Moreno (Molla, ndr), benvenuto su Calcio Irlandese, la nostra pagina d’informazione e approfondimento sul mondo irish. Ti abbiamo contattato per analizzare in profondità il momento (positivo) della pala ovala in salsa green. Rompiamo subito il ghiaccio e parliamo di quanto accaduto al Soldier Field il 5 Novembre. Cosa si è vissuto in Irlanda in quel momento?

La perfetta congiuntura astrale. L’allineamento dei pianeti. Più prosaicamente, essere al posto giusto nel momento giusto. Il 5 novembre 2016 a Chicago, l’Irlanda, rugbistica ma non solo, ha vissuto tutto questo.

Entriamo nel vivo della faccenda “All Blacks”. Quali sono state le chiavi tecnico-tattiche per la vittoria del Soldier Field? Pensi che la prestazione di Chicago sia replicabile anche all’Aviva il prossimo sabato, anche di fronte ad AB che proporranno probabilmente il miglior 15 possibile e tutt’altro atteggiamento? 

La prima vittoria di sempre sulla Nuova Zelanda è arrivata contro una squadra All Blacks che in molti (non io, non ancora almeno) considerano la più forte di ogni tempo. Quest’Irlanda non è, però, la più forte Irlanda di sempre. Altre selezioni irlandesi avrebbero meritato questo onore. Penso a quella della Golden Generation. All’ultima di O’Driscoll. Penso alla beffa di Dublino del 2013.

La legge dei grandi numeri prevede sempre che queste strisce prima o poi finiscano. Sono terminati 111 anni senza vittorie contro gli All Blacks. Sono finite le partite consecutive con sole W per la Nuova Zelanda. Doveva succedere. E’ successo. Complici una settimana di distrazioni per i TuttiNeri (spettatori allo United Center dei Bulls in NBA, ospiti alla parata dei Cubs freschi campioni MLB, pizze da Giordanos, eccetera), una squadra stanca nella testa (la Nuova Zelanda) e una partita perfetta (quella irlandese). Le chiavi di quel successo? Predisposizione e voglia di combattere fisicamente. Attenzione tattica. Cinismo nel marcare punti quando si ha avuto la possibilità di farlo. Anche fortuna (the luck of the Irish è un classico…), perché se la Nuova Zelanda gestisce meglio qualche pallone durante la rimonta, gli All Blacks poi vincono la partita. Nessuno mi toglie quest’idea.

Sabato a Dublino vedremo se l’eccezione confermerà o meno la regola. L’Irlanda può battere ancora gli All Blacks? Certo. Ma sarà tremendamente difficile. Credo che al momento una squadra del livello dell’Irlanda (quindi Galles e Francia per quanto riguarda le europee) su 10 sfide dirette possa arrivare a vincerne 2. Servirà un’altra partita perfetta contro un avversario più forte, più competente e che vorrà riscattare quel KO. E che non regalerà quanto regalato a Chicago.

Per Joe Schmidt, per il suo staff, e per i giocatori irlandesi sarà un bel banco di prova. Un esame. Per capire se il corso di questa nuova Irlanda, modellata sulla precedente ma diversa nei giocatori, sta seguendo il cammino prefissato per arrivare alla Coppa del mondo del 2019 in Giappone. Nel tragitto ci saranno 6 Nazioni, tour Dei British & IRISH Lions, tour down under e test-match casalinghi. Tutte opportunità, più che obiettivi veri e propri, per arrivate oliati nei meccanismi di squadra, nei comportamenti di squadra, nelle competenze di squadra e nelle convinzioni di squadra all’appuntamento giapponese.

Schmidt ha recentemente rinnovato (almeno) fino al mondiale 2019, in seguito a risultati eccellenti negli ultimi tre anni (2 Six Nations, super performance nella serie in Sudafrica). In mezzo a tanti “up”, però, è arrivato anche il “down” del quarto di finale mondiale contro l’Argentina. Una contro performance inattesa, visto l’hype che si era generato attorno al team del trifoglio, che quel giorno a Cardiff non è mai apparso, nemmeno per poco spazio della gara (aldilà del punteggio), all’altezza dei Pumas. Come valuti quella parentesi negativa (non da poco conto onestamente) proprio nel pomeriggio che avrebbe potuto portare l’Irlanda per la prima volta in semifinale di WC (al netto della crescita esorbitante del movimento sudamericano)?

L’ultima Rugby World Cup è stata un fallimento. Per l’Irlanda e per il suo tecnico. Gli infortuni a Sexton e O’Connell sono stati sicuramente destabilizzanti nel match contro l’Argentina dei quarti di finale. Un’Argentina che non è quella di oggi. Un’Argentina che aveva in rosa i giocatori che militano in Europa (Imhoff e Ayerza su tutti, per portare esempi sia in mischia che fra i tre-quarti). Rimane pur sempre un fallimento.

La mia idea, personalissima e tranquillamente non condivisibile, è che l’Irlanda non sia ancora, come movimento tutto, fra le 4, forse 6, migliori al mondo. La solidità economica della federazione non è a prova di bomba. Molti giocatori cedono al ricatto di rimanere a giocare in patria in un campionato inferiore (economicamente e sportivamente) rispetto a Premiership e Top 14 (nell’ordine…) pur di vestire la maglia della nazionale. Anche in considerazione di questi aspetti intrinsechi al rugby irlandese, il lavoro di Joe Schmidt e dei suoi assistenti, presenti e passati, è di assoluto valore.

Schmidt si forma come tecnico in Nuova Zelanda. (A Bay of Plenty). Cresce come assistente di Vern Cotter a Clermont e diventa grande come Head Coach di Leinster. Rende la squadra di Dublino la miglior espressione mondiale, ne sono convinto, palla in mano. Il Leinster è bello ed efficace. Vince tutto. In Irlanda e in Europa. Le giocate dei tre-quarti dipendono da Sexton, D’Arcy e O’Driscoll, a cui Schmidt affida le chiavi dell’attacco anche una volta diventato selezionatore della nazionale. Vince due 6 Nazioni (torneo il cui valore sportivo non fa il pari, a mio giudizio, con la sua tradizione). Sono risultati “dopati” dalla possibilità di gestire i propri giocatori d’élite di comune accordo con le province che lui stesso conosce bene per averne allenata una (Leinster). Il gioco si rompe quando la modifica delle modalità di qualificazione alle coppe europee cambia lo status del Pro 12. Indebolendolo per quello che è rispetto agli altri due colossi. Se si deve giocare per vincere ogni partita (o almeno la maggioranza di esse altrimenti addio Champions Cup) i giocatori migliori devono giocare di più, riposare/recuperare meno e con una possibilità maggiore di infortuni. I risultati cambiano, in peggio, con questi cambiamenti.

La sfida per Schmidt è trovare un giusto equilibrio fra le necessità irlandesi (nazionale) e le necessità di giocatori e province (risultati, monetizzazione delle carriere). Il Galles sta faticando. La Scozia ha altri problemi (ma sta lavorando bene).

Quindi non vedi possibile un’interruzione nel breve del duopolio Anglo-francese in Champions Cup?

No, per quanto detto non vedo una squadra irlandese capace di rivaleggiare in campo europeo coi club inglesi e francesi, più forti nella profondità della scelta a disposizione e nella qualità dei giocatori, soprattutto stranieri. Credo che per tornare ai periodi di Munster e Leinster dominatori d’Europa serva ancora del tempo. Con la paura che quei tempi possano anche non tornare. E’ il rugby stesso ad essere cambiato. La dimensione economica del rugby è cambiata. Top 14 e Premiership sono ad un altro livello. C’è un livello di differenza che, come nel paragone All Blacks-Irlanda, può permettere exploit. Ma sempre di exploit si parla. Ricordiamo che stiamo parlando di dominio. Non di una vittoria, anche di un torneo continentale, una tantum. Il Munster di Foley e il Leinster di O’Driscoll hanno vinto, rivinto, perso finali, raggiunto semifinali. Con continuità. Al momento non vedo semplice ricreare quella continuità.

Ho nominato Foley. Non a caso. Da poco è scomparso. Ma il suo lascito sarà eterno. Quasi leggendario (proprio in considerazione di quel rugby che non c’è più di cui sopra). Lui era l’anima del Munster. Uno dei padri di quella famiglia in cui sono nati, cresciuti e affermati gli O’Gara, gli O’Connell, gli O’Callaghan, i Leamy, i Quinlan. Gente tosta. Competente. Mestierante. Capace di gestire le situazioni. Perchè le conosceva. Munster era una delle squadre più scorrette sul campo. Intimidatoria. Psicologicamente soprattutto. I trucchetti da ‘son of a bitch’ era infiniti. Erano, però, ARTE. POESIA. Venivano usati con chiarezza e alla bisogna. Dietro c’era, OVVIAMENTE, anche tanta cultura rugbistica di alto livello. La scomparsa di Foley ha avuto un effetto psicologico su Munster (e sull’Irlanda) incredibile. Dalla sua morte Munster e Irlanda non hanno ancora perso. Quasi che su ogni pallone qualcuno dovesse qualcosa ad Axel. Forse è anche così. Certo non è un effetto scientifico ed eterno. Ma è testimonianza di un lascito unico (lo schieramento a 8 nel rispondere all’haka All Blacks non ha bisogno di commenti).

Chiudiamo con uno sguardo attento ai giovani. Detto che Henshaw è ormai un pilastro della rappresentativa nazionale da anni, pur essendo solo un 93, non mancano altre potenziali stelle future. Ci vengono in mente Ringrose, Carbery e Dillane (ieri man of the match contro il Canada) tra gli altri. Quali sono gli altri ragazzi futuribili, a breve, ai massimi livelli? Credi che anche la prossima generazione green possa restare su standard simili agli attuali?

I giovani? Ci sono. Ringrose è al secondo anno vero e proprio. Dillane idem. Carbery sta arrivando. Non bisogna mettergli fretta (Sexton è ancora giovane alla RWC 2019 ci arriva). Dietro c’è un’Under 20 che all’ultimo mondiale di categoria ha fatto non bene. Benissimo.

Il futuro è roseo. O meglio… verde. A patto di non chiedere… Riformulo. A patto di non pretendere risultati onestamente e coscienziosamente fuori dalla portata del movimento rugbistico irlandese di oggi.

Foto: IrishRugby

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