1961: questa è una data importante in diverse parti del globo. Se Jurij Gagarin diventa il primo uomo nello spazio, l’America è pronta ad accogliere John Kennedy come 35esimo presidente degli Stati Uniti d’America, mentre New York assisteva al debutto sul palco di un certo Robert Zimmerman, passato poi alla storia con il nome di Bob Dylan. Anche l’Europa non è da meno, perché in Germania, un territorio caldissimo nel contesto della guerra fredda, l’esercito della Repubblica Democratica tedesca inizia la costruzione del muro di Berlino, mentre ad Amburgo, nel locale “Indra” si esibiscono per la prima volta (con il loro nome) 4 ragazzini di Liverpool.

In Francia invece Saint Etienne, capoluogo del dipartimento della Loira con meno di 200.000 abitanti, è pronta ad essere segnata sulla mappa delle squadre d’élite del calcio europeo. “I Verdi”, per via della loro maglietta, fino ad allora godevano di un palmares onorabile: un campionato, una supercoppa nazionale e due coppe Charles Drago (trofeo definibile padre dell’odierna Coupe de Ligue, riservato alle squadre professionistiche eliminate dalla Coppa di Francia prima dei quarti di finale), considerando che all’epoca erano poche le squadre che potevano definirsi “dinastie”. Il Saint Etienne, con il titolo vinto nel 1957, si inserisce infatti in quella che era l’unica rivalità degna di nota: quella fra i pluripremiati del Nizza e dello Stade De Reims, che nel decennio degli anni ’50 dominarono la scena francese vincendo quattro titoli a testa (l’edizione 53-54 fu vinta a sorpresa dal Lille). I biancorossi giunsero inoltre per ben due volte in finale di Coppa Campioni.

Nel 1961, però, la svolta. L’allora presidente Pierre Guichard lascia e al suo posto subentra Roger Rocher, ex minatore che eredità la società mineraria di famiglia, già presente nell’organigramma societario dal 1957. La sua fu una figura abbastanza imponente, soggetta a non poche polemiche. Se è grazie ai suoi investimenti che il club diventa protagonista sia in territorio francese che europeo, incendiando i cuori degli appassionati transalpini fino ad allora devoti al rugby, nel 1981 sarà egli stesso vittima, insieme all’allenatore e ad alcuni giocatori, di uno scandalo riguardante fondi ottenuti in maniera illecita che gli costeranno l’abbandono della presidenza e il conseguente arresto. Ma, sotto l’aspetto calcistico, l’intuito a Roger non manca, anche se i primi anni sono difficili. I “verdi” guidati da Guerin prima e Wicart nonostante alzeranno la Coupe de France finiranno quell’edizione addirittura al 17esimo posto, che costerà loro la retrocessione in Ligue 2. Il Saint Etienne diventerà quindi una delle poche squadre di una serie B nazionale a giocare coppe europee. Rocher decide di tenere Wicart, e il ritorno del bomber Mekhloufi dopo la parentesi al Servette, permette al club di risalire subito in Ligue 1.

Dalle stalle alle stelle. Dopo l’inferno vissuto l’anno prima Rocher decide di richiamare Jean Snella, tecnico del primo scudetto, e la scelta si rivela vincente. Il Saint Etienne vince infatti il suo secondo scudetto, dominando sin dalle prime giornate. Preludio di quello che avverrà qualche anno più tardi, quando dopo un 7° e un 5° posto i biancoverdi risalgono nuovamente sul tetto nazionale, ma stavolta creando una dinastia. Il trofeo infatti tornerà nella Loira per ben 4 anni consecutivi (oltre ad una Coupe de France nel 1968), e in 3 di questi c’è la mano del nuovo allenatore, Albert Batteux. Proprio quell’allenatore che fino a pochi anni prima guidava una delle squadre rivali e che ha dominato il decennio precedente: lo Stade de Reims. Albert è il primo vero teorizzatore del cosiddetto calcio-champagne, colui che fece conoscere a tutto il mondo un minatore di origine polacca, Raymond Kopaszewski, con il soprannome di Kopa. Batteux eredita dal predecessore Jean Snella un’ottima squadra: il portiere Carnus, il difensore Bosquier, i centrocampisti Robert Herbin e Aimè Jacquet, Bereta e soprattutto il leader della squadra, Hervé Revelli, soprannominato “mister 20 goal a stagione” e che diventerà anche il miglior marcatore nella storia dell’ASSE, grazie ai suoi 175 goal in 287 presenze. Ma non è il solo beniamino, perché nel 1967 arriva un maliano di cui si sapeva poco o nulla e che di lì a poco avrebbe fatto breccia nel cuore di tutti i tifosi bianco-verdi: Salif Keita. E’ risaputa una leggenda su Keita che all’arrivo all’aeroporto di Paris-Orly sia salito su un taxi esclamando: “le stade de Geoffroy Guichard, à Saint-Etienne”, senza sapere che si trovasse ad oltre 500 km. Rocher non si pentì mai di aver pagato quella corsa (secondo Philippe Gastal, curatore del Museo dei Verdi, si dice pari a 1060 franchi!), anzi, affermò che “se fosse nato in Brasile avrebbe oscurato la stella di Pelè”.  Anche per i suoi compagni fu “il calciatore più forte mai visto”, e durante la sua permanenza nella Loira i risultati non sembrano dar loro torto.

Gli anni ’70, che seppur la breve parentesi iniziale dell’Olimpique Marseille (71 e 72) sembrano continuare a tingersi di verde con la serie di 3 campionati vinti fra il 1974 e il 1976 (di cui due “Double”, vincendo nel ’74 e ’75 anche la Coppa di Francia), ormai confermano che i verdi sono ormai una realtà francese ben più che consolidata. Dal 1972 l’allenatore non è più Batteux, causa contrasti con la società (risultati poco soddisfacenti ma soprattutto le cessioni di Carnus, Bosquier e Keita al Marsiglia) bensì Robert Herbin, storica bandiera del club, che divenne di seguito uno dei più giovani allenatori di Francia, essendo infatti all’epoca appena 33enne. La “sfinge rossa”, per la sua impassibilità, fu uno dei primi allenatori a dare grande peso alla preparazione atletica, comprendendo come il gap del calcio francese nei confronti di quello nord-europeo in quegli anni sia da colmare soprattutto sul piano fisico. Proprio per questo il modello di gioco a cui Herbin si ispira sia quello dell’Ajax di Cruijff e Neeskens. Ma la brillante strategia fu quella di unire questa attenzione al lato fisico a pratiche legate al mondo della musica e dell’imparare uno strumento. “Mio padre si esercitava sulla scala ogni giorno, era un perfezionista, ripeteva i suoi movimenti migliaia e migliaia di volte, finchè non trovava la perfezione”. Che possono essere riassunti in controllo, ritmo ed esecuzione a memoria. Ma il vero colpaccio Rocher lo fa nella dirigenza, perché nomina come direttore sportivo Pierre Garronaire, un ex rappresentante di “maroquinerie” che però conosce bene il calcio e ha contatti in tutto il paese; questa rete di amicizie gli permette di avere sempre in anteprima le notizie sui migliori giovani, che subito contatta per portarli a Saint-Etienne.

Con Herbin alla guida e Garronaire in regia, la società fu in grado di unire quel mix di giovani esplosivi (Janvion, Lopez, Bathenay, Santini, Synaeghel, e soprattutto Rocheteau, “l’angelo verde”) a giocatori nel pieno della loro carriera come Larquè, Bereta, Farison e Revelli (ritornato dopo la parentesi al Nizza). A loro vanno aggiunti Ivan Curkovic e Oswaldo Piazza, il vero idolo della tifoseria. Fu solo grazie ad un’intuizione di Herbin che trasformò questo talento offensivo in difensore centrale sempre all’attacco (“montées offensives”) che lo porterà come rendimento ad essere fra i migliori. Quella dei primi anni ’70 fu una delle squadre più forti non solo in Francia, ma anche in Europa. La leggenda europea dei “Verts” e delle partite leggendarie al “Geoffroy-Guichard” inizia nel 1974, quando dopo la vittoria in un turno non facile contro lo Sporting Lisbona di Hector Yazalde, gli 11 di Herbin daranno vita ad una partita rimasta negli annali. Nel turno successivo si vedranno opposti all’Hajduk Spalato dell’asso Ivica Surjak, che dopo una roboante vittoria in Croazia per 4 a 1 vedranno i francesi imporsi fra le mura casalinghe per 5 a 1. Dopo aver domato il Ruch Chorzow, la semifinale li vedrà di fronte ai tedeschi del Bayern Monaco in un doppio confronto senza storia, e che vedrà il trionfo finale dei tedeschi ai danni degli inglesi del Leeds United.

Questa sconfitta forgia e non poco i francesi, che con la definitiva consacrazione di Rocheteau, saranno i protagonisti assoluti dell’edizione successiva. Dopo Copenaghen e Rangers, il Saint Etienne affronta nei quarti quella che a detta di molti è la squadra più forte d’Europa: la Dinamo Kiev del pallone d’oro Oleg Blokhin. Dopo l’andata in Crimea conclusasi con la vittoria per 2 a 0 dei padroni di casa, il ritorno si può riassumere nei 30 secondi che vanno dal possibile 0-1 con Blokhin che si fa ipnotizzare da Curkovic, all’ 1 a 0 di Revelli. La partita vedrà vittoriosi i francesi nei tempi supplementari grazie al goal del solito Rocheteau. E’ l’apeotesi, 3 a 0 e semifinale, dove gli avversari sono i campioni di Olanda del PSV. Del doppio confronto (1 a 0 in Francia, 0 a 0 in Olanda) risalteranno principalmente due aspetti: la sorprendente impostazione tattica della squadra (il fuorigioco usato in Olanda è qualcosa di magistrale), ma soprattutto le prestazioni di Yvan Curkovic, autore di veri e propri miracoli.

Anche qui è apoteosi. Erano 17 anni che una squadra francese non raggiungeva la finale di Coppa Campioni (l’ultima era stata lo Stade de Reims). Purtroppo in finale Herbin dovrà fare a meno di diversi giocatori fra cui Farison e la “formica” Christian Synaeghel, oltre a Rocheteau, che manderà in campo solo nel finale. Questo, oltre all’esperienza dei tedeschi (alla loro terza finale consecutiva) guidati da giocatori del calibro di Beckenbauer, Rummenigge e Müller, costerà molto caro ai bianco-verdi che verranno sconfitti all’Hampden Park di Glasgow per 1 a 0 nonostante i legni colpiti da Bathenay e Santini, nella partita che passerà alla storia per i pali e traverse delle porte, a sezione quadrata piuttosto che rotonda (“poteaux carrès”).

Nonostante la sconfitta bruci e non poco, al ritorno in Francia saranno accolti come eroi, avendo comunque vinto il campionato e pronti a riprovare a salire sul tetto d’Europa. Qualcosa nell’ingranaggio sembra però essersi bloccato, soprattutto in campionato, mentre le cose in Europa le cose sembrano proseguire sulla scia dell’annata precedente. Dopo la vittoria contro il Levski Sofia e la rivincita contro il PSV, i “verdi” arrivano ai quarti come una delle squadre da battere (dalla partita contro la Dinamo 1 solo goal subito, quello della finale). Gli avversari sono una squadra emergente: il Liverpool di Kevin Keegan. Dopo l’1 a 0 in terra francese grazie a Bathenay, l’assenza di Piazza (doppio giallo nell’andata) mista alla probabile inconsapevolezza francese di giocare contro un uomo in più, la Kop, si rivelerà fondamentale e gli inglesi riusciranno a ribaltare il risultato con un sonoro 3 a 1. La partita con i “Reds” rappresenta forse il cosiddetto canto del cigno. In campionato infatti la squadra delude, mentre l’unica consolazione rimane la coppa nazionale, vinta contro i rivali dello Stade de Reims e rimasta impressa nei tifosi grazie alla clamorosa vittoria ottenuta in rimonta in semifinale contro il Nantes, che dopo aver perso 3 a 0 all’andata riuscirono al ritorno a portare la partita ai supplementari vincendo poi per 5 a 1.

Inizia un periodo di confusione, Herbin inizia a litigare con diversi giocatori (Larquè su tutti), ma nel frattempo arrivano giocatori del calibro di Lacombe e Rep, oltre ad un certo Michel Platini… Ma la storia sembra ormai essere segnata al declino. La vittoria del titolo nel 1981 suona quasi come ultimo sussulto, come regalo d’addio. Infatti nonostante la presenza di “Le Roy” in Europa il massimo risultato ottenuto fu un misero quarto di finale di Coppa Uefa, dove vennero umiliati dal Borussia Monchengladbach di un giovanissimo Lothar Matteus. L’anno successivo furono sconfitti dai futuri vincitori dell’Ipswich Town, mentre in Coppa Campioni avvenne una vera e propria disfatta, con la clamorosa eliminazione nel primo turno di Coppa Campioni nel 1982 per mano della Dinamo Berlino.  Proprio in quell’anno Platini fu ceduto alla Juventus, mentre Herbin lascerà l’anno successivo. Come se questo non bastasse ad infierire ci pensa il presidente stesso, complice lo scandalo “caisse noir” (20 milioni di franchi ottenuti in maniera illecita per pagare gli stipendi) che coinvolge Rocher e che porterà il Saint-Etienne alla retrocessione in seconda divisione. Da questo momento i “Verts” cessano di essere una squadra di primo livello sul palcoscenico calcistico francese ed europeo. Si spegneranno definitivamente tutti i sogni della generazione che voleva la fantasia al potere.

Termina così la grande avventura di una delle squadre più affascinanti della storia, uno dei più attraenti miracoli mancati mai offerti da questo splendido gioco e che solo la sfortuna ha tenuto fuori dall’albo d’oro delle coppe europee; l’eredità lasciata, sia dal punto di vista tattico, con le geniali innovazioni portate da Herbin (da interprete magistrale del “jeu a la remoise” di Betteaux a ideatore di un approccio più fisico, atto a sancire il cambio di rotta della squadra a livello europeo), colloca di diritto il Saint-Etienne nell’olimpo dei grandi club che hanno fatto la storia del calcio europeo, e giocatori come Rocheteau, Piazza, Bathenay nel novero dei più grandi campioni di tutti i tempi. Gli anni francesi a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 rappresentano per gli appassionati di questo sport qualcosa di fin troppo romantico, ma al tempo stesso folle. Perché non si erano mai visto tifosi che esultano dopo una sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Ma quella squadra non fu seguita solo dai propri supporters, quella squadra fu acclamata dalle tifoserie di tutto il Paese, fu ricevuta dal presidente Valery Giscard d’Estaing in persona, e perfino il Papa dovette aspettare per incontrare i giocatori, tante erano le richieste pervenute alla segreteria. Perché ormai quel Saint-Etienne era diventato una sorta di fenomeno sociale. Come spiegò Jean-Michel Larque, “i tifosi tifavano la loro squadra la domenica, e sostenevano “les verts” il mercoledì”, una cosa che al giorno d’oggi non risulterebbe neanche minimamente immaginabile.

Oggi il St. Etienne è una buona squadra, che staziona nei quartieri medio-alti della classifica francese, e dal loro ultimo titolo (seppur continuino ad essere la squadra più titolata) nel palmares è stata aggiunta solamente una Coppa di Lega nel 2013. E nonostante la loro epopea appartenga all’enciclopedia dello sport più bello del mondo, viene quasi spontaneo chiedersi: ma se pali e traverse dell’Hampden Park fossero rotondi

di Marco Ventimiglia

ad



As featured on NewsNow: Calcio news