THE CURSE OF THE KING – parte prima

Blogs 30 ottobre 2016 Redazione


di Francesco Cavallini.

Solo a pensarlo, sembra una bestemmia. C’è chi a sentirlo dire si metterebbe addirittura a ridere. Ma provate a scherzare al riguardo nei dintorni della Kop (anzi, Spion Kop, ma questa la raccontiamo un’altra volta) e volti sereni non ne vedrete. Il Liverpool Football Club ha su di sé una maledizione; questo vi dirà senza indugio qualsiasi tifoso dei Reds. Eppure la bacheca di Anfield non sembra particolarmente d’accordo. Cinquantanove trofei ufficiali; non dieci, non venti, neanche trenta. CIN-QUAN-TA-NO-VE. Sette FA Cup, otto Coppe di Lega, addirittura quindici Charity Shields; se poi usciamo dalla terra d’Albione, dobbiamo aggiungere a questo già ricchissimo palmarès cinque Coppe dei Campioni, tre Coppe UEFA e altrettante Supercoppe Europee. Ah, e diciotto campionati vinti, tanto per gradire; ma il problema è tutto in questa frase. Il Liverpool ha vinto per diciotto volte la First Division, ma mai la Premier League; il che significa che gli Scousers non portano a casa un campionato da almeno venticinque anni.

Ed è proprio dal 1991 che partiamo a raccontare questa curiosa storia. Il 20 febbraio a Goodison Park va in scena uno dei più bei derby della Mersey di tutti i tempi; è il replay del quinto turno di FA Cup e dopo uno zero a zero a Anfield, Blues e Reds danno vita a una battaglia storica, che termina 4-4, con l’Everton che per ben quattro volte riesce a raggiungere i cugini. Due giorni dopo, però, la città è scossa da un vero e proprio fulmine a ciel sereno; Kenny Dalglish annuncia le sue dimissioni da tecnico del Liverpool per motivi di salute. Dopo sei anni di successi, lo scozzese cede allo stress e decide di lasciare la panchina dei campioni d’Inghilterra.

Dalglish era diventato player-manager dei Reds nel 1985, a seguito delle dimissioni di Joe Fagan dopo la tragedia dell’Heysel. Seguendo la tradizione delineata da Shankly, che aveva scelto Paisley, che a sua volta aveva indicato Fagan, il tecnico campione d’Europa a Roma nel 1984 aveva lasciato la squadra nelle mani della persona più affidabile. King Kenny, arrivato a Liverpool nel 1977 per sostituire l’altro “King”, Kevin Keegan, aveva già fatto incetta di trofei da calciatore e anche da allenatore-giocatore non era stato da meno. Tre titoli, due FA Cup e quattro Charity Shields; impossibilitati dalla squalifica quinquennale post-Heysel a prendere parte alle Coppe Europee, i Reds avevano continuato a dominare nelle competizioni domestiche. La stagione 1990/91 non sembra fare eccezione, tanto che la squadra, spinta dalle reti di Ian Rush e John Barnes, è in corsa per il secondo Double dell’era Dalglish.

Ma l’addio del tecnico scozzese, che viene sostituito prima da Ronnie Moran e poi da un altro grande ex, Graeme Souness, è devastante per il Liverpool, che in FA Cup viene eliminato nel secondo replay dall’Everton e deve cedere lo scettro di Campione d’Inghilterra all’Arsenal di George Graham. E’ la fine di un’era da molti punti di vista: anche Alan Hansen, capitano di tante battaglie, decide di appendere gli scarpini al chiodo. Gli acquisti di Saunders e Wright, ma anche l’arrivo di giovani promesse come Jones, Redknapp e McManaman, fanno ben sperare, ma la stagione successiva, quella del Centenario, il Liverpool di Souness arriva addirittura sesto; era dal 1981 che i Reds non scendevano al di sotto della seconda posizione in campionato. L’annata viene salvata dalla vittoria in FA Cup e da un buon ritorno in Europa; gli inglesi raggiungono i quarti di finale di Coppa UEFA, prima di essere eliminati dal Genoa di Osvaldo Bagnoli.

Mercoledì 19 agosto 1992, la squadra più titolata d’Inghilterra esordisce nella neonata Premier League con una sconfitta ad opera del Nottingham Forest di Clough. E’ il preludio ad una annata incolore: un altro sesto posto e nessuna prestazione di rilievo nelle coppe. La dirigenza corre ai ripari, acquistando Nigel Clough proprio dall’appena retrocesso Forest, ma la sostanza non cambia. Nella Premier League 1993/93 il Liverpool arriva addirittura ottavo e a fine stagione i tifosi sono costretti a soffrire parecchio. I veterani Bruce Grobbelaar e Ronny Whelan salutano il club, ma il vero colpo al cuore è un altro: la vecchia Spion Kop viene demolita per far posto alla nuova, con soli posti a sedere. Nessuno può però ancora sospettare che quei gradini saranno ancora a lungo gli ultimi testimoni di un campionato vinto dai Reds.

Roy Evans, che durante la stagione precedente ha sostituito in panchina Souness, scopre il talento di Robbie Fowler, che forma una straordinaria coppia con uno Ian Rush avanti con gli anni ma sempre letale sotto porta. I Reds portano così a casa la Coppa di Lega 1994/95, battendo in finale il Bolton con una doppietta di una delle giovani stelle della squadra, Steve McManaman. In campionato il Liverpool arriva quarto, ma l’ultima giornata regala un incrocio di quelli che non si dimenticano facilmente. I Blackburn Rovers arrivano a giocarsi il titolo a Anfield all’ultima giornata, con due punti di vantaggio sul Manchester United di Alex Ferguson. A guidare i biancoblu verso il loro primo storico titolo c’è una vecchia conoscenza: King Kenny Dalglish non ha saputo resistere al richiamo del campo e sta portando la squadra con la rosa sul petto a una storica impresa. Nonostante il vantaggio in classifica, a Kenny servono però tre punti; in caso di una più che probabile vittoria dello United in casa del West Ham, anche un pareggio farebbe rimanere il trofeo a Old Trafford per la differenza reti. Tutti si aspettano che i Reds si facciano da parte, consegnando così il titolo al vecchio eroe e allo stesso tempo evitando un altro trionfo degli odiati Red Devils; ma Evans e i suoi non sono d’accordo e il Liverpool batte il Blackburn due a uno. Ma Dalglish è troppo abituato a festeggiare ad Anfield ed il destino lo sa: lo United non va oltre il pareggio a Londra e la Nuova Kop può così tributare una meritata standing ovation a King Kenny durante un poco usuale giro di campo fuori casa per i freschi campioni d’Inghilterra.

Dalglish, quindi, vince un altro campionato; il Liverpool continua invece ad inseguire un trionfo che non è abituato ad attendere troppo. Nonostante la forma stellare di Fowler (36 reti tra tutte le competizioni) e McManaman (più di 30 assist), la stagione 95/96 vede i Reds terminare il campionato al terzo posto, ma soprattutto sconfitti nella finale di FA Cup dal Manchester United con una rete di Eric Cantona. A fine match anche Ian Rush, l’ultimo eroe del Liverpool d’Europa degli anni 80, saluta per l’ultima volta il pubblico Scouser. L’estate 1996 consegna all’Inghilterra la delusione dell’Europeo casalingo, ma anche uno dei periodi più cool della sua storia; e se nelle chart musicali la fanno da padrone le Spice Girls, la Premier League se la contendono gli Spice Boys. Liverpool e United stanno portando alla maturità la generazione che ha esordito a inizio anni novanta, guidata da Redknapp e McManaman da una parte, e da Beckham e Giggs dall’altra. I Reds partono subito in quarta e a inizio gennaio guidano il campionato con cinque punti di vantaggio sui mancuniani; ma la squadra di Ferguson è più concreta, mentre gli uomini di Evans (con in testa il portiere David “Calamity” James) sono spesso preda di amnesie difensive imperdonabili. Lo sconto diretto di fine aprile decide le sorti della Premier League 96/97; lo United esce da Anfield con i tre punti e con il titolo in tasca. Una clamorosa sconfitta contro il Coventry City fanalino di coda costa ai Reds il secondo posto e la conseguente qualificazione in Champions League, che va al Newcastle per differenza reti; e sempre per lo stesso motivo il Liverpool termina addirittura in quarta posizione, scavalcato anche dall’Arsenal. Neanche le coppe danno motivi per sorridere; eliminazioni precoci nelle competizioni casalinghe ed una sconfitta in semifinale di Coppa Coppe contro il Paris Saint Germain. Fa però il suo esordio un giovane attaccante che farà presto parlare di sé: Michael Owen.

A causa di un brutto infortunio di Fowler, il wonderkid di Chester diventa subito un titolare inamovibile del Liverpool 97/98; le diciotto reti in Premier League gli valgono la convocazione di Glen Hoddle per Francia ’98. Nonostante la nazionale lo consacri come uno dei migliori talenti del calcio europeo, l’ottima annata di Owen non basta ai Reds per competere per il titolo. Solito terzo posto e prestazioni nelle coppe al di sotto della media, con una clamorosa eliminazione lampo in FA Cup e un misero secondo turno in UEFA. Le uniche buone notizie, come al solito, vengono dalle giovanili e hanno entrambi un futuro nella storia del Liverpool: Anfield fa la conoscenza di Jamie Carragher e Steven Gerrard. Ma se l’avvenire è roseo, il presente resta particolarmente grigio. La stagione 98/99 è, se possibile, ancora più anonima delle precedenti: sotto la guida del francese Houllier, i Reds galleggiano per tutto il campionato a metà classifica e terminano ottavi. Stavolta, cose buone da raccontare non ce ne sono; anzi, a gennaio Steve McManaman decide di non rinnovare il suo contratto e a luglio si accasa al Real Madrid approfittando della legge Bosman. Il colpo è duro dal punto di vista tecnico ed economico. Nonostante arrivi importanti (Heskey, Hyppia, Hamann) e il solito contributo di Owen e Redknapp, il Liverpool accoglie il nuovo millennio con un quarto posto; un buon risultato, se paragonato alle stagioni precedenti, ma non ottimo se si considera che un finale di campionato a dir poco scellerato costa ai Reds, che erano fino a quel momento saldamente secondi (seppure a distanza siderale dal Manchester United), un posto in Champions League.

Non tutti i mali, però, vengono per nuocere; la Coppa UEFA, in cui gli inglesi (in circostanze abbastanza contestate) eliminano la Roma che si appresta a vincere lo Scudetto, è infatti parte integrante della leggendaria stagione 2000/01. Un Liverpool sempre più internazionale accoglie calciatori del calibro di Ziege e Litmanen, che si integrano perfettamente in squadra. La cavalcata dei Reds è a dir poco trionfale: tra febbraio e settembre, vincono tutto quello che c’è da vincere. Il primo trofeo a finire in bacheca è la Coppa di Lega, conquistata ai rigori nonostante la tenace resistenza del Birmingham City. A maggio due reti di Michael Owen negli ultimi minuti di partita permettono al Liverpool di ribaltare la finale di FA Cup contro l’Arsenal e di portare a casa il trofeo. Quattro giorni dopo a Dortmund Jamie Redknapp può alzare al cielo la Coppa UEFA, vinta contro l’Alaves in una finale pirotecnica. I novanta minuti regolamentari terminano 4-4, con Jordi Crujiff che a tempo quasi scaduto permette agli spagnoli di portare il match ai supplementari. Quando ormai lo spettro dei calci di rigore sembra prendere possesso del Westfalen Stadion, una punizione calciata da McAllister viene deviata nella propria porta da Geli, che diventa il primo calciatore a realizzare un golden autogol, ma che soprattutto regala il trofeo al Liverpool. A inizio stagione successiva arriveranno poi sulle rive della Mersey le due Supercoppe e un ambito riconoscimento personale: Michael Owen è il Pallone d’Oro 2001. Liverpool piglia tutto, quindi? Non proprio. Sfugge, ovviamente, la Premier League; stavolta il motivo è abbastanza comprensibile. La squadra conserva tutte le energie per le partite di coppa; nonostante ciò ottiene un terzo posto che vale la partecipazione alla Champions League, la prima dopo la tragica notte dell’Heysel.

Ma i Reds alle coppe non ci pensano granché. Dopo l’abbuffata di trofei, c’è troppa voglia di concentrarsi sul tabù campionato. Di certo non ci vorrà molto affinché una squadra così forte e vincente conquisti finalmente di nuovo l’ambito titolo di Campione d’Inghilterra. Se ciò non accadesse, sarebbe strano. Quasi innaturale. Si potrebbe pensare che ci sia sotto qualcosa; tanta sfortuna, forse. O magari qualcosa in più… E c’è nella Kop chi comincia a far circolare un’astrusa teoria e a sussurrare un’espressione, che in capo a poco tempo farà venire i brividi a qualsiasi tifoso del Liverpool. Se per alcuni è solo tanta jella, molti sono convinti: su Anfield e sulla Mersey aleggia ormai una maledizione. La chiamano “the Curse of the King”

*continua*

 



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