Nelle settimane scorse vi abbiamo raccontato i vari modelli di business che hanno fatto la fortuna di Roman Abramovich, patron del Chelsea, Florentino Perezpotente numero uno del Real Madrid, Nasser Al-Khelaifi, gestore astuto del PSG, ed infine di James Pallotta, proprietario e tifoso della Roma, e sicuramente alcuni non conoscevano minimamente le attività extra-calcio, un po’ perché non coinvolgono direttamente il grande pubblico, un po’ perché probabilmente non fanno e non faranno mai parte della vita di tutti i giorni di noi comuni mortali. Oggi però è diverso: l’uomo d’affari protagonista della quinta parte della rubrica The Business of Soccer, l’approfondimento sui presidenti più influenti tra i top club a livello mondiale, gestisce così tante attività che è veramente difficile non conoscerlo o averlo sentito nominare qualche volta. Chi di voi non ha mai bevuto una lattina di Red Bull? Sarebbe veramente un’eccezione visto che al mondo ne vengono vendute sei miliardi (leggasi SEI MILIARDI) all’anno. Ebbene è proprio del detentore dell’azienda produttrice della famosa bevanda energetica che oggi vi raccontiamo la storia, ovvero Dietrich Mateschitz.

Di origini austriache, Dietrich Mateschitz è nato il 20 maggio del 1944 da una famiglia di origine croata. L’ingresso nel mondo degli affari avvenne subito dopo la sua laurea in marketing presso l’Università di Vienna. Lavorò prima per la multinazionale Unilever, poi in Procter&Gamble, lanciando con successo sul mercato diversi tipi di dentifrici. Proprio in uno dei suoi viaggi d’affari scoprì l’energy drink Krating Daeng, da cui in seguito nacque la sua Red Bull. L’azienda attualmente leader nel settore delle bevande energetiche è stata fondata da Mateschitz nel 1984 con la famiglia thailandese che deteneva la formula della Krating Daeng, i Yoovidhya, ed è oggi presieduta e diretta dall’austriaco, che ne detiene il 49% delle azioni.

Una delle principali attività per sponsorizzare il marchio della Red Bull è stata negli anni quella di investire nello sport, in particolare nel calcio e negli sport estremi, oltre che ovviamente in Formula 1. Mateschitz, infatti, si è addentrato nel mondo delle quattro ruote già nel 2004, quando ha acquistato l’ex scuderia Jaguar Racing, rinominandola Red Bull Racing. L’anno successivo ha acquistato anche l’ex Minardi, trasformandola nella Scuderia Toro Rosso e rendendola di fatto un team satellite della Red Bull. Dopo solamente cinque anni ha inaugurato un periodo vincente sia nel Mondiale Costruttori, vinto dal 2010 al 2013, sia in quello Piloti, vinto da Sebastian Vettel per quattro volte negli stessi anni.

Nel mondo del calcio Mateschitz ha iniziato ad investire nel 2005. La prima squadra acquistata fu l’ex Austria Salisburgo, di cui il magnate austriaco ha acquistato la quota di maggioranza, stravolto simbolo e colori e cambiato il nome in Red Bull Salisburgo. L’investimento, e tutte le sue roboanti conseguenze, non vennero particolarmente contestate grazie al fatto che allora la squadra della cittadina in cui è nato Beethoven non aveva una schiera molto accanita di tifosi. Solo alcuni di loro contestarono i grandi cambiamenti imposti dalla nuova proprietà, fondando una nuova squadra. Ad oggi, da quando sullo stemma figurano i due tori, la squadra ha conquistato sette campionati austriaci, quattro coppe d’Austria e un ottavo di finale di Europa League. Il modello di business voluto da Mateschitz sembrò funzionare e la Red Bull, che attualmente investe un terzo del suo fatturato in attività di marketing, decise di investire ancora nel mondo del calcio. Così sono arrivati i New York Red Bulls nel 2006 in MLS, massimo campionato americano di calcio, il Red Bull Brasil l’anno successivo, ovviamente in Brasile, e il Red Bull Ghana, fondato nel 2008 ma fallito tre anni fa.

E’ nel 2009, però, che Mateschitz entra a piedi uniti sul calcio che conta: dopo aver provato l’acquisizione della Dinamo Dresda e poi dell’FC Sachsen, con entrambe le trattative saltate a causa della tifoseria delle due squadre, apertamente contraria agli stravolgimenti che la Red Bull imponeva, a finire nelle grinfie del businessman austriaco fu il Markranstadt, squadra di quinta divisione con sede a cinque chilometri da Lipsia. La federazione tedesca, però, vieta tassativamente l’inserimento di un marchio commerciale nel nome di una propria squadra e quindi il nome viene modificato in RB Lipsia, che, almeno ufficialmente, sta per RasenBallsport (gioco con la palla su prato) Lipsia. Guadagnandosi sempre di più l’odio di tutti i tifosi tedeschi, Mateschitz ha investito più di cento milioni nella squadra, senza mai vederne una partita allo stadio, e ha consentito al club prima di arrivare in Bundesliga, poi, al termine della scorsa stagione, di guadagnarsi grazie al secondo posto dietro al Bayern Monaco e davanti al Borussia Dortmund l’accesso alla Champions League.

Dietrich Mateschitz attualmente è considerato un guru del marketing, l’uomo che ha rivoluzionato ogni aspetto della commercializzazione dei prodotti sul mercato. Non a caso le sue idee sono state spesso derise ma alla fine i risultati gli hanno dato ragione: l’austriaco ha un patrimonio di più di tredici miliardi di dollari, è tra i primi cento uomini più ricchi del mondo, pubblica riviste e libri, possiede ville e castelli, un circuito di Formula 1, aerei che pilota egli stesso, un’isola delle Fiji, Laucala, che ha acquistato dalla famiglia Forbes. Mateschitz rappresenta al momento ciò che tutti i presidenti probabilmente vorrebbero essere, ovvero uomini d’affari in grado di investire a lungo termine nel calcio, creando da zero progetti destinati ad essere vincenti, ponendo basi solide per una crescita di business che sembra non avere limiti.

La settimana degli approfondimenti di Calcio Estero News termina proprio con Dietrich Mateschitz e l’esplosiva quinta parte della rubrica The Business of Soccer. Appuntamento a lunedì e al prossimo giovedì, quando saranno online le storie di altri due giocatori italiani che stanno cercando fortuna altrove. Uno di loro si è reso famoso per aver bevuto dopo un goal la bevanda energetica per eccellenza, e non è la Red Bull ma la sana e frizzante birra alla spina: avete già capito di chi stiamo parlando, non è così?



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