Come da protocollo, dopo la passerella della Tunisia, e prima di quella riservata alla Thailandia, i ventisette atleti provenienti da Taiwan, eleganti nei loro gessati sfoggiati per la gaudente cerimonia, sfilano sulla pista dell’Olimpico di Roma, sventolando orgogliosi il vessillo della propria patria durante la tradizionale Parata delle Nazioni. In fila indiana, disposti su tre file ordinate, i taiwanesi proseguono fluidamente fino a quando, in prossimità di un funzionario del Comitato organizzatore, il capodelegazione, tale Lin-Hung-tan, rallenta bruscamente la marcia, e s’infila una mano in tasca, estraendo un drappo bianco dove campeggia un’inequivocabile scritta a vernice: “Under protest“, si legge, rigorosamente in inglese, proprio per abbattere le barriere linguistiche, favorendo la comprensione di tutti gli spettatori del mondo.

Qualche minuto più tardi, la fiaccola olimpica, accesa ad Olimpia il 12 Agosto, dopo essere stata custodita gelosamente da un esercito di 1199 atleti, terminerà il suo lungo peregrinare nelle affidabili mani del misconosciuto mezzofondista Giancarlo Peris, ultimo tedoforo a cui spetterà l’onore e l’onere di appiccare il tripode olimpico, dando il via alla diciassettesima Olimpiade, la prima ospitata su suolo italiano.

Alla base del gesto plateale inscenato dai taiwanesi in mondovisione durante la cerimonia d’apertura, ci sono, come sempre in questi casi, delicate motivazioni di natura politica e ideologica. In pratica, la selezione dell’isola di Formosa, ritenendosi indipendente dalla Repubblica Popolare Cinese, gradirebbe partecipare alle Olimpiadi sotto la denominazione di “Cina nazionalista”. Il Comitato Olimpico Internazionale, ed il suo presidente, lo statunitense Avery Brundage, etichettato dai cinesi senza mezzi termi come “marionetta dell’imperialismo americano”, probabilmente per evitare di irritare oltremodo la sensibilità di Pechino, ritiratasi due anni prima dal movimento olimpionico proprio per la contemporanea presenza di Taiwan che si ostina a non riconoscere come entità indipendente, rigetta senza appello le richieste degli atleti di Formosa, escogitando una soluzione parecchio invisa alla carovana orientale: se vorranno presenziare alle Olimpiadi romane, i ventisette atleti, tra cui i calciatori agli ordini di mister Lee, dovranno farlo sotto le insegne di Taiwan.

Almeno in un primo tempo a Taipei sono riluttanti all’idea, tanto che per ventiquattro ore negli ambienti olimpici serpeggia lo spettro dell’abbandono. Ma poi, dopo consultazioni e mediazioni di ogni tipo, fortunatamente si giunge ad un compromesso, con i taiwanesi che alla fine scongiurano il forfait, non prima, però, di aver mostrato al mondo tutto il proprio disappunto per l’inaccettabile, e quasi oltraggiosa, a detta loro, decisione di un CIO tanto pragmatico quanto cinico nelle vesti di padre padrone del circus a cinque cerchi. Nell’imponente e confortevole Villaggio Olimpico, progettato da un pool di architetti di rinomata caratura e allestito in pompa magna laddove un tempo sorgeva la baraccopoli di Campo Parioli – sgomberata per l’occasione – mister Lee Wai Tong, autentica leggenda del calcio cinese presente in qualità di calciatore a Berlino ’36 – la prima, storica Olimpiade a cui prese parte la selezione calcistica del Celeste Impero – riceve la tanto inaspettata quanto gradita visita di Vittorio Pozzo – addentratosi in quella babele di suoni, lingue, culture e tradizioni in qualità di inviato de “La Stampa” – con cui scambia amabilmente quattro chiacchiere sul gioco, cercando di carpire alcuni segreti sula nostra nazionale a pochi giorni dall’esordio, proprio con l’Italia, in quel di Napoli.

La formazione olimpica di Taipei, composta per la sua stragande maggioranza da calciatori provenienti da Hong Kong, anche se di modesta caratura se rapportata alle altre squadre iscritte al torneo olimpico, gode di un certo prestigio in Asia. Sfilata per due volte consecutive la corona dei Giochi Asiatici alla Corea del Sud, bastonata in finale con un perentorio 5-2 in finale nel 1954, e ribattuta quattro anni più tardi con un più risicato, ma ugualmente efficace 3-2 dopo i tempi supplementari, il pass per Roma viene obliterato proprio in faccia ai Guerrieri di Taegeuk, per il quale i biancoblu diventano un autentico spauracchio: sbarazzatosi con relativa facilità della Thailandia nel primo round di qualificazione preolimpico, Taiwan si ritrova nuovamente opposta ai sudcoreani. L’ennesimo capitolo della saga, che vale un posto sull’aereo per l’Italia, va in scena interamente a Taipei: nella prima gara la Corea del Sud liquida 2-1 gli uomini di Lee, ipotecando la qualificazione. Ma il 14 Aprile del 1960, nell’incontro di ritorno, accade l’imponderabile. Sul punteggio di 1-0 in favore della Repubblica di Cina, così come era conosciuta ufficialmente Taiwan, l’arbitro assegna un calcio di rigore alla truppa di Lee. I Guerrieri di Taegeuk, imbufaliti perchè vedono sfumare il sogno olimpico, in preda ad un raptus di follia, si avventano sull’arbitro schiaffeggiandolo ripetutamente. Risultato: a tavolino la gara viene data vinta a Taiwan, che può finalmente festeggiare la tanto agognata qualificazione a cinque cerchi.

A dispetto di Melbourne 1956, la struttura del torneo calcistico a cinque cerchi subisce significative trasformazioni, venendo allargata a sedici formazioni, rispetto alle undici previste dal format australiano: in più si assiste all’introduzione della fase a gironi, perfetto antipasto dello spettacolo promesso dalle gare da dentro o fuori. Inseriti nel gruppo B, comprendente oltre ai padroni di casa dell’Italia, anche Brasile e Gran Bretagna, gli asiatici esordiscono il 26 Agosto a Napoli. Di fronte c’è la Naziole olimpica italiana, timonata dalla premiata ditta Rocco-Viani, e sospinta a gran voce dal pubblico di Fuorigrotta. Immaginare un epilogo diverso da una goleada in favore degli azzurri, seppur privi di quei calciatori impegnati nelle qualificazioni al mondiale cileno, appare impossibile. Eppure, dopo il vantaggio italiano di Rivera, che al 10′ sembra spianare la strada ai beniamini di casa, Mok-Chun-wa, alfiere del South Cina, trova un insperato e inaspettato pari, gelando un Viani che, tra l’incredulo e lo stupito, fatica a capacitarsene. Quello taiwanese, però, come logica impone, rimane solo un lampo isolato. Tre minuti più tardi ancora un’imberbe Rivera, fresco di passaggio al Milan dall’Alessandria, rimette a posto le cose, mentre nella ripresa sono Fanello e Tomeazzi a mettere il risultato al riparo da eventuali brutte sorprese, fiaccando le ultime sacche di resistenza della banda di Lee. Se il debutto era proibitivo, il secondo incontro lo è, se possibile, ancor di più. La comitiva taiwanese, che incarna l’emblematico motto decoubertiniano delle Olimpiadi, risale il Tirreno e, al Flaminio di Roma incrocia i tacchetti con i funamboli brasiliani. Come ampiamente pronosticabile, non c’è partita. Gerson, autore di una tripletta, e Roberto Dias, che non vuole essere da meno del compagno siglando una doppietta, fanno letteralmente ammattire la difesa taiwanese guidata da Lam Spencer – mastino dei Kitchee conosciuto per le sue poderose staffilate da calcio piazzato, e per questo soprannominato “Heavy Gun” – affondando come lame incandescenti nel burro e permettendo ai verdeoro, già vittoriosi 4-3 con la Gran Bretagna nel vernissage d’apertura, di proseguire il torneo con alle spalle un confortante e rotondo 5-0. I giochi sono fatti, i destini segnati, le valigie pronte. Aritmeticamente Taiwan è già stato escluso dalla kermesse, ma resta ancora una gara da disputare, quella con la Gran Bretagna. A Grosseto, il primo Settembre, si gioca per l’onore, visto che anche i britannici hanno la certezza dell’eliminazione. I sudditi di Sua Maestà partono a spron battuto, e all’ora di gioca conducono per due reti a zero: Jim Lewis e Bobby Brown, impietosi, trafiggono il povero Sui Wah Lau. Sembra finita, ma Cheuk-Yin- Yiu, formidabile parter d’attacco di Mok Chun-wa anche tra le fila delle Caroliners, considerato come il più iconico calciatore nato ad Hong Kong, accorcia le distanze, rivitalizzando la truppa orientale, nuovamente punita da Paddy Hasty a cinque minuti dal triplice fischio finale. Ci pensa nuovamente Cheuk, “il tesoro di Hong Kong“, come lo chiamano i suoi tifosi, a raddrizzare il risultato, fulminando ancora una volta l’attonito Pinner e concedendo uno storico bis olimpico.

Le eccezionali gesta della stella xiangrangren, premiata nel suo paese con svariati ed illustri riconoscimenti, però, non bastano ad evitare la sconfitta a Taiwan. Tuttavia, alla Cina nazionalista non mancheranno i motivi per gioire. Dopo la spedizione infruttuosa, e terminata a mani vuote, in quel di Melbourne, sarà il decatleta Yang Chuan-kwang a conquistare la prima, storica, medaglia per Taiwan: un argento ottenuto al termine di un tiratissimo e avvincente duello senza esclusione di colpi con l’americano Rafer Johnson, peraltro ben documentato ne “La Grande Olimpiade“, la pellicola ufficiale della kermesse romana prodotta dall’Istituto Luce e diretta da Romolo Marcellini. A conferma della bontà forse irripetibile di quell’organico, invece, in Autunno la Taiwan pallona raggiungerà il proprio acme, salendo sul gradino più basso della Coppa d’Asia, alle spalle di Corea del Sud ed Israele, prima di scomparire lentamente dalla scena calcistica internazionale, preda di una sorta di irreversibile forma di dissolvenza in uscita.

In collaborazione con Calciofuorimoda



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