“Qui da noi non si parla d’altro. La paura è diffusa, almeno quanto la consapevolezza che qualcosa potesse accadere e che purtroppo accada ancora. Il confine tra Libia e Algeria è la terra di nessuno, e noi proprio a queste latitudini lavoriamo”. Martin mastica un francese infarcito da qualche parola in italiano, retaggio degli insegnamenti di un fratello maggiore che per qualche anno ha soggiornato in Italia. Lui invece ha scelto la Libia per sottrarsi alla povertà del suo Togo che neppure gli ha concesso fino alla fine una chance nel mondo del pallone.

A Lomè, la capitale baraccopoli, raccattava al massimo l’equivalente di 50 euro al mese spaccandosi la schiena nello scaricare merce al porto. “In Libia ho trovato un impiego che mi permette di vivere decorosamente e mandare buona parte della paga alla mia famiglia. Sono soldi importanti, ma non sicuri. Tra bande di predoni, terroristi e persino capi tribù che minacciano e chiedono il pizzo, alla fine è meglio non allontanarsi troppo”. Martin Halirou Audu, 32 anni, lavora a El Auenat, non più di venti chilometri a nord di Ghat, la località nella quale il 20 settembre scorso sono stati rapidi i due tecnici italiani Bruno Cacace e Danilo Calonego, dipendenti della Con.I.Cos di Mondovì. Presta servizio per un’azienda francese che si occupa di infrastrutture. “Sono un immigrato regolare e ho i documenti a posto – ci tiene a sottolineare con un certo orgoglio – ma alla fine serve a ben poco. Non ci sono di fatto frontiere e i funzionari di polizia il più delle volte sono corrotti”.

Il giovane togolese, che a Lomé ha una moglie, Coralie, e quattro figli, si è trasferito dalla capitale del suo paese fino a Chirfa (nord del Niger) in aereo. Il resto del viaggio, circa 340 km, l’ha coperto in pullman, “e in sette posti di blocco hanno controllato solo la patente all’autista. Ora capite perché parlo di terre di nessuno. L’azienda per cui lavoro paga delle guardie private, ma ormai siamo al gioco al rialzo. Lo sanno tutti”. Ogni mese alzano la posta in palio e non è raro che alla fine l’offerta più alta arrivi dai jihadisti. Tutto ha un prezzo e “sovente le aziende fanno leva sul nostro estremo bisogno di lavorare per illuderci che sia tutto sotto controllo”.

Martin non crede a chi sostiene di aver raggiunto la Libia perché attratto dall’avventura o dal fascino per l’Africa. “Metti in gioco la tua vita se hai necessità reali. Non è un gioco e i 350 euro che guadagno rappresentano un’eredità improvvisa”. Martin aveva riposto parecchie speranze nel pallone. Dopo aver giocato fin da bambino con la maglia dell’Etoile Filante, squadra distrutta dal terribile incidente stradale del 25 novembre 2011 (12 morti e 20 feriti nello schianto del pullman che stava viaggiando verso Sokodé), era andato a rinforzare il centrocampo dell’As Douanes, il club della dogana, trovando persino una convocazione per la Coppa d’Africa del 2006 in Egitto. “Non è stato sufficiente – ricorda – speravo in una chiamata per la Coppa del Mondo, e magari anche all’estero. Mi dissero che si era fatta viva una squadra d’Israele e un’altra del Sudafrica”.

Sogni illusori, svaniti nel nulla, spazzati ieri dal cambio di commissario tecnico (il tedesco Pfister al posto del compianto nigeriano Keshi) e oggi da una realtà di un lavoro duro, difficile e insidioso nelle terre di nessuno, se non addirittura, nella “migliore” delle ipotesi, controllate da Isis.

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