N’Kono e la magia nera

"Retrospettivamente" 29 gennaio 2017 Vincenzo Lacerenza


Dopo aver appeso i guantoni al chiodo, alla Coppa d’Africa del 2002 il leggendario Thomas N’Kono, considerato il portiere africano più forte di tutte le epoche e idolo del giovane Gigi Buffon, è inquadrato nello staff del Camerun come preparatore dei portieri: l’allenatore è l’occhialuto santone tedesco Winfried Schäfer.

Prima della semifinale coi padroni di casa del Mali, Thomas viene scoperto dalla polizia locale mentre, circospezioso, tenta di assicurare certi benefici influssi ai Leoni Indomabili, sotterrando un misterioso oggetto nel terreno di gioco: è un amuleto juju.

Nonostante sia uno dei personagi più in vista del Continente Nero, il trattamento che riceve della polizia maliana è quello riservato abitualmente ai criminali più inveterati. Viene braccato, afferrato vigorosamente per un braccio, e trascinato di peso sulla pista d’atletica dello Stade 26 Mars di Bamako, dove lo ammanettano con l’accusa di aver fatto ricorso alla magia. Poi scompaiono inghiottiti dal tunnel degli spogliatoi.

Schafer è furibondo, e chiede ai giornalisti presenti di documentare la scena vergognosa e surreale a cui sta assistendo, prima di rinchiudersi negli spogliatoi. A questo punto la CAF interviene e detta le sue condizioni affinchè la gara possa cominciare: l’immediato rilascio di N’Kono è in cima alla lista. Anche Bidoung Mpkatt, ministro dello Sport camerunense, che ha seguito la squadra a Bamako, dice la sua, e getta acqua sul fuoco, augurandosi che sia tutto in gigantesco e grottesco equivoco. Alla fine si gioca, e anche senza l’aiutino fornito dalla stregoneria, il Camerun fa a brandelli i benianimi di casa -strapazzati con un perentorio 3-0 – e vola in finale.

Abbastanza incredibilmente N’Kono viene stangato dalla CAF con una squalifica di un anno, poi revocata dopo appena due mesi: paradossalmente, per la Confederazione Africa era colpevole dei disordini causati. Non cerca inutili giustificazioni, invece, il presidente del Mali Alpha Oumar Konar che gli porge, seppur in ritardo, le sue personali scuse.



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