visti i recenti risultati?
Ho trovato una squadra che aveva bisogno di credere in se stessa, avendo avuto una partenza di campionato importante e poi un periodo non bello. Ho cercato di lavorare sul singolo e sul gruppo contemporaneamente, perché credo fortemente che ognuno a qualsiasi livello possa sempre migliorare. Il calcio è fatto da tante sfaccettature…E sabato, fortunatamente, è arrivata una vittoria molto importante per la squadra che mette in risalto questo concetto.

Quali sono le qualità e i difetti di un piccolo movimento calcistico come quello in cui sei appena approdato?
È un calcio che sta crescendo parecchio. Ma per fare un passo importante c’è la necessità di trovare un accordo per i diritti televisivi. Questo porterebbe sponsorizzazioni e altri giocatori importanti. Gli attori sono loro, e il calcio ha bisogno di attori eccellenti.
Una cosa che sicuramente introdurrei da subito, anche se può sembrare banale, è la disposizione obbligatoria dei raccattapalle in tutte le partite. Essendo gli stadi ampi, spesso si perde tempo a raccogliere il pallone, rompendo il ritmo e l’intensità. Le fasi di transizione sono completamente diverse dal calcio che siamo abituati a vedere. Ovviamente non mancano le qualità: vivere la partita senza le pressioni esterne per i giocatori che hanno famiglia è un modo per poter stare più sereni tutta la settimana.

Quali sono i margini di miglioramento su cui poter far leva per innalzare il livello del campionato?
Attualmente ci sono 10 squadre nella Premier League. Alzerei il numero almeno a 12 e farei di tutto per portare una rete televisiva; creerei degli eventi locali durante le partite per aumentare il numero dei tifosi e farei un comitato per il confronto tra gli allenatori e i dirigenti, con l’obiettivo di portare miglioramenti alla Federazione.

L’esperienza tattica italiana è decisamente incisiva in ogni campionato europeo, anche di prima fascia. Come e quanto può aiutare in una realtà così “piccola”?
A livello tattico, la scuola italiana è sicuramente di primo livello, la storia è dalla nostra parte. Il calcio, però, negli ultimi anni è cambiato parecchio. C’è una velocità di esecuzione impressionante e questo lo si nota anche qui a Gibilterra. Non basta essere organizzati nel gioco, ma bisogna avere giocatori in grado di pensare velocemente alla scelta più utile per quel tipo di situazione che si viene a creare. Il calcio è un gioco di situazioni e di squadra, quindi un team tatticamente ferrato, ma soprattutto con dei principi che tutti sanno applicare, può far bene ovunque, in qualsiasi campionato.

Che tipo di ambiente hai trovato? Quanto e come a Gibilterra in generale, ed il tuo Mons Calpe in particolare, investono per la crescita del calcio nel paese (strutture, campi, ecc..)?
Appena arrivato mi sono messo subito sotto, non avendo quasi il tempo di capire dov’ero e dove abitavo. Stavo partendo per un progetto in Arabia, ma da un momento all’altro ho virato per questa esperienza. Fortunatamente ho trovato un ambiente “caldo”, avendo in rosa un mix di giocatori internazionali, tra cui brasiliani, argentini, spagnoli, italiani, portoghesi e locali. Il mio Mons Calpe è una realtà che sta crescendo e vuole crescere ancora tanto. In dirigenza hanno un progetto importante già per la prossima stagione: vogliono investire sul settore giovanile, e questo è davvero importante perché oltre a definire una propria identità permette di sviluppare metodologie che, se ben programmate, possono plasmare giocatori e uomini in un ambiente sano e pulito.

Grazie mille e in bocca al lupo per la stagione!
Grazie a voi. E complimenti per il vostro impegno nel seguire noi italiani in terra straniera.



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