di Francesco Cavallini.

La nostra storia (qui la prima parte) si era interrotta nell’estate 1969. Con un titolo nazionale in bacheca e un Allan Clarke in più nel motore, Don Revie è convinto che il suo Leeds United possa puntare ancora più in alto. Non si accontenta di un semplice Double, impresa che tra l’altro nel ventesimo secolo era riuscita solo al Tottenham di Bill Nicholson quasi dieci anni prima, ma decide di aspirare al massimo. Il Treble; First Divison, FA Cup e Coppa dei Campioni. Tre competizioni lunghe, difficili e massacranti; ma i suoi ragazzi, pensa Don, possono farcela. Negli anni successivi molti dei calciatori del Leeds esprimeranno i propri dubbi sull’effettiva fiducia di Revie di riuscire nell’impresa; quel che è certo è che dietro questo alzare l’asticella c’è la voglia del manager di non far riposare sugli allori i suoi ragazzi. Ma come spesso accade, tra lo United e la leggenda si mette di mezzo il destino. La FA decide che la stagione 1969/70 in Inghilterra terminerà a fine aprile, per permettere a Sir Alf Ramsey di preparare al meglio la nazionale a difendere il titolo di Campioni del Mondo in Messico. Questo significa un calendario molto più fitto per tutte le squadre; ma, purtroppo per i bianchi, nessuna delle altre ha intenzione di puntare a vincere tutto.

Il Leeds inizia la stagione portando a casa la Charity Shield contro il Manchester City, ma la partenza in campionato è stentata e costellata di pareggi, complici alcuni accorgimenti tattici dettati dall’arrivo di Clarke. Giocare con due punte libera Mick Jones dal gravoso compito di reggere tutto il peso dell’attacco, ma costringe Revie a reinventare la posizione di alcuni dei suoi pupilli. Chi ne beneficia di più è Peter Lorimer, spostato sull’esterno e che spesso si trasforma in un vero e proprio terzo attaccante. A soffrirne di più sono invece Bremner e Giles, che sono costretti a limitare le proprie scorribande offensive in nome dell’equilibrio. In ogni caso, la squadra comincia a ingranare a cavallo di metà campionato; le vittorie per 1-0, figlie del vecchio metodo “supera l’uomo e crossa in mezzo”, sono ormai un lontano ricordo. Il Leeds stravince e incanta, sommergendo di reti gli avversari e giocando un calcio efficace e preciso come un orologio svizzero.

Clarke è l’attaccante perfetto per aumentare in maniera esponenziale la pericolosità del Leeds; la sua capacità di ritrovarsi sempre al punto giusto al momento giusto trasforma ogni pallone che transita nelle aree avversarie in una potenziale occasione da gol. Se chi deve marcarlo gli riserva un trattamento speciale o chiede il raddoppio, si liberano spazi per Jones. Se tutti e due gli attaccanti sono bloccati, ci pensa Lorimer con i suoi terrificanti siluri da fuori area a fungere da “apriscatole”. Il pallone gira a meraviglia, anche e soprattutto grazie alle geometrie di Giles e al continuo dinamismo di Bremner; ogni calciatore in possesso di palla ha almeno due o tre opzioni di passaggio. Il gioco non è sempre spettacolare, spesso si predilige la clava (Jones) al fioretto (Clarke), ma porta indubbiamente i suoi frutti. Nonostante l’avvio non proprio perfetto, Don e i suoi perdono solo due volte e da Natale in poi vanno sempre a punti. A sette partite dalla fine sono primi in classifica con l’Everton alle calcagna, comodamente in semifinale di FA Cup e soprattutto hanno trionfalmente raggiunto le semifinali di Coppa dei Campioni, dove dovranno vedersela con il leggendario Celtic Glasgow di Jock Stein e Jimmy Johnstone.

Ed è proprio in questo momento, quando le speranze di Revie e di tutti i tifosi del Leeds di una stagione di trionfi sembrano potersi avverare, che ovviamente accade l’imponderabile. Il calendario fittissimo costringe i bianchi, in lotta per tutte le competizioni, a giocare ogni due giorni; questo porta a una serie di piccoli acciacchi e grandi infortuni, in particolare quello di Norman Hunter, pilastro della difesa. A complicare ulteriormente le cose, ci si mette la Football Association con i suoi regolamenti; quella che doveva essere “semplicemente” una semifinale di FA Cup contro il Manchester United diventa una vera e propria odissea. Al Leeds servono tre partite per guadagnarsi la finale di Wembley contro il Chelsea; il primo match è uno scialbo 0-0, così come il primo replay, in cui si giocano anche i tempi supplementari. Tre giorni dopo, i due United si ripresentano in campo e la semifinale finalmente viene risolta da una rete di Bremner. La testa, quindi, regge, ma il fisico dei ragazzi di Don comincia a perdere colpi; a questo punto il manager è costretto ad arrendersi all’evidenza e a fare una scelta. Il ragionamento, ai suoi occhi, è semplice e sensato: il campionato in bacheca c’è già, mentre con quattro partite si possono portare a casa ben due trofei. Di conseguenza, il Leeds regala letteralmente la First Division all’Everton, schierando spesso squadre infarcite di riserve e beccandosi multe su multe dalla FA.

Ma il gioco, secondo Revie, vale la candela; peccato che non sia esattamente così… La prima semifinale di Coppa Campioni si gioca a Elland Road; la partita della verità, preparata maniacalmente e attesa da anni, è una delusione per squadra e tifosi. Il Celtic quasi passeggia sulle rovine dello United; al primo minuto Connelly ha già portato in vantaggio gli irlandesi. Il resto della partita è un monologo biancoverde; i giocatori di Don sembrano la pallida copia della squadra che ha incantato l’Inghilterra. Senza Hunter la difesa scricchiola, Johnstone fa impazzire Terry Cooper, Bremner è addirittura costretto ad alzare bandiera bianca per una commozione cerebrale, ma in qualche maniera al Leeds riesce di limitare il passivo. Il match termina uno a zero, ma nello Yorkshire, nonostante la sconfitta, sono tutti convinti di poter rimediare nella partita di ritorno.

Di mezzo, però, c’è la finale di FA Cup; dopo cinque anni dalla sconfitta con il Liverpool, Don e i suoi hanno la possibilità di vincere l’unico trofeo domestico che non è ancora nella bacheca di Elland Road. Tra i bianchi e la storia c’è solo una partita; una vittoria darebbe lustro ma anche nuove energie da spendere in Europa… Qualcuno, nel frattempo, ha la pessima idea di utilizzare Wembley per un concorso di equitazione e di conseguenza, l’undici aprile 1970, Leeds e Chelsea si giocano la coppa su un terreno a dir poco disastrato. Le difese non fanno una bellissima figura: il Leeds passa in vantaggio su un colpo di testa non irresistibile di Charlton, ma il Chelsea pareggia subito i conti, complice una papera clamorosa di Sprake su un innocuo tiro dalla distanza di Houseman. Quando a sei minuti dal novantesimo Mick Jones realizza il 2-1, il sogno sembra tramutarsi in realtà per Don e i suoi, ma bastano due minuti ad Hutchinson per riportare tutti sulla terra, e, meno metaforicamente, ai supplementari. L’extra time è dominato dalla paura e quindi per la prima volta, neanche a dirlo, per assegnare la FA Cup ci sarà bisogno di un replay.

Nonostante in First Division giochino le riserve delle riserve, lo United è comunque allo stremo delle forze. Per il ritorno di Coppa Campioni, tre giorni dopo la finale di coppa, Revie recupera Hunter in extremis, per dare man forte a Cooper contro le avanzate di Johnstone; purtroppo però anche altri tra i titolari sono in riserva, tra mancanza di energie e piccoli e grandi infortuni. Anche in una situazione che appare disperata, Don crede nei suoi ragazzi, tanto da decidere di dividere un anno del suo stipendio con i calciatori in caso di qualificazione in finale. Probabilmente questa piccola scommessa non conta nulla, ma a Glasgow si presenta un altro Leeds rispetto alla semifinale di andata e un bolide da trenta metri di Bremner dopo un quarto d’ora ammutolisce i 130000 di Celtic Park. Ma come detto, il fisico non sorregge più il Leeds e anche la sfortuna ci mette lo zampino: Sprake sfodera una prestazione maiuscola, anche per rifarsi della papera di Wembley, ma dopo uno scontro con un attaccante del Celtic è costretto a lasciare il campo e viene sostituito da David Harvey. Al rientro dall’intervallo gli irlandesi hanno preso le misure e in cinque minuti chiudono la pratica: al quarantasettesimo Johnstone riesce per la prima volta a superare Cooper nell’uno contro uno, servendo a Hughes il più facile dei gol. Subito dopo è Murdoch a trasformare in oro un’altra occasione concessa dalla ormai stanca e sfiduciata retroguardia dello United. Il Celtic vola così in finale contro il Feyenoord, lo United è costretto di nuovo a leccarsi le ferite. Ma in questa assurda stagione non c’è tempo per godersi le vittorie o analizzare le sconfitte; con il campionato ormai volato a Liverpool, sponda blu, il Leeds deve battere il Chelsea a Old Trafford o rischia di rimanere clamorosamente a mani vuote dopo sessantaquattro massacranti partite.

Il replay della finale di FA Cup passa alla storia come il manifesto della condotta violenta in campo; il Leeds domina in lungo e in largo e passa in vantaggio al trentacinquesimo con il solito Mick Jones. L’azione è la perfetta sintesi della partnership tra le due punte dello United: Clarke parte palla al piede da centrocampo e salta in velocità tre avversari, lanciando Jones nello spazio tra due difensori. Il numero nove si libera con la forza e conclude con un destro dal limite dell’area che non lascia scampo a Peter Bonetti. La ripresa è costellata da una serie di occasioni fallite dal Leeds, ma soprattutto di interventi da codice penale, con un paio di giocatori del Chelsea molto più intenzionati a mandare Bremner in ospedale che a vincere la partita. Il capitano dello United, ovviamente, risponde da par suo con la disinteressata collaborazione di Giles. Ma l’arbitro Jennings non è intenzionato a sporcare la sacralità della finale con un poco elegante cartellino rosso. Quindi, per qualche miracolo, le squadre sono ancora in undici contro undici quando a dieci minuti dalla fine, nonostante i bianchi sembrino tranquillamente in controllo di quelle che ormai sono diventate le pause di una rissa, Osgood sguscia in area alle spalle dei difensori avversari e riporta la partita in parità con uno splendido colpo di testa in tuffo.

Si va di nuovo ai tempi supplementari; il seguito è il classico psicodramma a cui i tifosi del Leeds sono, purtroppo per loro, ormai abituati. Gli schemi saltano totalmente da entrambe le parti, con le due squadre stremate e allungate fino all’inverosimile; questo fa ovviamente il gioco del Chelsea, che soffre meno il miglior tasso tecnico del Leeds e comincia ad affacciarsi sempre più spesso in avanti. E al minuto 106 il fantasma del destino beffardo, che ha seguito lo United per tutta la stagione e si è fatto totalmente gioco delle ambizioni di Revie, prende le sembianze di David Webb, che si lancia su un campanile in area scaturito da una rimessa lunga di Hutchinson e di forza butta dentro il pallone e, già che c’è, anche un paio di avversari. Ci sarebbe tempo per raddrizzare il match, ma i bianchi hanno ormai gettato la spugna. La coppa finisce in bacheca a Stamford Bridge e per il Leeds restano solo i rimpianti di una stagione faticosissima e quasi totalmente infruttuosa. C’è però per Don e i suoi la soddisfazione di aver giocato un ottimo calcio e, soprattutto, di aver recuperato le simpatie del pubblico. Almeno per un’estate, niente più “Dirty Leeds”. Un giornalista al seguito della nazionale inglese nell’estate 1970 chiosa divertito “a marzo il Leeds sembrava in grado di vincere qualsiasi cosa, comprese le elezioni, ma alla fine, pur non portando a casa neanche un trofeo, ha ottenuto un qualcosa di molto più importante; il rispetto e l’amore di tutti gli amanti del calcio”.

Tutti? Non proprio. Tra chi non si dispiace delle disgrazie calcistiche del Leeds, c’è certamente l’allenatore del Derby County, terza forza del campionato appena concluso. Brian Clough non apprezza Don e il suo modo di intendere il calcio, fin dai tempi in cui il Derby militava ancora in Second Division. La stagione 1969/70 regala al football inglese i primi scontri ad alto livello tra i due manager. Ma è solo l’inizio di una lunga storia, fatta di incomprensioni, scontri e accuse, che caratterizzerà tutta la prima metà degli anni 70 e che non vede l’ora di essere raccontata…

to be continued!



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