I tempi sono ancora lunghi, incerti ed aperti a capovolgimenti di ogni tipo. Ad oggi, però, tirando le somme più sommarie che si possano fare, l’Europa League è roba per due: Zenit e Shakhtar. Russia e Ucraina, unite da un filo conduttore chiaro: Lucescu ed il Sudamerica. Lucescu perché è l’artefice di tutto: dello Shakthar europeo e dello Zenit rimpolpato. Il Sudamerica, invece, perché Brasile fa rima con talento: Giuliano, ad oggi, è il miglior giocatore della competizione, mentre Ferreyra e Marlos sono i prossimi due fenomeni made in Donetsk by Mircea. Fondamentale poi è stato l’approdo sulla panchina degli ucraini di Paulo Fonseca dallo Sporting Braga. Il portoghese, oltre ad un gruppo già abbastanza plasmato e coeso, ha ereditato anche una bella fetta di storia, perché Lucescu ed il suo 4-2-3-1 sono infatti un’istituzione dalle parti di Donestk, un perfetto mix di velocità e tecnica, talento ed esperienza, gioventù e solidità. Una miscela esplosiva che in 12 anni (dal 2004 al 2016) ha portato alla Donbass Arena 8 Campionati Ucraini, 6 Coppe Nazionali, 7 Supercoppe d’Ucraina ed una Europa League nel 2009. Certamente lo Shakthar non è più la macchina goal dell’era di Luiz Adriano, Willian e Teixeira – partiti rispettivamente in direzione Milan (a parametro zero, uno dei pochi errori della gestione Lucescu), Chelsea e Cina -, ma Mircea lo scorso anno è arrivato in semifinale con un gruppo estremamente giovane. Dunque il passo da lì alla Coppa è estremamente breve ma comunque delicato. Tanto più che, ricordiamolo, la banda di Donestk non gioca più nella storica Donbass Arena a causa del conflitto russo-ucraino: una lotta politica che si spera non contagi mai quella sul campo.

Analizzando poi le rose balza all’occhio come la Samba, se non numericamente qualitativamente, sia dominante: nell’ultima gara giocata dagli ucraini quattro marcatori su cinque sono brasiliani (Marlos, Taison, Fred e Ferreyra). Ma non è tutto Sudamerica quel che luccica perché anche l’autoctonia si fa sentire, soprattutto in casa Zenit con Dzyuba, Kokorin, Lodigyn e Kerzakhov. Mentre Kovalenko e Stepanenko (peraltro decisivi nel 2-0 rifilato da Fonseca alla sua ex squadra il 29 settembre) sono l’emblema di uno Shakthar che inizia a produrre anche per la propria Nazionale. Si delinea così un asse trasversale che tocca le punte di Brasilia per ritrovarsi in Siberia, un asse mondiale su cui transitano talenti come Taison, Fred, Bernard e Mauricio insieme alla poesia di Dario Srna ed all’italianità (siamo come i funghi) dello scudiero Mimmo Criscito. E sebbene molti diano più meriti ai gironi oggettivamente poco impegnativi delle due squadre, vero è però che la qualità del gioco trascende la qualità dell’avversario. In queste prime quattro partite di Europa League si sono viste due corazzate capaci di realizzare 13 goal in quattro gare, subendone rispettivamente solo tre (Shakthar) e cinque (Zenit). E se la Fiorentina è l’unica ad avvicinarsi per punti e differenza reti ai due mostri della competizione, mentre il Man Utd mourinhiano cade sotto i colpi delle prodezze di Sow e Lens, allora vuol dire che l’Italia, Criscito a parte, potrebbe finalmente essere pronta al grande salto.

di Paolo Maioli



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