di Francesco Cavallini.

Ci eravamo lasciati nell’estate 2001, con lo strisciante dubbio che il glorioso Liverpool Football Club, la squadra più titolata d’Inghilterra, fosse preda di una maledizione cominciata con l’addio di King Kenny Dalglish. Parte del pubblico, però, è giustamente scettica; i Reds hanno appena vinto tre coppe e, come già detto, in estate portano a casa anche le due Supercoppe. Il campionato conta relativamente. Ma anche chi non vuole crederci, mente sapendo di mentire: la Premier League conta anche troppo. Soprattutto in uno scontro molto particolare. Il Manchester United di Alex Ferguson è pronto a mettere la freccia nel computo dei trofei in bacheca, anche e soprattutto grazie ai trionfi nella lega di casa, già sette da quando è iniziato il digiuno dei Reds. Diventa quindi d’obbligo per il Liverpool versione 2001/02 conquistare il titolo che manca ormai da più di dieci anni. Ma i tanti ottimisti non hanno fatto i conti col destino, che sembra voler suggerire che l’ormai famigerata maledizione non sia esattamente una boutade…

Dopo neanche due mesi di campionato, infatti, Gerard Houllier, il tecnico dell’annata trionfale, viene ricoverato d’urgenza in ospedale, dove gli viene diagnosticata una dissecazione aortica che lo tiene a riposo forzato per cinque mesi. I “telavevodettisti”, ammesso che in Inghilterra si chiamino a questa maniera, non perdono tempo: la Curse of the King è realtà. Il primo tecnico vincente dei Reds dopo Dalglish è costretto ad abbandonare la panchina di Anfield per motivi di salute, proprio come King Kenny. Phil Thompson, che deve sostituire Houllier, ha ben altro a cui pensare e, va detto, non delude. Quando a marzo 2002 i medici danno al manager transalpino l’ok per il ritorno in campo, i Reds sono ancora in corsa per la Premier e per la Champions League; ma questo matrimonio non s’ha da fare, dato che il campionato lo porta a casa l’Arsenal di Wenger e che il Bayer Leverkusen stoppa ai quarti di finale la corsa europea del Liverpool. Tra ai rimpianti per una stagione che poteva finalmente diventare trionfale, le rive della Mersey salutano inoltre Robbie Fowler, ex idolo di casa, ormai oscurato dalla stella di Owen, di nuovo capocannoniere assoluto della squadra.

Un secondo posto è pur sempre un buon viatico per l’annata a venire e le prime giornate della Premier League 2002/03 danno ragione a questo adagio; i Reds conquistano trenta punti in dodici partite, lasciando a inseguire a meno quattro i campioni uscenti dell’Arsenal. Ma una sconfitta potenzialmente innocua per mano del Middlesbrough e la successiva prematura uscita dalla Champions League tagliano letteralmente le gambe al Liverpool. Nelle successive sedici giornate di campionato la squadra di Houllier vince solo due volte, entrambe lontano da Anfield; per vedere tre punti conquistati in casa, i tifosi dovranno attendere addirittura marzo. Un buon finale di campionato non basta a salvare la stagione, che i Reds concludono al quinto posto; a portare a casa la Premier League sono i rossi di Manchester e neanche la vittoria in League Cup, proprio contro lo United, riesce a togliere l’amaro in bocca ai supporter del Liverpool. E non è finita. I dodici mesi successivi vanno ancora peggio; a giugno 2004 Houllier toglie il disturbo, lasciando in eredità una stagione mediocre, nobilitata da un piazzamento in Champions League raggiunto in extremis, ma che sarà molto importante. E arriva anche il momento di salutare l’ex Pallone d’Oro Michael Owen, che lascia la Mersey per il Manzanarre sponda Real, ma che, a causa di ripetuti infortuni, non tornerà mai a essere il calciatore determinante degli anni precedenti.

Il successore di Houllier è Rafa Benitez, fresco vincitore della Liga e della Coppa UEFA con il Valencia. In patria lo spagnolo è stato in grado di spezzare il monopolio Barca-Real: chi meglio di lui può guidare i Reds contro Arsenal e Manchester United e riportare quindi l’agognato titolo a Anfield? Senza Owen, lo spagnolo punta su Luis Garcia e Baros, che assieme agli ormai veterani Gerrard e Carragher rappresentano il vero punto di forza di una squadra che in campionato fallisce, ma che a discapito di tutti i pronostici arriva fino in fondo in Champions League e, nella finale più pazza di sempre, riesce ad alzare il trofeo. Questo, sperano a Liverpool, è il momento in cui la maledizione si spezza; ma non è esattamente così. La stagione 2004/05 è, dal punto di vista del nostro racconto, ovviamente la più polarizzante degli ultimi 25 anni. Fino a che punto regge questa “storia” quando la tua squadra vince una Champions League? La storica rimonta di Istanbul a spese del Milan di Ancelotti dovrebbe a rigor di logica mettere la parola fine a tutte le dicerie e alle superstizioni. Eppure c’è un altro lato di questa luminosa medaglia, e la domanda, in fin dei conti, è sempre la stessa: possibile che un club in grado di trionfare nella più importante manifestazione continentale, eliminando per giunta il Chelsea campione d’Inghilterra, non riesca ad imporsi nella Premier League?

L’ombra di King Kenny seguirà Benitez passo passo nei suoi successivi cinque anni ad Anfield. I tifosi sono stufi; non avrebbero granché di cui lamentarsi, ma in un momento storico in cui la squadra è riuscita a mettere in bacheca praticamente tutto ciò che si poteva vincere, l‘assenza del titolo casalingo diventa sempre più frustrante. La società continua a investire prepotentemente sul mercato, arrivano ad Anfield campioni del calibro di Fernando Torres e Javier Mascherano, ma anche calciatori che diventeranno bandiere del club, come Martin Skrtel e Lucas Leiva. Mancano però i risultati; la prima trionfale stagione di Rafa è ovviamente irripetibile, ma il tecnico non riesce a portare a casa neanche quello che per il Liverpool è ormai il minimo sindacale. In Europa arriva un’altra finale di Champions, ma il Milan si prende la rivincita di Istanbul; nelle competizioni domestiche i Reds in cinque anni portano a casa una FA Cup e una League Cup, che però non riescono a impedire l’inevitabile sorpasso. Proprio durante l’era Benitez, il Manchester United diventa infatti il club più titolato d’Inghilterra. Tutta colpa della maledizione di King Kenny, ormai ne sono sicuri un po’ tutti. La stagione 2008/09 è quella in cui il Liverpool va più vicino all’impresa, ma un campionato costante terminato a 86 punti non basta comunque, perché c’è qualcuno che ha raggiunto quota novanta. Neanche a dirlo, lo United. Il canto del cigno è la campagna europea 2009/10; il terzo posto nel girone di Champions spedisce i Reds in Europa League e la squadra onora la competizione, arrivando alle semifinali, prima di arrendersi all’Atletico Madrid ai tempi supplementari.

A fine stagione, Rafa lascia il Liverpool; nonostante la vittoria di Istanbul, lo spagnolo non verrà mai ricordato nell’Olimpo dei manager di Anfield. Il suo curriculum, in teoria, lo metterebbe al livello di Joe Fagan, ma i tifosi diranno sempre che a Benitez è mancato qualcosa. Ovviamente stanno parlando della Premier League. A sostituirlo arriva Roy Hodgson; i motivi della scelta sono perlomeno incomprensibili, dato che si parla di un tecnico la cui fama è spropositatamente ampia rispetto ai modesti risultati raggiunti. L’annata si rivela un disastro: il Liverpool esce dalla League Cup perdendo in casa ai rigori contro il Northampton, squadra di League Two e abbandona presto anche la FA Cup per mano, guarda un po’, del Manchester United. Le prestazioni in campionato sono altalenanti, finché un dicembre pessimo convince la dirigenza a licenziare Hodgson dopo la prima partita del 2011. Un altro tecnico fagocitato dalla maledizione. La scelta del successore si rivela più difficile del previsto: il Liverpool è un club blasonato, ma non facile da prendere in mano. Ed è a quel punto che, considerando la stagione ormai compromessa, prende piede la soluzione temporanea e fatta in casa; ma non arriva il solito “Boot Room” manager, scelto tra lo staff societario. Non basta un allenatore: ci vuole un Re.

E così, dopo circa vent’anni, Kenny Dalglish si siede di nuovo sulla panchina del Liverpool; l’effetto nostalgia per i tifosi è assicurato, e coinvolge anche la squadra. Gli arrivi sul filo di lana del mercato di gennaio di Andy Carroll e Luis Suarez rafforzano i Reds, ma non abbastanza da raddrizzare una stagione nata male; sesto posto finale, condito dall’eliminazione in Europa League per mano dei portoghesi del Braga. Il ritorno del Re non termina comunque qui; la dirigenza opta per affidare la squadra a Dalglish anche per il 2011/12. Neanche a farlo apposta, King Kenny porta a Anfield il primo trofeo dai tempi della FA Cup 2006, vincendo ai rigori la finale di League Cup contro il Cardiff City. Anche nella coppa più importante i Reds si comportano bene, ma vengono sconfitti a Wembley dal Chelsea di Di Matteo. In Premier League però la squadra delude e termina ottava; non è abbastanza e anche Dalglish rimane vittima di se stesso, venendo esonerato il 16 maggio 2012.

Un ambiente sfiduciato accoglie con moderato entusiasmo Brendan Rodgers, artefice del miracolo Swansea, che porta con sé Joe Allen e acquista e Philippe Coutinho. La stagione è di ricostruzione: vanno via molti calciatori oltre la trentina e si affacciano in prima squadra alcuni giovani del vivaio. Il pubblico comprende la scelta e non critica troppo, nonostante un’annata anonima, terminata al settimo posto e con prestazioni incolori nelle coppe nazionali ed europee. Ma la pazienza, si sa, viene premiata; o almeno, quasi. Le coronarie dei tifosi del Liverpool tornano infatti a essere ad alto rischio nella Premier League 2013/14; la squadra gira benissimo e le eliminazioni precoci nelle coppe permettono a Rodgers di concentrarsi sul campionato. Spinti dalle reti di Luis Suarez, a tre match dalla fine i Reds sono in piena corsa per il titolo; la sconfitta con il Chelsea ad Anfield è pesante, ma non compromette tutto. Due vittorie nei turni successivi, con Crystal Palace e Newcastle, potrebbero bastare, a patto che il lanciatissimo Manchester City di Pellegrini non vinca tutte le tre partite che gli rimangono.

Ogni generazione di tifosi, di ogni squadra, ha il proprio incubo, quel calciatore o quella squadra che ha interrotto sogni di gloria o condannato il proprio team a delusioni insopportabili. Per i supporter degli anni ottanta, il tabù porta il nome di Michael Thomas, che proprio a Anfield, con una rete allo scadere, aveva regalato il titolo 1988/89 all’Arsenal a scapito del Liverpool. Se invece desiderate ferire uno Scouser più giovane, vi basterà sussurrare la parola “Crystanbul”, curioso portmanteau dall’origine facilmente intuibile che unisce Crystal Palace e Istanbul. Il 5 maggio 2014 i Reds sono in vantaggio per 0-3 a Selhust Park quando mancano ormai undici minuti al novantesimo. La vittoria esterna non garantisce il sorpasso al City, che in un possibile arrivo a pari punti sarebbe comunque favorito dalla differenza reti, ma mantiene comunque intatte le possibilità di portare la prima Premier League sulle rive della Mersey.

Ed è esattamente in quegli undici minuti, anzi, in nove, che la Maledizione del Re si abbatte sul Liverpool con una forza inimmaginabile: tre reti in rapida successione, proprio come quelle di Gerrard, Smicer e Xabi Alonso che avevano tolto al Milan una Champions League che credeva già vinta. Al fischio finale di Clattenburg, i volti dei calciatori e dei tifosi della squadra di Rodgers certificano inequivocabilmente la resa. Il grande sogno è finito. The Curse of the King ha colpito ancora. La vittoria contro il Newcastle serve solamente a superare quota 100 reti in campionato; il Liverpool è, ovviamente, l’unica squadra ad aver segnato così tanto in una stagione e non aver vinto il titolo. La Premier League torna a Manchester, stavolta sponda blu. Better luck next time…

Ma una prossima volta ancora non c’è; a luglio, per la faraonica cifra di 65 milioni di sterline, Luis Suarez lascia l’Inghilterra per il Barca. Balotelli e Origi, acquistati per sostituirlo, lo fanno rimpiangere parecchio; anche gli altri nuovi acquisti (Lovren, Emre Can e Lallana) sono, almeno nel breve termine, deludenti. Nel campionato 2014/15 i Reds arrivano sesti, tra l’altro segnando solo 52 reti; il fatto che il capocannoniere della squadra sia capitan Gerrard la dice lunga sulla difficoltà di colmare il vuoto lasciato da Suarez. La stagione successiva vede l’addio di Rodgers, che viene sostituito a inizio ottobre da Jürgen Klopp. Il tecnico tedesco porta una ventata di entusiasmo; in Inghilterra non cambia molto, il Liverpool termina ottavo e perde la finale di League Cup ai rigori contro il Manchester City. In Europa invece la mano dell’ex Dortmund si vede eccome: nella fase a eliminazione diretta i Reds superano Augsburg e Manchester United e per i quarti di finale l’urna di Nyon regala una sfida a alto contenuto emotivo. Liverpool e Borussia Dortmund danno vita a due partite splendide, con gli inglesi che superano il turno con un pirotecnico 4-3 nei tempi supplementari, dopo che i novanta minuti regolamentari erano terminati sul risultato di 1-1 sia in Germania che nel Regno Unito. Regolato il Villarreal, solo il Siviglia ferma i sogni degli uomini di Klopp, conquistando la terza Europa League consecutiva e aggiornando le statistiche della Maledizione del Re, ormai arrivata alla soglia dei venticinque anni.

Non è però tutto da buttare. Sotto la sapiente guida del tecnico di Stoccarda, il Liverpool sembra aver avviato un processo di crescita che la prima parte di questa stagione sta mettendo sotto gli occhi di tutti. Calciatori come Firmino e Lallana, che appena acquistati non avevano convinto granché, stanno traendo giovamento dalla nuova gestione e l’esplosione di Coutinho e Manè promette un futuro roseo per i Reds. La Premier League 2016/17 è molto equilibrata ed il Liverpool, libero da impegni europei, può inserirsi nella lotta al titolo, ammesso che riesca a mantenere la continuità che ha mostrato in questi primi mesi. Certo, c’è pur sempre una Maledizione da sfatare e l’estrema competitività del campionato inglese assicura che non sarà semplice per Klopp e i suoi riportare a casa il trofeo. Ma il calcio ci insegna che non si deve dar nulla per scontato; dopo la favola Ranieri, saranno quindi in molti a tifare per i Reds. E gli addetti ai lavori sono convinti che Jürgen Klopp sia la persona giusta al posto giusto per cancellare l’incubo rappresentato da Kenny Dalglish; la carriera del tedesco parla da sé, ma anche i titoli nobiliari sono in grado di dire la loro. In fondo, da King a Kaiser, il passo potrebbe essere breve…



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