In una dimensione che tenta quasi di sconfinare nell’universo antropologico, può accadere che un centrocampista venga costretto, per soldi e finzione, a giocare da portiere, per non giocare da portiere. Troppo contorto? Trastullandosi con le parole sì, ma raccontando la storia faremo i conti, in poche battute, con una verità rivelata.
Il protagonista dell’inusuale vicenda si chiama Kevin O’Callaghan, una settimana fa ha compiuto 55 anni ed è uno scout del club londinese del Millwall, ma tra il 1978 e il 1991 è stato un centrocampista di buon livello della Premier (Ipswich Town, Milwall, Portsmouth) e della nazionale dell’Eire, con la quale ha totalizzato 21 apparizioni. Per tutti però O’Callaghan è “Tony Lewis”, incarnazione assoluta del numero uno. Tutta colpa di John Huston, il regista di “Fuga per la Vittoria” che lo arruolò nel cast dell’epica pellicola, la cui trama è ben nota anche ai neofiti del pallone. Nel film, prodotto nel 1981 dalla Warner Bros, sponsor storico dei New York Cosmos, e interessata attraverso la pellicola a diffondere il verbo della North American Soccer League (che purtroppo nel 1984 si sbriciolò come un biscotto nonostante l’appoggio di Kissinger), O’Callaghan alias Lewis era un numero uno insuperabile, una sorta di guardiano di Wembley, l’unico davvero provvisto delle doti acrobatiche necessarie a frenare l’ardore del capitano tedesco Baumann e dei suoi compagni di squadra allo stadio Colombes di Parigi.
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Ma ecco in agguato il colpo di scena, il colpo gobbo, e, addirittura, il colpo feroce. Quello inferto nella pellicola per procurargli una frattura e poter schierare nell’epica sfida Robert Hatch, alias Silvester Stallone, l’uomo che aveva mantenuto i contatti con la resistenza e che quindi avrebbe dovuto giocare a tutti i costi quella gara. Come per l’epopea di Rocky, dove Stallone si sottopose ad allenamenti specifici sul ring sotto la guida di campioni del calibro di Frazier e Foreman, così in Fuga per la Vittoria non lasciò nulla al caso. Il suo istruttore fu addirittura Gordon Banks, anche lui sbarcato nello sfavillante mondo del soccer a stelle e strisce (ai Fort Lauderdale Strikers). Banks a dire il vero era un po’ a mezzo servizio, costretto al declino da un problema alla retina. Comunque riuscì a trasformare Sly in qualcosa di simile a un portiere, anche se in alcune scene venne rimpiazzato dalla controfigura Paul Cooper, numero uno tra gli altri del Manchester City.
Torniamo quindi al nostro Kevin O’Callaghan, che appunto diventò portiere sul set per non giocare la partita della vita, rimanendo intrappolato nel suo personaggio. “Avrei preferito che si ricordassero di me per quanto di buono ho raccolto da calciatore, anche se come attore, tutto sommato non me la sono cavata malissimo…”, racconta con una punta di ironia. O’Callaghan è unito nella sorte a Werner Roth, che nel film di Huston interpretava Baumann, il capitano della nazionale tedesca. Per tutti è rimasto il tedesco dallo sguardo truce e impassibile, anche se in realtà Roth, nato addirittura a Lubjana, in Slovenia, da genitori emigrati a Brooklyn, è stato l’insostituibile scudiero di Beckenbauer e del compianto Carlos Alberto, nella difesa mondiale (dove c’era anche il laziale Pino Wilson) dei New York Cosmos.
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