La rimonta perfetta dei Leopardi

"Retrospettivamente" 18 gennaio 2017 Vincenzo Lacerenza


In vista della CAN 1998, Louis Watunda, tecnico della Repubblica Democratica del Congo, sorprende tutti e opera delle scelte a dir poco coraggiose. Si affida perlopiù a misconosciuti dilettanti autoctoni, limitandosi a convocare solo cinque professionisti: della comitiva che parte alla volta del Burkina Faso, il Paese deputato ad ospitare la fase finale della rassegna, fanno parte quattro giocatori che militano in Belgio (Bembuana, Simba, Selenge e Tondelua), ed un difensore, Mutamba, d’istanza in Asia.

Il campo darà ragione al “Prof” Watunda.

Ottenendo i prestigiosi scalpi di Ghana e Camerun, e sbattendo fuori dalla competizione gente come Abedì Pelè e Patrick Mboma, i Leopardi si guadagneranno il meritato appellativo di squadra rivelazione del torneo: i congolesi democratici si arrenderanno solamente in semifinale al Sudafrica.

Prima di fare rientro a casa, però, nella finalina di consolazione affrontano a Ouagadougou i beniamini locali della Burkina Faso, nel frattempo uscita con le ossa rotte dall’impatto nell’altra semifinale con lo straripante Egitto futuro campione.

Philipp Trossier, il condottiero degli Stalloni, precettato dal Sudafrica, è all’ultimo giro di giostra sulla panchina burkinabè. I dirigenti sudafricani lo hanno contattato e gli hanno messo sotto il naso una proposta allettante, offrendogli la panchina dei Bafana Bafana all’imminente Mondiale francese: lui ha accettato senza batter ciglio. Questione di stimoli. E casomai denaro. Ma prima, però, c’è da regalare una medaglia di bronzo al Burkina Faso.

Sospinti dal calore del pubbico amico, gli Stalloni sono indomabili e paiono poter fare un sol boccone della banda di Watunda. A quattro minuti dal triplice fischio finale il Burkina Faso conduce 4-1 e sembra avere saldo il polso della situazione: le reti di Ouédraogo, Barro, Napon e Tallè, intervallate dall’unico sigillo congolese di Mungongo, costituiscono un solco difficilmente colmabile in una manciata di minuti. O, quantomeno, dovrebbero. Perchè poi accade l’imponderabile. Agli Stalloni, fin lì inappuntabili nel comandare e gestire le operazioni, viene il braccino corto e imbizzariscono. E’ un raptus di follia che costa caro agli arancioverdi. Clamorosamente, e piuttosto rocambolescamente, i Leopardi confezionano la rimonta più stupefacente della storia della Coppa d’Africa: Kasongo approfitta di una sventura presa del portiere e dimezza, Tondelua fa sentire minacciosamente il fiato sul collo ai burkinabè, e infine, ad un minuto dal gong, tocca a Mungongo l’onore di collocare la ciliegina sulla torta, completando di testa un aggancio che ha al contempo dell’assurdo e del miracoloso.

Sullo stade Municipal cala una cappa si silenzio e sgomento. Il pirotecnico 4-4 finale rimarrà tale anche dopo i tempi supplementari. In fondo alla favola triste del Burkina Faso si scrive l’unico finale possibile per una storia del genere. Ai rigori i Leopardi, galvanizzati dal’epica rimonta compiuta, sono glaciali e infallibili come cecchini. Fanno centro quattro volte su quattro. Del quinto penalty non c’è nemmeno bisogno: i burkinabè si sono fatti ipnotizzare due volte, consegnando la medaglia di bronzo ai Leopardi.



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