di Paolo Maioli.

Inizia tutto da Sale, cittadina inglese di 55.000 anime della contea di Greater Manchester, il 17 agosto 1982. Nel bel mezzo dei fabbricati rurali del distretto di Trafford nasce un bimbo di origini polacche. Lo chiamano Philip Nikodem. Di cognome fa Jagielka. E fin qui non vi è nulla di straordinario: si gioisce per la nascita di un nuovo pargoletto, di una nuova vita pronta a render concreti sogni e speranze dei suoi genitori. Un bimbo che crescerà in terra inglese con la freddezza dei polacchi, a suon di birre nei pub e giornate piovose.

Poi il tempo scorre: Phil va a scuola, dove conosce il cricket ma ama il soccer. E con il pallone ci va a braccetto, perché quello è lo sport che fa per lui. Phil, però, non si adagia ad osservare i grandi bomber della Premier: ama il centrocampo, la lotta, le scorribande in verticale. Ha la fulgida intelligenza tattica e l’acume organizzativo che servono a chi vuole giocare nel cuore del rettangolo verde.

Le qualità intellettive non mancano, eppure Phil a metà campo non brilla come dovrebbe. Arriva così il 1998, arriva un’occasione da non lasciarsi sfuggire. A volerlo è lo Sheffield United di Neill Warnock. Lì, Jagielka viene arretrato come difensore, dapprima terzino ed in un secondo momento da centrale. E da quel ruolo non sarà più tolto.

Il ragazzo è agile, testardo e dotato di gran fisico. Esordisce nella stagione 1999/2000, a 17 anni. Lo United milita in First Division e conclude l’annata al sedicesimo posto con 54 punti. La stagione successiva, invece, vede Phil aggregato in pianta stabile con la prima squadra delle Blades. Gioca in totale 18 gare (lo Sheffield si piazza al decimo posto), e soprattutto mette in mostra un talento cristallino.

Jagielka non ha nemmeno paura di sporcarsi la maglietta: stecca quando serve, fa a sportellate con chiunque. Non si fa intimidire. Phil è un lottatore, un degno figlio del calcio inglese. E nella stagione successiva lo dimostra a pieni titoli. Gioca 24 gare segnando anche 3 reti. L’anno dopo, invece, di gare ne disputa ben 57 tra campionato e coppe nazionali, segna 2 reti e viene convocato nella nazionale inglese Under 21.

Da qui inizia la sua scalata all’olimpo Blades, perché il torneo seguente Jagielka sarà uno degli uomini chiave per la promozione in Championship dello United. Ed anche nella seconda serie Phil è una colonna della compagine del South Yorkshire. Da neopromosso, il team di Bramall Lane termina ottavo a quota 67 punti. Un primo segnale che lo Sheffield può tornare tra i grandi. E così avviene nella stagione 2005/2006: dopo un discreto mercato estivo, le Blades concludono la stagione al secondo posto dietro ad un fenomenale Reading, che chiuderà a quota 106. Jagielka segna addirittura 8 goal ed approda quindi in Premier League, dove lo Sheffield, però, purtroppo non brilla particolarmente: la massima serie si rivela amara per le Blades, che retrocedono subito.

Ma se lo Sheffield vive una stagione anonima per Jagielka non è così. E se ne accorge l’Everton, che non immaginava certo di portarsi a casa il suo prossimo capitano. Nella prima stagione al piano più alto della piramide britannica gioca tutte le gare, dimostrandosi all’altezza della situazione ad ogni singola allacciata di scarpe. Nell’estate del 2007 passa quindi in maglia Toffees, lasciando lo Sheffield dopo 254 gare.

Nelle prime due stagione tra le file dei Toffees, Phil diventa subito una pedina fondamentale: gioca rispettivamente 49 e 39 gare tra Premier e Coppe segnando 3 reti. Ed il 2008 è per lui anche l’anno della chiamata in Nazionale – all’epoca allenata da Fabio Capello – con cui esordisce il 1 giugno, nell’amichevole vinta da Tre Leoni per 3-0 contro Trinidad & Tobago. Meno fortunata è la stagione successiva, in cui David Moyes lo schiera 13 volte in tutto. Ma è solo una piccola macchia in una carriera meravigliosa vissuta (quasi) tutta all’ombra di Goodison Park: perché Jagielka è l’Everton. Lukaku, Mirallas e Barkley se ne facciano una ragione. Phil si staglia pienamente in tutte le sfaccettature dei Toffees, resiste anche al blasone dell’Arsenal, con Wenger che a malincuore deve portarsi alla sua corte solo Mikel Arteta. Il 2014 è l’anno del suo primo mondiale.

Roy Hodgson se lo porta un po’ per emergenza – a detta dei critici – e un po’ per meriti oggettivi, viste le buone prestazioni in fase di Qualificazione. Jagielka gioca tutto sommato un buon torneo, malgrado il disastro generale della nazionale inglese, eliminata già nella fase a gruppi, insieme all’Italia di Cesare Prandelli. È un’eliminazione che brucia, perché la solidità difensiva della squadra di Roy Hodgson è messa alla berlina dai media, e nel tritacarne mediatico ci finisce pure lui.

Ma le ombre più oscure devono ancora arrivare, perché ad ottobre 2015 Phil si infortuna gravemente al ginocchio, e per lui si profila un lungo stop: non sarà un periodo facile per il popolo Toffees, perché lì dietro, davanti a Tim Howard, c’è una garanzia in meno. Ma Jagielka è un uomo forte, un degno discepolo del calcio inglese, un calcio in cui conta forse più il cuore della testa, in cui chi molla perde tutto. Ed allora, il 9 gennaio, contro il Dag & Red in FA CUP, Phil torna in campo, sempre lì, nella sua posizione, dove solo lui può dar sicurezza ad un Everton fino a quel momento un po’ troppo ballerino. Ed anche dopo l’addio di Roberto Martinez – chiamato dalla Nazionale Belga dopo un Europeo non all’altezza delle aspettative – e con l’arrivo di Ronald Koeman dal Southampton, il feeling con Goodison Park non è venuto a mancare. Jagielka è sempre un punto cardinale per chiunque vada allo stadio, il riferimento massimo per chi ama l’Everton, e forse non solo.



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