di Paolo Maioli.

Vai a pensare a cos’era Leicester-Manchester City appena un anno fa e ti accorgi che il tempo passa, le squadre cambiano e gli obiettivi pure. Dicono che i miracoli accadano una volta sola, e credo proprio che purtroppo ci abbiano preso. In realtà, la cosa era prevedibile. Tutti, nel profondo o all’apice razionale del nostro essere, sapevamo che la favola Leicester era fatta per essere letta una volta sola. Il che ci spaventava, tanto che per un’annata siamo diventati tutti (o quasi), magicamente, tifosi delle Foxes. Ora, però, ci ritroviamo davanti alla realtà, per qualcuno dura da digerire, per altri, invece, forse più bella perché ci ricorda la storia di chi ha fatto la storia.

Forse, però, ciò che lascia maggiormente basiti è quel Manchester City ancora troppo indietro rispetto alle aspettative (pur giocando a tratti un calcio super). Pellegrini fu deriso per aver concluso quarto nell’annata delle big assenti, o semplicemente per aver creduto che la Champions fosse un obiettivo possibile. Morale della (mezza) favola, il City dell’ingegnere è arrivato in semifinale per la prima volta nella storia, certamente pagando dazio in Premier League, crollando sotto i colpi di un Leicester imprendibile che oggi, al contrario – vuoi per caso o per chissà quale ragione – corre bene solo in Champions.

Era il 29 dicembre 2015 ed al King Power Stadium le Foxes ospitavano i Citizens nell’ultima giornata d’andata. Era la sfida tra la prima e la terza della classe, c’erano ancora l’amatissimo Joe Hart e l’indispensabile Kanté, il gioiello Drinkwater, il talismano Mahrez e l’uomo dai record Jamie Vardy. Era anche – e non a caso – la sfida tra i primi due attacchi della Premier League. Ne scaturì uno 0-0 abbastanza anonimo in cui nessuno si fece male. Alla fine, però, a sorridere fu solo Ranieri perché con quel punticino le Foxes tornarono in testa alla Premier in compagnia dell’Arsenal. Un punto che inoltre confermò la capacità del piccolo Leicester di giocarsela alla pari con le grandi, che alimentò il sogno in maniera decisiva e spazzò via i fantasmi dello stop con il Liverpool. Quanto al City, invece, fu una maledizione: la squadra di Pellegrini scivolò al terzo posto e l’unica conferma fu l’incapacità di vincere in trasferta (dal 12 settembre il City non vinse mai lontano dall’Etihad).

Oggi, invece, è tutto diverso. Il City ha congedato (con onore) Pellegrini per portarsi in casa Pep Guardiola, colui che prova ad esportare il Tikitaka ovunque, ed ha rivoluzionato la rosa: Joe Hart è  ripartito dal Torino, Yaya Touré è (spesso) relegato in tribuna, e Kompany purtroppo è sempre rotto. Li ha sostituiti con rispettivamente con Claudio Bravo (33 anni per 18 mln), Gundogan e Stones. Sulla panchina del Leicester, invece, siede ancora Claudio Ranieri, uno che non passerà mai. Il perché mi pare ovvio. Le Foxes sono sicuramente ridimensionate e sono un lontano parente del gioiello campione d’Inghilterra. Tra i pali, complice l’assenza di Schmeichel gioca Zieler, Morgan non se lo ricorda più nessuno, Jamie Vardy è appannato, mentre King ed Amartey nulla possono per sostituire Kantè. Insomma, questo è un altro Leicester. È quello che perde all’esordio contro il modestissimo e problematico Hull, quello che, però, allo stesso tempo fa 0-0 contro uno spaventoso Arsenal, ma che poche settimane dopo ne prende quattro dallo Utd e tre dal Chelsea, quello che lo scorso week-end è caduto 2-1 contro il fanalino Sunderland di David Moyes. Quello che, diciamocelo, non sa più tenere il passo delle grandi. Quello che, la verità o la vertigine, ha deciso di scoprirla in Champions League.

Ed il City, dal canto suo, però, così paura non fa. La squadra di Guardiola non gira ancora come dovrebbe perché (parere personale) il tikitaka è ottimo solo con il Barcellona. Che i Citizens avrebbero faticato più del previsto lo si era capito già dalla prima giornata, quando solo l’autorete di McNair salvò dal pareggio gli uomini di Guardiola. E non sono mancate nemmeno le delusioni, come la batosta subita settimana scorsa contro il Chelsea all’Etihad. I problemi sono soprattutto in difesa, un po’ per assenze ed un po’ per inadattabilità al ruolo: con i blues, nel terzetto, giocavano Stones, Otamendi e Kolarov. Due centrali che a tre non sono abituati e un terzino offensivo. C’è quindi da lavorare, per entrambe. Il titolo, per le foxes, è ormai un miraggio, e forse è giusto così: si passa alla storia anche vincendo una volta sola, ce ne ricorderemo, statene certi.



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