Per il gennaio del 2000 la FIFA, osteggiata nemmeno troppo velatamente da UEFA e CONMEBOL, promotrici della Coppa Intercontinentale, organizza e sdogana una versione sperimentale del Mondiale per Club: il Brasile è lo scenario scelto per testare la nuova kermesse, che nelle idee del massimo organismo del calcio mondiale dovrà in futuro soppiantare proprio l’Intercontinentale, aprendosi a tutto il globo. Come prevedibile, però, le rinunce sono parecchie: risponde presente all’appello, invece, il Manchester United, campione d’Europa in carica, che da la precedenza al nuovo torneo, boicotta bellamente la tradizione millenaria della FA CUP e vola in Brasile. La scelta tranchant dei Red Devils è come una calamita per le critiche: d’altronde, dalle parti dI Old Trafford, non deve essere un due di picche facile da digerire.

A Rio de Janeiro ci va pure il Necaxa detentore della Concachampions. E non in vacanza. Il Rayo, che sceglie come soggiorno l’esclusivo Hotel Intercontinental, ha tutta l’intenzione di fare parecchia strada nel torneo. A garanzia dell’impegno, il presidente si dice pronto ad aprire il portafoglio e a riconoscere un ricco premio in caso di trionfo: una vittoria frutterebbe circa due milioni di dollari, che grossomodo fanno cinquantamila dollari a testa per ogni calciatore. A dir poco allettante. Ma anche complicato quando all’esordio ti attende il Manchester United. I Red Devils faranno un sol boccone, è il pensiero comune. E, invece, è soprendentemente Dwight Yorke, con lo United rimasto in inferiorità numerica dopo l’espulsione di Beckham, a salvare sul filo di lana gli inglesi da un’incredibile sconfitta.

In quei giorni Christian Montecinos esibisce un look discretamente stravagante (capelli ossigenati con tanto di stilosa saetta fiammante a spezzare la monotonia e a dividere le due estremità del capo) e condivide la camera 531 con l’uruguagio Andrés Scotti . Il 6 Gennaio del 2000 è in campo al Maracanà nella sfida col Manchester United. Al 15′ ha l’arrogante ardire di sfilare sotto il naso un calcio di punizione dal limite al totem Aquinaga: breve consultazione, poi il “Pelado” sistema la sfera, prende la rincorsa e pennella una traiettoria che un pietrificato Bosnich può soltanto ammirare. E’ la prima rete cilena al Mondiale per club. Sir Alex Ferguson applaude: più tardi arriveranno anche i pubblici elogi del santone scozzese. I messicani, che cullano a lungo il sogno di una storica affermazione sui Red Devils, invece, vengono risvegliati bruscamente da Yorke nel finale. Proprio quando ormai stanno già scorrendo i titoli di coda.

Tuttavia, poco male: la facile vittoria con gli australiani del South Melbourne, schiantati 3-1, e la sconfitta con il Vasco da Gama acchiappatuttto di Romario, schiudono al Rayo del cattedratico Raúl Arias le porte di un’affascinante finalina di consolazione con il Real Madrid. Contrariamente ad ogni tipo di pronostico, nei tempi regolamentari il “TinDelgado risponde a Raúl, che avava portato in vantaggio gli spagnoli al quarto d’ora. L’equilibrio, inspiegabilmente inschiodabile, permane anche durante tutti i trenta minuti dell’extra time. Dagli undici metri si materializza il miracolo rojiblanco: McManaman e Dorado decidono di mandare tutto alle ortiche, fallendo miseramente dal dischetto; Delgado, ancora lui, invece, si carica sulle spalle la responbilità dell’ultimo, decisivo “penal”, mantiene il sangue freddo, e assesta il colpo di grazia alle Merengues, regalando al Necaxa un’inaspettata e storica medaglia di bronzo. Al primo tentativo, il futbol messicano raggiunge quello che ancora oggi è il proprio highest-peak. E pazienza per i due milioni di dollari sfumati.



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