di Francesco Cavallini.

Tra le scatole buttate in soffitta, trovi decine di videocassette. Calcio, tanto calcio. In un mix infarcito di centinaia di reti, una cattura la tua attenzione. C’è un’azione confusionaria, in cui almeno dieci calciatori si contendono il pallone nell’area di rigore. Poi all’improvviso uno di loro gira a rete e segna. Ma guardi bene, e ti accorgi che non è uno di loro. Nel mischione, quello lì non c’era. Ma forse te lo sei perso tu; meglio ricontrollare. Eppure il mistero non si risolve. La telecamera non basta. Vedi e rivedi l’azione, ma quel biondo continua ad apparire praticamente dal nulla. Ci riprovi un’altra volta, l’ennesima: REW-STOP-PLAY-SLOW MOTION. Alla fine spegni il videoregistratore, rimetti la videocassetta dove l’hai trovata e continui a chiederti “ma quello, da dove è uscito?”.

REW – Quello, anzi, quel biondo, a casa sua è registrato all’anagrafe come Олексій Олександрович Михайличенко, ma in Europa è meglio conosciuto come Alexei Mikhailichenko; noi, per non fare torto a nessuno e, soprattutto, per non correre il rischio di sbagliare le consonanti, lo chiameremo semplicemente Mikha. Nasce a Kiev, madre putativa di tutte le Russie, nel marzo 1963, il mese in cui vengono pubblicati il primo numero di “The Amazing Spider-Man” e “Please Please Me”, long-playing d’esordio dei favolosi Beatles. Con il supereroe di Stan Lee condivide il senso di ragno che, applicato al calcio, gli permette di trovarsi puntualmente al posto giusto al momento giusto; con i Baronetti di Liverpool ha in comune una poliedricità fuori dal comune. Impossibile appiccicargli un’etichetta; potremmo quasi essere certi che fosse un centrocampista, salvo poi a volte vederlo schierato più avanti con una inequivocabile maglia numero nove. Chi l’ha visto giocare nei primi anni di carriera, ovviamente nella gloriosa Dinamo del Colonnello Lobanovskyi, vi dirà che a suo parere faceva il mediano. Chi, come molti di noi, lo ha scoperto nel 1988 tra Giochi Olimpici e Campionati Europei, arriverà semplicemente a definirlo il migliore della sua generazione. Non importa il ruolo, o la posizione; l’utilità alla squadra delle giocate di Mikha è indipendente dalla zolla di campo calpestata.

STOP – Mediano, regista, esterno, mezzala, punta. Uno con i mezzi tecnici di Alexei può ricoprire qualsiasi ruolo dalla metà campo in su; ma questo per il Colonnello non può essere abbastanza. Nel suo calcio perfetto, fatto di ripetizioni quasi ossessive di schemi e movimenti, non c’è spazio per il talento puro; a meno che un’unicità del genere non venga messa al servizio degli altri dieci compagni e della prestazione collettiva. Ma non è solo per questo motivo che Lobanovskyi lo svezza nel ruolo forse meno nobile della mediana: contrastare la mezzala offensiva avversaria insegna a Mikha come difendere, usare il fisico e soffrire fisicamente, ma allo stesso tempo lo plasma proprio come centrocampista d’attacco. Può apprendere i movimenti di inserimento ed i tempi della giocata, che saranno il marchio di fabbrica del biondo in maglia biancoblu. Le partite giocate nel campionato sovietico non sono però tantissime; le spiegazioni sono due, entrambe valide e che non si escludono l’un l’altra. La prima è che a metà degli anni Ottanta la Dynamo Kyiv somiglia più ad un Club di All Stars che a una squadra normale; la coppia d’attacco è composta da Oleg Blokhin, pallone d’oro 1975, e Igor Belanov, che vince il premio come miglior calciatore europeo nel 1986, anno del trionfo in Coppa delle Coppe della squadra del Colonnello. A centrocampo, poi, c’è un certo Aleksandr Zavarov, altro grande talento del calcio sovietico; spesso lui e il nostro Mikha vengono alternati, per non snaturare troppo il gioco di Lobanovskyi . La seconda spiegazione è insita nel fisico del biondo centrocampista: le lunghe leve sono molto esili, forse troppo, e spesso vittime di piccoli e grandi infortuni. Nonostante questo, l’allenatore è conscio che le capacità di Alexei di tagliare a metà le difese a zona sono oro colato per una squadra che fa della profondità il suo credo. Se Mikha sta bene, una maglia da titolare si trova sempre.

PLAY – E per fortuna sua e del mondo del calcio, Mikhailichenko è in piena forma fisica nell’estate del 1988. Il campionato europeo di calcio si gioca in Germania Ovest e l’Unione Sovietica è considerata una delle squadre favorite per la vittoria. All’ossatura della Dinamo, guidata da Lobanovskyi stesso e che tra gli altri comprende Zavarov, Protasov, Baltacha e Belanov, si aggiungono altri calciatori di livello internazionale come Aleinikov, Dasayev e Khidiyatullin. Il primo match del girone eliminatorio mette di fronte due dei massimi pensatori calcistici del Novecento, nonché due scuole calcistiche, con molti punti di contatto e altrettante differenze. Si scontrano l’Unione Sovietica del Colonnello Lobanovskyi e l’Olanda del Maestro del Calcio Totale, Rinus Michels; vincono i ragazzi di oltrecortina, con una rete di Rats a inizio ripresa. La partita successiva è un complicato pareggio con l’Irlanda di Jack Charlton; i verdi, all’esordio nel Campionato Europeo, passano in vantaggio e solo una provvidenziale rete di Protasov permette all’Unione Sovietica di agguantare il pareggio. La terza e ultima sfida è con l’Inghilterra di Lineker e Barnes; il calcio scientifico è troppo per i britannici, che vengono spazzati via con un perentorio 3-1. Al goal al terzo minuto di Aleinikov risponde Tony Adams con un imperioso colpo di testa; al minuto 28, però, va in onda l’Alexei Mikhailichenko show. I calciatori in maglia rossa fanno possesso nella trequarti inglese, finché il biondo Mikha scarica sul compagno, che corre sul fondo. Il cross non è teso nell’area piccola, ma lento e a uscire. Il perché è subito chiaro: il centrocampista sovietico si inserisce con perfetto tempismo e di testa trafigge Shilton. Le facce dei difensori di Sua Maestà sono silenziose e allo stesso tempo eloquenti: “ma quello, da dove è uscito?”.

La semifinale contro l’Italia di Azeglio Vicini offre al pubblico di Stoccarda un’altra perla. Al minuto 58 Mikha riceve palla nello stretto; si trova di spalle tra le due linee e viene subito contrastato dalla difesa azzurra. Ma il centrocampista tira fuori dal cilindro un numero da antologia; protegge con il destro il pallone dal tackle dell’avversario e con il suo magico sinistro smista con tempismo perfetto sull’accorrente Lytovchenko, che lascia di stucco la linea difensiva dell’Italia e piazza il pallone sul secondo palo, dove Zenga non può arrivare. La magia di Mikha fa barcollare l’undici in maglia blu, che subisce il 2-0 qualche minuto dopo dal solito Protasov. L’Unione Sovietica si apre così la strada per la finale di Monaco di Baviera contro l’Olanda di Gullit. I sessantamila dell’Olympiastadion assisteranno ad un’altra giocata storica, la rete di Marco Van Basten che fulmina Dasayev da posizione impossibile, mettendo la firma sul primo (e unico finora) trofeo internazionale degli Oranje, ma il mondo del football ha scoperto una stella: Alexei Mikhailichenko da Kiev ha stregato l’Europa con il suo calcio elegante e allo stesso tempo maledettamente efficace.

L’ottimo Campionato Europeo regala al giocatore della Dinamo un imprevisto ma apprezzato diversivo: Byshovets, allenatore della Selezione Olimpica, convoca Mikha per Seoul ’88. La squadra è piena di giovani di belle speranze, che al crollo del Muro tenteranno quasi tutti l’avventura in Europa, purtroppo con scarsi risultati. Il girone eliminatorio è quasi una formalità: 0-0 con i padroni di casa, un’ottima vittoria per 2-1 contro l’Argentina (firmato da Mikha e da Dobrovolski, meteora del Genoa di inizio anni Novanta) e un prevedibile ma politicamente significativo trionfo per 4-2 contro gli Stati Uniti, nel quale il biondo di Kiev realizza una doppietta. Ai quarti di finale l’Australia resiste fino all’intervallo, prima di cadere sotto i colpi della premiata ditta “Mikha&Dobro”, che arrivano così in semifinale appaiati a quattro reti nel torneo.

Per puntare all’oro, però, l’Unione Sovietica deve affrontare l’Italia Olimpica; gli azzurri sono infarciti di calciatori di livello internazionale ma, come dimostra il clamoroso 0-4 rimediato dallo Zambia nel girone, non riescono a esprimere tutto l’evidente potenziale a disposizione di “Kawasaki” Rocca. La partita risulta bellissima, con continui capovolgimenti di fronte e ottime giocate individuali e di squadra. A passare in vantaggio sono gli azzurri, quando Pietro Paolo Virdis gira di testa sul palo più lontano un cross perfetto di Chicco Evani. A circa dieci minuti dal novantesimo, un’azione parecchio confusionaria (che a Lobanovskyi, seduto in tribuna, sicuramente sarà piaciuta molto poco) vede il pallone terminare sui piedi di Dobrovolski, che in girata batte Tacconi. Il portiere della Juventus fa eloquenti cenni ai suoi centrali: “l’avete lasciato solo perché siete andati in due a chiudere quello alla mia sinistra”; abbastanza inutile specificare che ad inserirsi nel cuore dell’area azzurra era stato il pericolo pubblico numero uno, che in questo torneo indossa un insolito quindici.

Ai supplementari la maggiore forma fisica dei sovietici condanna l’Italia: dopo due minuti un incontenibile Dobrovolski porta a spasso un paio di difensori al limite dell’area, prima di appoggiare per l’accorrente Narbekovas, che colpisce di prima intenzione e insacca sul secondo palo. Gli azzurri si riversano nella metà campo avversaria e si aprono troppo alle ripartenze dell’URSS, che sembra voler replicare l’azione del secondo gol. Stavolta i terzini coprono diligentemente gli esterni, ma non hanno fatto i conti con l’attaccante fantasma. La ripresa televisiva è impietosa; stavolta Mikha si vede benissimo, gli spettatori lo percepiscono nitidamente e, di conseguenza, non può sfuggire agli occhi di chi sta in campo. Ma l’inserimento è così rapido e con i tempi giusti che la linea a quattro dell’Italia sembra sospesa in un attimo infinito, mentre Alexei sfreccia a velocità supersonica per raggiungere il pallone filtrante di Dobro. Controllo, un paio di finte per evitare il rientro dei difensori e mettere a sedere Tacconi, e sfera in rete da posizione defilata. Gli azzurri sono tramortiti da quello che Bruno Pizzul definisce senza mezzi termini “un goal implacabile del miglior giocatore in campo”; la rete di Andrea Carnevale ravviva la speranza per Rocca e i suoi, ma a giocarsi la medaglia più importante contro il Brasile di Romario, Bebeto e Taffarel ci va l’Unione Sovietica.

La partita inizia male per i rossi. Al ventottesimo Neto calcia un angolo di sinistro a rientrare; la parabola è altissima, Dasayev sbaglia completamente uscita, e la sfera termina in rete. A prima vista sembra un goal olimpico, ma il replay chiarisce tutto: a mettere la palla nel sacco da pochi passi è stato proprio Romario, che come al solito si trova nel luogo giusto al momento giusto. Ma la sconfitta in finale a Euro ’88 brucia ancora nei cuori di tutti, soprattutto a Mikha, che l’ha vissuta in prima persona. I sovietici quindi non ci stanno e assediano la porta di Taffarel, senza però risultati concreti, finché il numero quindici non decide di prendere per mano la squadra. Riceve palla sulla trequarti e punta subito l’area verdeoro; la pessima idea di affrontarlo in tackle viene ad Andrade, nome che ancora oggi fa rabbrividire qualsiasi tifoso della Roma e che in riva al Tevere è rimasto sinonimo di “lentezza”. L’intervento è comico per quanto totalmente sballato; persino l’arbitro, il francese Biguet, si volta verso il numero 19 del Brasile come a dire “non potevo non concedere il calcio di rigore”. I sudamericani continuano a protestare, ma il fischietto transalpino è irremovibile. Sul dischetto va Dobrovolski, che fa tuffare il portiere e calcia quasi centrale. Uno a uno, e di nuovo tempi supplementari. Anche in questo caso, l’ottima preparazione atletica dell’Unione Sovietica si rivela vincente. Al minuto 102 un rilancio di Kharin viene spiazzato a centrocampo e finisce sui piedi di Savichev; non sembra una situazione pericolosa, ma la maggiore freschezza del numero diciannove, entrato all’inizio del secondo tempo regolamentare, la trasforma in un’occasione d’oro. L’attaccante addomestica il pallone con un controllo a seguire che coglie di sorpresa il difensore del Brasile pronto a contrastarlo, ritrovandosi così davanti a Taffarel e scavalcandolo con un pregevole pallonetto. E’ l’apoteosi: l’oro olimpico di calcio torna a Mosca dopo più di trent’anni.

SLOW MOTION – Alexei Mikhailichenko torna nella sua Kiev da eroe, con una medaglia al petto e con il titolo di miglior giocatore del torneo; a fine anno arriverà quarto nella classifica per il Pallone d’Oro, dietro solamente ai tre alieni olandesi del Milan. Gioca ancora due anni in Unione Sovietica, costellati da infortuni, prima di avventurarsi nel grande calcio europeo. Ad assicurarsi i suoi servigi è la Sampdoria di Vujadin Boskov; Mikha scende in campo ventiquattro volte, segnando tre reti, e, seppur non da protagonista assoluto, mette la sua firma sullo storico scudetto blucerchiato. Ma il calcio italiano non fa per lui: il tatticismo ed il pressing esasperato lo fanno passare per “lento”, lui che certamente lento non è, mentre la fisicità del nostro football si ripercuote sulle sue già martoriate gambe. Dopo solo un anno Alexei saluta Genova, per accasarsi ai Glasgow Rangers, dove vincerà dieci trofei in cinque anni, prima di ritirarsi definitivamente. Tornato in Ucraina, diventa il vice del suo mentore Lobanovskyi e lo sostituisce dopo la sua scomparsa nel 2002, alla Dinamo (prima come allenatore e ora come dirigente) e poi anche in Nazionale, lavorando, tra gli altri, con il terzo Pallone d’Oro ucraino, quell’Andriy Shevchenko che indica proprio in Mikha il suo eroe di infanzia.

E non è difficile capire perché il biondo centrocampista potesse affascinare così tanto il giovane Sheva e tanti altri ragazzi in tutto il mondo. Le movenze, il tocco di palla, il senso della posizione di Mikhailichenko sono poesia pura anche a distanza di trent’anni. L’intelligenza tattica, poi, è qualcosa che non invecchia mai; un calciatore del genere nel calcio di oggi varrebbe cifre spropositate e sarebbe conteso dai più grandi top club europei. La sfortuna di giocare in un periodo in cui, volendo estremizzare, il più scarso dei Campioni era Zico e soprattutto in cui gli infortuni non erano facilmente curabili, non ha permesso a Mikha di ottenere il riconoscimento che la sua classe immensa sicuramente meritava. Ma siamo comunque fortunati, perché attraverso la TV abbiamo la possibilità di intuire, seppur solo vagamente, il valore del calciatore e di emozionarci per le sue straordinarie giocate. Basta connettersi a Youtube, o riesumare il vecchio videoregistratore con le cassette di papà o dei fratelli più grandi. E mi raccomando, sempre seguendo il vecchio mantra: REW-STOP-PLAY-SLOW MOTION. Perché altrimenti come andrà a finire già si sa: “ma quello, da dove è uscito?”.



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