Nel 2010 il direttore di un noto settimanale (oggi mensile?) sportivo, mi commissionò un’intervista con Valdir Peres, il portiere del Brasile che al Sarrià venne trafitto per tre volte da Pablito Rossi. L’occasione era dettata dal 60esimo compleanno dell’ex numero uno della Seleção. L’intervista non venne mai pubblicata, come per altro a volte può accadere nel nostro mestiere, ed è quindi rimasta per oltre 6 anni in un cassetto. La rispolvero oggi per gli amici di calcioesteronews.it, sperando di fare cosa gradita ai loro (nostri) lettori.

Per Valdir Peres continua, e addirittura si accelera, una sorta di via crucis in cui ogni volta si guarda allo specchio che gli rimanda l’immagine di un viso da perdente. La tenacia della memoria è come un soffio sinistro che non solo spegne le prossime sessantasei candeline, ma le sradica dalla torta con la forza di un uragano. L’aver tracciato in quel pomeriggio di pura anarchia al Sarriá il lieto fine di un presente, senza sbirciare il futuro, si è tramutato in un dramma per il Brasile e in un incubo senza fine per lui. La tripletta di Paolo Rossi fu il canone inverso del pallone che premiò gli azzurri e mandò all’inferno una Seleção costruita pezzo dopo pezzo per mettere al sicuro la Coppa del Mondo. Una nave imponente e maestosa che andò a cozzare contro l’iceberg della presunzione e dell’arroganza. Fu il fallimento di un progetto e di un sogno chimerico, anche se alla fine tutte le responsabilità finirono sulle spalle dello scarsocrinito portiere. Una sorta di déjà vu con “O Maracanaço” del 1950, quando Ghiggia e Schiaffino umiliarono i verdeoro. Anche in quell’occasione nefasta toccò a un portiere, Moacir Barbosa, pagarla per tutti. Valdir Peres de Arruda, nativo di Garça (come Roberto Carlos), in nazionale ci arrivò su precisa indicazione del “mestre” Telê Santana. Uno degli allenatori più celebrati del Sudamerica. Eppure la decisione di affidargli la maglia da titolare fece scalpore fin dalle prime convocazioni.

“In effetti la scelta venne bocciata dalla stampa che invocava a gran voce il nome di Émerson Leão. Non era più un ragazzino. All’epoca aveva 33 anni. Ma era un personaggio carismatico, titolare nelle ultime due edizioni dei mondiali, anche se era già stato accantonato da tempo per far spazio a Joao Leite dell’Atletico Mineiro e Raul Plassmann del Flamengo”.

Che cosa balenò allora nella mente del suo commissario tecnico?

“Credo che alla fine fu una questione caratteriale. La squadra era costruita attorno a gente come Zico, Falcão, Socrates, Eder e Junior. Tutti ragazzi dalla spiccata personalità. Leão aveva anche lui un bel caratterino. Gestire troppi leader all’interno dello spogliatoio sarebbe stato complicato. Meglio quindi un Valdir Peres che non protestava mai”.

Vogliamo sfatare un mito?

“Quale?”

Quello di Valdir Peres calciatore mediocre. Qualcuno l’ha persino definita un popolano maldestro al ballo di corte.

“Sono stato tradito dalle apparenze. Non ho mai posseduto un phisique du role. E mentre tutti i miei compagni esibivano criniere da leoni io ero già calvo a 25 anni e con un filo di pancetta. E’ un po’ quello è accaduto al mio connazionale Heurelho Gomes nel Tottenham. Un ottimo portiere che però non incarnava lo spirito dell’adone. In un’epoca dove l’immagine conta parecchio lui partiva con un gap difficile da colmare”.

Barthez però era calvo, ma vinse un mondiale e fu il fidanzato di Linda Evangelista.

“Barthez giocava in una squadra, il mio Brasile era un gruppo di solisti con poca propensione al sacrificio. In quanto alla modella americana, questione di gusti…”.

Allora, vogliamo sfatare questo mito dell’anatroccolo sgraziato tra i cigni reali?

“Certo, lo posso fare con i dati alla mano. Giocavo nel São Paulo, all’epoca la squadra più temuta e vincente del Brasile. Mi chiamavano Pelé das traves, il Pelé dei portieri. Avevo una certa dimestichezza nel parare i rigori. Direi che può bastare, no?”.

Fino ad assurgere alla dignità ancestrale di Sao Valdir?

“Accadde a Stoccarda il 19 maggio del 1981. Affrontammo la Germania vincendo 2 a 1, e per ben due volte ipnotizzai dagli undici metri Breitner, uno specialista dei calci di rigore. Al rientro in albergo il personale di servizio dell’hotel mi portò in trionfo. Avevano visto la partita in tv ed erano rimasti impressionati dalle mie prodezze. Rimasi sorpreso di fronte a tale slancio emotivo. La stampa brasiliana il giorno dopo parlò apertamente di Sao Valdir”.

Un santo che perse l’aureola il 5 luglio del 1982

“In realtà le critiche iniziarono a piovere dopo la partita con l’Unione Sovietica. Andre Bal, un mediano che avrebbe dovuto frenare Zico, si presentò al mio cospetto con un destro non proprio irresistibile. La palla mi sfuggì dalle mani e finì in rete. La sfera era carica d’effetto. Quel gol assurdo non mi condizionò, ma scatenò i giornalisti del mio paese”.

Vennero pubblicate parecchie cattiverie sul suo conto.

“Sì, lo so. Pensi che durante gli allenamenti a volte mi cimentavo da centravanti per fare il verso al mio compagno del São Paulo Serginho. Realizzai una manciata di gol di pregevole fattura. I giornalisti mi invitarono a cambiare ruolo, per il bene della Seleção”.

Si arriva così alla sfida con l’Italia.

“E’ la gara che ha distrutto la mia reputazione e in parte la mia vita. Anche se poi, riguardando le immagini, sui tre gol di Rossi non avrei potuto far nulla. Forse una piccola incertezza sul terzo, quando Tardelli concluse debolmente. Roba da poco, perché il centravanti italiano quel pomeriggio sembrava un rapace. Vinse la partita da solo”.

Oppure la perse il Brasile con un atteggiamento sopra le righe?

“No. E’ nella nostra mentalità non fare calcoli e giocare all’attacco. Non è arroganza, mi creda, ma una cultura che ci ha permesso di vincere così tanto”.

E mentre in Italia si festeggiava il suo paese piombava nell’ennesimo dramma.

“Il calcio è vita dalle nostre parti. A volte è l’unica ragione di vita”.

Dalla vita alla morte il passo è breve per chi professa la fede verdeoro.

“Non ci furono i suicidi di massa del 1950 dopo la tragedia del Maracanà. Mi risulta che solo una ragazza di Sao Paolo decise di farla finita recidendosi i polsi con una lametta”.

Come fu accolto al rientro?

“Male ovviamente. Deriso da tutti. Ricordo di un ragazzino che riuscì ad eludere il servizio di sicurezza all’aeroporto e si avvicinò per consegnarmi una locandina. C’era disegnata la mia caricatura e una frase che recitava: Valdir Peres, specialità polli allo spiedo”.

Fu l’inizio della fine.

“Ovviamente si concluse la mia avventura in nazionale. In realtà la ferita fu così profonda che la Seleção decise di ripresentarsi in campo solo nell’aprile del 1983, quasi un anno dopo. Il nuovo ct, Carlos Alberto Parreira, richiamò tra i pali Leão. Nel frattempo lasciai il São Paulo per difendere la porta di squadre meno prestigiose”.

Anche la sua carriera da allenatore non è stata particolarmente brillante.

“Purtroppo l’etichetta di artefice della sciagura di Barcellona non riuscirò mai più a scucirmela di dosso. Ho tentato la carriera d’allenatore, ma non sono mai andato oltre le squadre di periferia”.

Ha mai incontrato Paolo Rossi?

“No, ma sarebbe da stupidi nutrire rancore nei suoi confronti. Lui faceva il centravanti, io il portiere. E’ stato più bravo di me”.

Quando si riscatterà Valdir Peres?

“Calcisticamente mai. Neppure se riuscissi a scovare un giovane portiere più forte di Julio Cesar. Ma sotto l’aspetto familiare sono l’uomo più felice del mondo. Mia figlia Rejane è una bravissima attrice. Da qualche tempo lavora a Hollywood. Le auguro di raccogliere tutte quelle soddisfazioni che mi sono state negate”.

Un’ultima domanda, ma a bruciapelo. Quali sono stati i tre portieri più forti nella storia del Brasile?

“Valdir Peres, Valdir Peres e Valdir Peres…. Scherzi a parte. Gilmar, Julio Cesar e Taffarel. Proprio in quest’ordine”.



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