Ci sono apodos, nel mondo latino, che più di altri riescono a catturare e sintetizzare l’essenza di un calciatore, e hanno la spavalderia di rappresentare una lucida anteprima, quasi con la stessa potenza semantica di un biglietto da visita: la nonchalance regale da sovrano azteca con cui ha guidato le difese di cui ha fatto parte, ad esempio, deve essere il motivo principale per cui il totemico Claudio Suárez, recordman di presenze con la Tri messicana, era conosciuto in patria come “el Imperador“.

Nel 1996 Suárez si trasferisce al Chivas, voluto fortemente dal mentore Ferretti, conosciuto sotto le armi dei Pumas. Anche se non siamo ancora entrati nell’epoca dei social e dei selfie sfrenati, alla vigilia di un Clasico con l’America, come nella sua indole, l’Imperador si dilunga all’aereoporto di Città del Messico nel firmare autografi, scattare foto e rispondere alle domande dei cronisti capitolini. Il “Tuca“, infastidito e stufo di aspettarlo, da ordine all’autista del pullmann di partire senza di lui. Claudio, piantato in asso, è comprensibilmente disorientato. Alcuni tifosi si offrono volontariamente di accompagnarlo fino all’hotel dove alloggia la squadra, ma lui, profondamente irritato, abbandona tutto e se ne va dal padre a Texcoco. Tutto questo accade quando mancano meno di ventiquattr’ore alla stracittadina.

Dopo una telefonata nel cuore della notte di Alberto Coyote, suo compagno di stanza, la situazione finalmente rientra. Suárez raggiunge il ritiro chiverio, chiarisce l’episodio col Tuca, e va a riposare assieme al resto della squadra.

Il giorno seguente, contrariamente alle proprie aspettative, scenderà in campo da titolare. Il Rebaño Sagrado espugnerà l’Azteca, ma nonostante il trionfo, alla ripresa degli allenamenti Ferretti, che evidentemente se l’era legata al dito, gli farà recapitare una multa per l’irrispettosa condotta mantenuta.



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