Undici lunghissimi anni, più di un decennio, quattromilacentodiciotto giorni dopo, l’Arsenal ritrova il primo posto nel girone di Champions League senza aver perso nessuna partita.
Un oceano di distanza.
Già, perché il popolo londinese è sempre stato abituato al bel calcio creato dal ventennale allenatore Wenger e concretizzato sul terreno di gioco da giovani di prospettiva voluti fortemente dal tecnico.
Purtroppo, spesso e volentieri, i risultati ottenuti sono stati fin troppo scarsi, basti pensare alla lunga astinenza di ben nove anni senza un trofeo, con il digiuno interrotto nel 2013 con l’FA Cup vinta a spese dell’Hull City.

Dal 1996, Arsene ha unito la sua intelligenza (Laureato in economia e ingegneria) al mondo del calcio, alternando organici competitivi, il più delle volte formati da gente sconosciuta diventata poi fuoriclasse di tutto rispetto, a organici davvero disastrosi che hanno portato magre figure per il secondo club più antico di Londra.
Il periodo d’oro risale a più di dieci anni fa; l’attuale tecnico fece emigrare nel nord di Londra gente del calibro di Vieira, Fabregas, Eboué e Anelka, giocatori chiave grazie ai quali l’Arsenal vinse tutto a livello nazionale, partendo da una storica Premier League da imbattuta per poi arrivare a FA Cup e Community Shield conquistate ai danni del Manchester United.
L’Arsenal prese gusto per la vittoria e assaporò anche l’apice europeo nella massima competizione Uefa, in quanto fino al 2006 non aveva mai passato gli ottavi di Champions League.
Dal nulla a tutto, o quasi, perché in otto mesi gli inglesi batterono Ajax, Real Madrid, Juventus e Villarreal, strappando un pass per la finale del Parc Des Princes, divenendo la prima squadra di Londra a raggiungere l’ultimo atto della coppa dalle grandi orecchie.

Proprio in quella notte del 18 maggio 2006, la compagine di Wenger avrebbe potuto mettere il punto esclamativo ad un ciclo irripetibile che arrivava ormai alla conclusione.
La formazione di quella finale fa rabbrividire tutti gli amanti calciofili: Lehmann, Eboué, Tourè, Campbell, Cole, Hleb, Fàbregas, Silva, Pirès, Ljungberg, Henry.
Una miriade di campioni che avrebbero meritato maggior fortuna undici anni fa contro il Barcellona, dominando per quasi tutto il tempo una finale penalizzata dall’espulsione dopo diciotto minuti di un ingenuo Lehmann e da un Henry che si divorò l’impossibile; ma la dura legge del calcio è proprio questa, l’Arsenal cadde sotto le reti di Eto’o e Belletti che spostarono la Champions League dall’Inghilterra alla Spagna in quattro minuti di follia londinese.

Cosa trovano adesso i Gunners? Stesso direttore d’orchestra, ma musicisti differenti; la rosa è nettamente inferiore rispetto a quella sopracitata, ma ad oggi, in Europa il risultato è analogo, col girone A che vede uscire illeso il team di Wenger.
Un grazie va ad una difesa meno macchinosa rispetto alle passate stagioni, dove Mertesaker è stato rimpiazzato dal connazionale Mustafi, che affianca un fedelissimo del tecnico, Laurent Koscielny; la fascia viene arata dal fulmineo Bellerin, classe ’95 che per vicissitudini lo scorso anno venne buttato nella mischia quasi per caso, ma che rispose benissimo diventando partita dopo partita un punto fermo per Arsene.
In mezzo al campo le geometrie e gli assist passano dai piedi del ‘Mago di Oz’, Özil, che può agire con più tranquillità rispetto alle altre annate grazie al ‘lavoro sporco’ effettuato dallo svizzero Xhaka, autentico colpo di mercato da 40 milioni.
In fase offensiva, non troviamo una prima punta fissa viste le continue intermittenze di Oliver Giroud, ma il terminale offensivo lo si può trovare nel cileno Alexis Sànchez, che agendo da falso nueve diventa una spina nel fianco costante per ogni difesa.
È proprio il Niño Maravilla il punto di forza dell’organico attuale: rapidità, dribbling, tiro e calci piazzati sono i punti forti del classe ’88, sempre disposto a sacrificarsi e a giocare per la squadra, permettendo una crescita maggiore ai vari talentini dell’Arsenal.
A fargli compagnia troviamo due simboli del club, Chamberlain, pupillo di Wenger, nonché marcatore più giovane della Champions, e Theo Walcott, duttile ala che ha come punti di forza esplosività e potenza.

Le due rose sono agli antipodi per qualità e palmares, ma l’Arsenal sta rispondendo bene in queste ultime stagioni grazie ad un mercato mirato e ad un occhio di falco di Wenger sui più giovani tornato ai fasti di un tempo. Così, giocatori ben rodati vengono affiancati a crack con un futuro roseo; basti guardare l’ex Bolton Holding, premiato l’anno scorso come miglior calciatore dei ‘Trotters’; l’egiziano El Neny, dotato di una resistenza e di una visione di gioco non comuni; e soprattutto Iwobi, nipote di Jay Jay Okocha (non uno qualunque insomma) dal quale i Gunners stanno ricevendo risposte importanti, soprattutto in Champions, dove ha aggiunto il suo nome tra i marcatori la settimana scorsa in Svizzera.

Paris Saint Germain, Ludogorets e Basilea hanno già pagato il dazio all’imprevedibile macchina da guerra inglese, mina vagante del torneo che affronterà a febbraio il Bayern Monaco di Ancelotti.
Se il girone da imbattuti è una piacevole riscoperta, ormai una cabala fissa è proprio il match europeo svolto sull’asse Londra – Monaco di Baviera, il quarto nelle ultime cinque edizioni Uefa.
Dieci anni fa la camminata europea cominciò con un’inaspettata vittoria agli ottavi su una delle favorite alla vittoria finale; situazione analoga quest’anno, anche se molto più difficile.
Si sa, mai dare per sconfitto il professore, perché con quei ragazzi tremendi, intanto, sta seminando il panico e mettendo pressione ai cugini Blues di Premier League

di Michele Sabato



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