Quando la gavetta ti porta a diventare uno dei beniamini della tifoseria, tutto il resto passa in secondo piano: Ignazio Cocchiere, centrocampista italiano classe 1987, lo sa bene ed ha fatto della sua lunga carriera anche nelle serie minori, italiane e non, il suo punto di forza. E’ proprio parlando della sua attuale squadra, l’FCV Dender EH, militante nella Prima Divisione Amatori belga (paragonabile alla nostra Lega Pro) che è iniziata l’intervista per Calcio Estero News.

Ignazio Cocchiere è attualmente il capocannoniere del campionato con 17 goal all’attivo. Come sta vivendo questa stagione?
Francamente speravo che quest’anno le cose potessero andare bene e sono molto felice dei risultati personali raggiunti fin qui e della cavalcata del mio Dender.

Manca solo l’aritmetica ma ormai è quasi ufficiale che disputerete i play-off per la promozione. Se l’aspettava ad inizio anno?
Si, ci speravo e sapevo che la squadra ha tutte le carte in regola per lottare per la promozione in Seconda Divisione. Anche a livello individuale speravo che quest’anno potesse andare bene dopo una stagione molto deludente con il Saint-Gilloise.

A proposito del Saint-Gilloise, come è arrivata la chiamata dal Belgio?
L’avventura con l’Union Saint-Gilloise è iniziata per una serie di coincidenze molto particolari. Dopo aver fatto tutta la trafila nelle giovanili dell’Inter, ho iniziato un lungo percorso che mi ha portato prima in Lega Pro, poi in Svizzera ed infine in Serie D, anche se per quanto riguarda Gallaratese e Caronnese è stata più una mia scelta dovuta agli impegni universitari che ad altro. Dopo aver concluso la stagione con la Caronnese ho deciso di trasferirmi a Bruxelles per scrivere la tesi di laurea e vivere l’ambiente del Parlamento Europeo, dove attualmente lavoro. Durante un weekend in Belgio ho deciso di andare a vedere una partita dell’Union e lì ho incontrato Ibrahim Maaroufi, mio ex compagno ai tempi dell’Inter Primavera, che stava per firmare proprio per il Saint-Gilloise. Da lì è iniziato tutto e dopo un provino e qualche incontro con i dirigenti della squadra ho firmato anch’io.

Un vero e proprio scherzo del destino!
Io non credo molto al destino, o meglio, penso che il destino abbia bisogno di essere stimolato. Quella domenica, ad esempio, potevo rimanere a casa sul divano invece di prendere freddo allo stadio, ma in quel caso adesso probabilmente non avrei continuato la mia carriera calcistica in Belgio.

I primi due anni sono stati molto soddisfacenti per lei, mentre nell’ultima stagione ha disputato pochi minuti in campo e segnato solamente un goal. Cosa è successo?
Quando sono arrivato all’Union Saint-Gilloise la squadra era ad un passo dalla retrocessione in Quarta Divisione e per fortuna quell’anno ci siamo salvati. L’anno successivo ho giocato molto e contribuito enormemente alla promozione in Seconda Divisione, tanto da diventare uno dei giocatori preferiti dai tifosi del club. Con la promozione c’è stato un cambio di allenatore e da lì io ed i compagni che costituivamo il gruppo storico dell’Union siamo stati messi da parte, più per una scelta politica che tecnica. Per quanto mi riguarda sono rimasto colpito dal fatto che anche se non giocavo ero comunque acclamato dai tifosi, schierati apertamente a mio favore. Alla fine della stagione ho deciso di andare via, ormai avevo un buon mercato qui e potevo scegliere la squadra che mi sembrava più idonea a rilanciarmi e dimostrare di poter dare ancora tanto.

Sono praticamente quattro anni che lei vive il calcio belga, diventato famoso anche per la struttura molto elaborata delle sue competizioni. Ritiene che questo modello possa essere esportato in altri paesi, come ad esempio l’Italia?
Assolutamente no. Con la riforma dei campionati si è scelto di premiare molto la burocrazia e la forza della società, tanto da far diventare questi aspetti quasi più importanti dei risultati ottenuti sul campo dai giocatori. Ad esempio, anche se una squadra di Terza Divisione, che poi è a tutti gli effetti una Serie B visto che la Seconda Divisione è secondo me assimilabile ad una A2, a fine stagione vince il campionato non è detto che riesca a giocare l’anno successivo in Seconda Divisione perché a quel punto la palla passa alle licenze ottenute dal club, dalla grandezza dello stadio e cose del genere. Tutto questo, oltre ad essere per certi aspetti ingiusto ed esasperante per i giocatori, va contro i principi dello sport, che dovrebbe premiare sempre il più forte sul campo e non dietro una scrivania.

Le piacerebbe tornare in Italia, magari anche dopo aver appeso le scarpette al chiodo?
In questo momento penso solo al campo, al Dender e al mio lavoro al Parlamento Europeo. Torno in Italia molto raramente, se non per rivedere i miei famigliari, ma in ogni caso sto bene qui e al calcio italiano non penso molto.

In Italia negli ultimi giorni si è tornato a parlare di calcio scommesse a causa della presunta partita venduta da parte del Parma contro l’Ancona. Nel corso della sua carriera ha mai visto qualcosa di “strano” in questo senso?
No, non mi è mai successo di partecipare a partite che avevano un risultato già scritto prima del fischio d’inizio. Come già detto in precedenza, credo fermamente che nello sport alla fine il più forte abbia il bisogno ed il dovere di affermarsi e che tutti gli altri aspetti non debbano contare nulla.

Dal massimo campionato belga sono arrivati in Serie A due giocatori, Kums all’Udinese e Praet alla Sampdoria. Cosa ne pensa della stagione dei due giocatori in questione e cosa pensa del futuro del calcio belga?
In Belgio il calcio si sta sviluppando molto e la dimostrazione è la nazionale, ormai affermata a livello europeo e mondiale. La Prima Divisione, però, in confronto alla Serie A è ancora indietro, anche e soprattutto in termini economici, basti pensare che l’Anderlecht, la squadra più importante e titolata qui in Belgio, ha lo stesso budget di qualsiasi squadra di basso-medio livello in Italia. Kums e Praet, oltre ad essere molto talentuosi, hanno bisogno di tempo per ambientarsi, anche se comunque ritengo che non stiano facendo male con le rispettive squadre.

Ultima domanda: come riesce a combinare la carriera al Parlamento Europeo con quella sportiva? E’ più un diplomatico o un bomber d’area di rigore?
Quando entro in Parlamento tutti mi chiamano “bomber” e mi chiedono se sono ancora capocannoniere e quando entro negli spogliatoi con lo smoking tutti mi chiamano “diplomatico” (ride, ndi).



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