Di Paolo Maioli.

È tornata. E pure col botto. Non è più quella di Vidic e Stankovic, due che sapevano vincere ai massimi livelli e trascinare il gruppo, ma si fa valere lo stesso. Ha Chiuso un girone da prima, archiviando la pratica qualificazione con 21 punti – due in più dell’EIRE – e 20 goal segnati, Tadic capocannoniere a quota 4 ed una sola sconfitta, quella di Vienna, ininfluente, contro l’Austria. E se è vero che non è più quella dei due campioni di United e Inter, la rappresentativa balcanica è diventata, però quella, di Matic, Ivanovic, Kolarov, Ljiaic e Mitrovic – gioellino classe ’94 in forza al Newcastle di Rafa Benitez – capace di mettere a segno 5 reti in 5 presenze in maglia biancorossa.

Il “chi non muore si rivede” è il motto che riassume la storia recente della Serbia, che si presenta come sorpresa al mondiale tedesco ma esce al primo turno racimolando 3 sconfitte al primo turno. Anche in Sudafrica, successivamente, dove arriva tra le big dopo aver vinto il girone 7 condannando la Francia ai play off, le cose non filano per il verso giusto. Quello sudafricano è anche il primo mondiale sotto il nuovo nome di Serbia – prima Serbia & Montenegro – dopo la nascita della selezione Montenegrina datata 28 giugno 2006, ma i biancorossi escono al primo turno dopo le sconfitte contro Ghana ed Australia portandosi a casa però lo scalpo della Germania (1-0 con rigore parato da Stojkovic).

Il 12 ottobre di quel 2010 si gioca contro l’Italia al Ferraris per le qualificazioni ad Euro2012, ma la gara è sospesa dopo i fumogeni lanciati dagli ultras. Segue una condanna da parte della UEFA che vede il 3-0 a tavolino in favore degli azzurri. La Serbia chiude quindi terza nel girone. Il 2012, invece, è l’anno dell’avvento di Sinisa Mihajlovic in panchina. Sinisa non riesce, però, nell’impresa di portare la propria nazionale in Brasile chiudendo il girone a quota 14 punti dietro Belgio e Croazia. Sinisa lascia e gli succede ad interim Drulovic, a sua volta sostituito nel luglio del 2014 da Dick Advocaat. Con l’olandese la ruota non gira, ed ancora una volta gli episodi extra – calcistici condannano la Serbia: dopo i fatti di Belgrado – contro l’Albania – la nazionale dell’ex Zenit viene penalizzata di 6 punti e si decreta il 3-0 a tavolino per l’Albania. La Serbia non si qualifica ed il CT olandese presenta le proprie dimissioni.

L’architetto della rinascita è Muslin, alla guida della selezione dal 2016 dopo l’esperienza allo Standard Liegi nella stagione 2015-2016. Muslin non è un luminare, un blasonato: vanta però nel proprio palmarès una double nazionale con la Stella Rossa nella stagione 2003-2004. Certo in panchina non c’è un grande nome, ma forse è di questo che la Serbia aveva bisogno: di un umile lavoratore nella vigna del pallone, di un tecnico capace di non sollevare grandi aspettative abbassando la pressione sui giocatori. Un tecnico che, però, in silenzio ha riportato la propria nazione al Mondiale e in Russia vorrà dire la sua.



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