Sir Alex Ferguson – Psicologia

Blogs 7 dicembre 2016 Redazione


Di Paolo Maioli.

È nella domenica della consultazione referendaria che mi ritrovo tra le mani un volume: si chiama “La mia vita”, è l’autobiografia di Sir Alex Ferguson scritta “durante il tempo libero che il lavoro mi concedeva”, espressione che sottolinea lo spontaneo e volontario, forse pure romantico, servilismo nei confronti del Man Utd. È un libro che lessi qualche mese fa, giusto perché ritengo Sir Alex il miglior allenatore della storia del calcio, o almeno per lo spezzone che ho potuto conoscere. In questo libro c’è un capitolo – il 18 per la precisione – intitolato “PSICOLOGIA”, in cui Ferguson descrive quello che, secondo lui, è il giusto approccio con i giocatori, uno dei principali problemi di chiunque vada a sedere sulla panchina dei Red Devils (e non solo).

Entrando ad Old Trafford si può scorgere la tribuna dedicatagli. Ed il suo nome si trova lì, sopraelevato come un angelo custode, come una divinità che per 27 bellissimi anni ha dedicato anima e corpo al bene dello Utd, che non è fatto solo da Rooney, Ronaldo, Carrick, Scholes o Giggs, ma da tutto una lunga storia che tocca ogni sfumatura di un romanticismo calcistico inoppugnabile. Una time-line sui cui troviamo segnati 49 titoli totali, di cui 13 Premier League, 5 FA CUP, due Champions ed un mondiale per club. E ci troviamo anche un aggettivo, una nomina prestigiosa: quella di “Sir”, conferitagli nel 1999. L’addio di Sir Alex fu nel 2013, dopo aver vinto, a 71 anni, l’ultima Premier della sua carriera. Old Trafford si alzò, Sir Alex applaudì: lo fece per quei 27 anni in cui la tifoseria non mancò mai, in cui tutto il popolo dei Red Devils non smise di sostenere lo scozzese anche dopo delusioni come quella di San Siro contro il Milan, in cui Carlo Ancelotti si candidò ad entrare nel club di chi – ma forse anche solo utopisticamente – poteva competere con quell’omino di Glasgow, il più abile guerriero calcistico che la Scozia abbia mai partorito.

“Devi dir loro la verità”. Il capitolo inizia così, riflettendo sinteticamente la mentalità di Ferguson. Sir Alex è un leader maximum: dice esattamente ciò che pensa perché solo attraverso il Vero, l’evidenza del problema o il merito oggettivo di una gratificazione, è possibile fare passi avanti. “Non c’è nulla di sbagliato nel mettere un giocatore fuori forma davanti alla realtà dei fatti. E quel che direi a chiunque stia perdendo fiducia in sé è che noi siamo il Manchester United, e che semplicemente non possiamo permetterci di scendere al livello delle altre squadre”. Umiltà, solidarietà e spregiudicatezza: noi siamo i migliori perché siamo meglio degli altri, non perché gli altri sono peggio di noi. Dunque tu fai parte dei migliori perché sei il migliore. Quando Alex Ferguson si confrontava con un giocatore reduce da una gara sotto le aspettative diceva sempre: “hai giocato una partita orrenda”, ma subito dopo “per un giocatore della tua abilità”. Cosa, questa, sconosciuto a Van Gaal, gendarme dal facile relegamento in panchina. Cosa anche sconosciuta ad un seppur esperto e longevo all’Everton – 11 stagioni – David Moyes, ancora troppo morbido per caricarsi il fardello dell’eredità fergusoniana. Senza nulla aggiungere su Josè Mourinho che pecca già di per sé di signorilità, forse il “reato” più grande per chi siede al posto di Sir Alex.

“Le lodi sprecate suonano false, i giocatori lo capiscono. Un elemento centrale della relazione allenatore-giocatore è che l’allenatore deve far sì che i giocatori si assumano la responsabilità delle proprie azioni, dei propri errori, della qualità delle loro prestazioni e, alla fine, dei risultati”. Tra i successori Van Gaal se ne lavava le mani, punendo gli eretici, come il peggior Ponzio Pilato, Moyes divagava nel più alto registro del buonismo calcistico, mentre Mourinho – sebbene all’Inter sia stata una tattica efficace – fa da scudo del gruppo. Un metodo che, però, allo Utd non sembra portare buoni frutti.

Sir Alex si rivolge poi ai giovani allenatori: “non cercate lo scontro, non serve, perché sarà lui a trovare voi, potete scommetterci quello che volete. Se iniziate voi un alterco, il giocatore potrà contrattaccare, e questo gli darà un vantaggio”. Insomma, serve delineare in modo nitido le posizioni mitigando il tutto con una buona dose di riallineamento morale: io decido, tu esegui, non siamo sullo stesso livello ma non per questo io mi ergo a tiranno. Una logica davvero molto semplice applicata in un contesto intricato dove ogni parola spesa male può gravare inevitabilmente e rovinosamente sull’equilibrio dello spogliatoio. Quella della semplicità strategica è sempre stata una prerogativa basilare nella gestione di Sir Alex, il quale scrive, per sua stessa ammissione, non si è mai servito di “strategie macchiavelliche” perché “non ero interessato a possedere nessuna arte oscura”. Ha sempre escogitato trucchi strani ma semplici, o se vogliamo efficaci, punto. Tra questi quello di dire che lo Utd diventava più forte nella seconda parte di stagione, una “convinzione che si insinuava nella mente dei giocatori e diventava un tormento per gli avversari”, destinati ad una preparazione invernale snervante che portava via enormi quantità di risorse fisiche e psicologiche, queste ultime fondamentali soprattutto per chi insegue. E con Sir Alex si inseguiva quasi sempre.

Poi c’era la tattica dell’orologio: “quella di indicare l’orologio era un’altra strategia psicologica: non facevo caso al cronometro, durante le partite […]. Il senso del gesto era questo: contava l’effetto che aveva sulla squadra avversaria, non sulla nostra. Vedendomi gesticolare e indicare l’orologio, gli avversari si sarebbero spaventati […]. Vedendomi con il dito sul quadrante, i nostri avversari si sarebbero sentiti nelle condizioni di difendersi dai nostri attacchi per un periodo che a loro poteva sembrare un’eternità”. Eppure Sir Alex non ha mai fatto della bugia la sua arma vincente. Quando parlava in pubblico, però, subentrava evidentemente l’aria della saviezza mistica derivante dalla sua fama. Ogni sua parola era decifrata con mille accezioni. Ma Sir Alex, questo è risaputo, è sempre stato impermeabile al siluramento dei media. E qui sta la chiave del suo successo. “Criticavo la mia squadre pubblicamente, ma non rimproveravo nessun giocatore, parlando con i media dopo la partita; i tifosi avevano il diritto di sapere che non ero soddisfatto di una prestazione, ma non di un singolo giocatore”.

“C’è una dimensione psicologica anche nella gestione dei singoli giocatori”, secondo Ferguson, poi, il vantaggio di un allenatore sta nel fatto che sa che i giocatori ardono dal desiderio di scendere in campo per dimostrare il loro valore. “Fondamentalmente, vorrebbero essere tutti in campo e se li privi di questo piacere è come se togliessi la loro vita. Questo è il metodo estremo, è il maggior strumento di potere a tua disposizione”. Dunque la panchina come punizione estrema e la titolarità non indiscutibile come condizione perenne di ogni giocatore. Alla fine te li trovi tutti sull’attenti, pronti a dare tutto, ad apprendere qualsiasi concetto tattico. Ti ritrovi una squadra. Una di quelle che vuole vincere.

Non resta dunque che parlare del rapporto con Arsene Wenger, altra colonna portante del calcio inglese data la sua ventennale esperienza alla guida dell’Arsenal. Tanti etichettano Wenger come un perdente, ed i pochi titoli degli ultimissimi anni, sicuramente, spalleggiano ampiamente questa tesi. La verità, però, sta nel mezzo. Perché il francese non ha mai avuto (recentemente) una squadra costruita per vincere, sebbene sia sempre arrivato almeno tra le prime quattro anche nelle annate più difficili (come quella in cui tra i pali dei Gunners si alternavano Fabianski e Manuel Almunia). Wenger ha saputo mantenere sempre un profilo alto all’Arsenal, coltivando talenti e ritrovandone altri: Giroud, Koscielny, Bellerin, Sanchez, Ozil e Cech ne sono il massimo esempio. Certo è, però, che la guerra silenziosa – magari pure implicita e meramente disegnata dalla stampa – è un classico nelle storie del calcio inglese. “la gente pensava che io fossi in perenne guerra psicologica con Arsene Wenger, che tentassi in continuazione di fargli perdere la lucidità” e aggiunge “non penso di averlo mai provocato intenzionalmente, ma a volte utilizzavo dei trucchetti, buttando lì alcune frasi che la stampa avrebbe etichettate come attacchi psicologici”. In breve, Sir Alex riusciva a dominare la stampa. Grazie a questa capacità, Alex Ferguson vinceva. E sarà sempre, comunque, il migliore.



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