di Paolo Maioli.

Se lo vedessi non ci crederei. E così, puntualmente, me lo godo ad ogni giornata. È il Monaco di Jardim e Falcao, un Monaco che passa dalla Sudamerica, perché Leo è originario delVenezuela, mentre Radamel è il Re indiscusso, James Rodriguez permettendo, del calcio cafetero. Ma c’è pure un bel po’ di Portogallo: Moutinho è il padrone del centrocampo e dalle parti di Torino ancora si mangiano le mani per non averlo corteggiato come si deve. Poi c’è Jardim, soprattutto Jardim: un maestro che sul campo, da giocatore (professionistico), non ci ha mai messo piede. E la cosa tende a rendere il tutto ancor più affascinante.

Josè Leonardo Nunes Alves Sosa Jardim nasce a Barcelona, Venezuela, il 1 agosto del 1974 da genitori portoghesi, emigrati in Sudamerica per lavoro. Originario dell’Isola di Madeira, Leo ci ritorna e vi trascorre la giovinezza. La stessa che contraddistingue l’avvio di una carriera da allenatore iniziata prestissimo. Si parte con dei ragazzini di 12 anni del Madeira, abbastanza pronti fisicamente ma, sportivamente, ancora delle spugne: perfette cavie calcistiche per sperimentare idee e tattiche dei primi periodi. Nel frattempo Leonardo si iscrive alla facoltà di Scienze Motorie, e lavora sodo, fino ad ottenere la licenza UEFA A. E così nel 2001, a soli 27 anni, Leo entra nello staff del Camacha, squadra della terza divisione portoghese, e successivamente ne diventa allenatore. Fino al 2008, anno in cui arriva la chiamata del Chaves, un team che ha voglia di vincere: Jardim non fallisce ed alla prima occasione utile e porta i portoghesi in Seconda Divisione.

L’ottimo lavoro non passa inosservato, e nel 2009 è il Beira Mar a chiedere di lui. Jardim firma nell’estate di quell’anno e si aggiudica subito il titolo in Segunda Liga, raggiungendo così la promozione in prima serie portoghese. Verrà poi esonerato a metà della stagione successiva a causa dei risultati poco esaltanti. L’esonero brucia, ma Leonardo si rimette al lavoro: approfondisce ulteriormente la parte fisica e si perfezione nello studio tattico. Il Braga bussa alla sua porta nel 2011. È l’occasione della vita. E Jardim compie l’impresa concludendo al terzo posto e portando il Braga in Champions League. Ma ecco il neo che contrassegnerà la sua carriera: un carattere un po’ burbero ed irascibile, che lo porta a scontrarsi con il presidente Salvador ed alla conseguente separazione dal club.

Ma Leo è ormai entrato nel giro dei grandi, e la chiamata dell’Olympiakos – il club più titolato di Grecia – che gli consegna una squadra fatta per vincere, non tarda ad arrivare. Ad Atene, nella rosa de Pireo, spiccano soprattutto i nomi dell’esperto Pantelic, Mitroglou e Manolas. La squadra termina l’annata al primo posto con 77 punti, 15 in più del PAOK Salonicco. Emerge poi un dato, quello delle reti segnate: sono 64 in 30 partite. Una consuetudine che presto diverrà legge per le sue squadre. In Grecia, però, accade l’impensabile. Il 19 gennaio 2013 Jardim si scontra con il presidente del club greco che non guarda la classifica – l’Olympiakos è primo a dieci punti sulla seconda – e caccia l’allenatore portoghese. La lontananza dal campo però dura poco. A maggio Leonardo torna in Portogallo sulla panchina dello Sporting Lisbona, con cui firma un biennale fino a giugno 2015. La sua prima stagione si conclude al secondo posto, riportando così lo Sporting in Champions dopo cinque anni di astinenza europea. Al termine della stagione – il 20 maggio 2014 – Leo lascia il club.

C’è chi, però, nel mondo del calcio vuol puntare in alto. E lo fa a colpi di petrodollari e grandi nomi, salvo poi fare un passo indietro accontentandosi di tenere stretto un “semplice” ruolo da protagonista: il Monaco. La squadra del Principato di proprietà del Re del potassio Rybolovlev. Patrimonio stimato: 9 mld di euro. Jardim, considerato l’allenatore perfetto per un team così ambizioso, subentra così a Ranieri – fautore di un ottimo secondo posto in Ligue 1 che segna il ritorno dei monegaschi in Champions League dopo ben 10 anni – e viene presentato ufficialmente a stampa e tifosi il 3 luglio 2014. Qui trova un pezzo da novanta: Radamel Falcao, subito decisivo nella prima vittoria in amichevole contro l’Arsenal. Tra i due si crea un grande feeling: Radamel sarebbe l’attaccante esplosivo, la boa di riferimento, il finalizzatore cinico ideale per la manovra di Jardim ma, a fine mercato, complici i “problemi” finanziari del proprietario (in combutta con la moglie), El Tigre se ne va allo United. Rybolovlev, già privo del fuoriclasse Rodriguez (passato al Real) prova a rimediare, e gli mette tra le mani un gioiellino che vanta nomi del calibro di Berbatov, Moutinho, Subasic, Fabinho, Abdennour, Kurzawa, Ricardo Carvalho, Toulalan, Carrasco, Bernardo Silva, la promessa Kondogbia, il baby fenomeno Martial ed il nostro Andrea Raggi. La prima stagione di Jardim però non parte con il piede giusto: per la prima vittoria bisogna attendere la terza giornata, piangendo alla seconda per il pesante 4-1 subito contro il Bordeaux. Il Monaco conclude la stagione al terzo posto con 65 punti, in clamorosa rimonta. E’ però la Champions, dopo il lunghissimo digiuno, dove i monegaschi danno il meglio di loro stessi, eliminando l’Arsenal agli ottavi, e sfiorando l’impresa anche ai quarti, contro la Juve di Allegri. La stagione 15/16 si rivela un filo deludente. Eliminazione ai playoff di Champions, eliminazione cocente nel gruppo di Europa League e campionato modesto, chiuso ancora al terzo posto, ma lontani anni luce dal PSG di Blanc.

Rybolovlev, però, confida nelle doti del portoghese e decide che non c’è due senza tre (relativamente alle stagioni monegasche di Jardim). E quest’anno pare quello buono. Il Monaco ha trovato l’alchimia vincente, malgrado una squadra – complice anche qualche ripensamento da parte del patron russo – sicuramente non all’altezza di quella vista due stagioni fa. Il mercato estivo ha portato via pezzi pregiati come Kurzawa, ma Falcao ha fatto ritorno in riviera dopo le deludenti esperienze oltremanica. E se il Nizza non giocherà la parte del Leicester i monegaschi sono i principali candidati al titolo perché il PSG di Emery, com’era prevedibile, è ancora in fase sperimentale, il Lione sta ripartendo da un progetto green che non mira al titolo, mentre Lille e Marsiglia sono impegnate in quello che si direbbe uno dei più grandi ossimori calcistici d’oltralpe: la lotta per non retrocedere. Complice una media goal impressionante – ad oggi la più alta nei principali campionati europei – che conta 43 goal segnati in 14 partite, il Monaco si avventa sulle piccole senza pietà: oltre ai quattro goal rifilati sabato all’OM, ci sono le vittorie per 6-0 e 6-2 contro Nancy e Montpellier ed il 7-0 contro il Metz. Certo pesano le sconfitte contro Nizza e Tolosa (4-0 e 3-1), ma se vale la regola di Allegri de’ “il campionato si vince con le piccole” allora i numeri per il titolo ci sono tutti.



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