Lanciato uno sguardo dall’altra parte dell’Oceano, nel 1970 la CONMEBOL presieduta dal peruviano Teófilo Salinas, trapianta in Sudamerica una manifestazione sulla scorta della Coppa Uefa, la chiama “Copa Ganadora” e la affianca alla Libertadores, diventata nel fattempo la regina incontrastata delle Americhe: l’idea alla base è quella di accendere i riflettori e dare visibilità a tutte quelle formazioni, e quei Paesi, che si dimenano alla periferia dell’impero. Le regole d’ingaggio sono chiare e piuttosto intuitive: ammesse al torneo sono le terze classificate dei principali campionati latini e le finaliste perdenti delle coppe nazionali. Brasile e Colombia, dubbiose sulla caratura tecnica del torneo, declinano l’invito e disertano la rassegna. Le rappresentati degli altri otto paesi, invece, si presentano regolarmente ai nastri di partenza e vengono sistemate in un due gruppi disomogenei: le gare del primo, composto da tre formazioni, si disputano a Quito, mentre le sedi deputata ad ospitare gli incontri del secondo, dove confluiscono le restanti cinque compagini, sono le boliviane La Paz e Cochabamba. Le vincenti dei due raggruppamenti si ritroveranno in finale.

Se l’Argentina è rappresentata dall’Atlanta, l’Ecuador dall’El Nacional, il Paraguay dal Libertad, il Perù dal decaduto Deportivo Municipal, il Cile dall’Unión Española, l’Uruguay dal Rampla Juniors e il Venezuela dal Canarias, tocca al misconosciuto Mariscal Santa Cruz l’onore e l’onere di tenere alto lo stendardo boliviano nel Continente. Negli ultimi anni “La Academia”, fondata nel 1923 sotto le spoglie di Northern Football, ha vissuto un periodo piuttosto travagliato e turbolento dal punto di vista finanziario, sportivo e anche emotivo. Addirittura, nel 1958, oberato dai debiti, il presidente tedesco Kurt Koenigfest non ha trovato altra soluzione a quella tragica del suicidio. Per venir fuori dalla crisi economica che ne aveva paralizzato le attività sportive, causandone anche la retrocessione, poi, nel 1965 il club passa nelle mani delle Forze Armate. Quell’anno, in occasione del centenario della sua morte, con un beau geste la Francia riconsegna alla Bolivia le spoglie di Andrés de Santa Cruz, reggente della Confederazione Peruviana-Boliviana ai tempi della guerra d’indipendenza, nonchè uno dei primi presidenti della Repubblica Boliviana. E’ la sua memoria che l’esercito decide di omaggiare quando cambia la denominazione del club dall’originario “Northern football” al nuovo “Mariscal Santa Cruz”.

Con l’avvento dei militari, il club, ad un passo dal baratro, risorge dalle proprie ceneri e di colpo rifiorisce: riconquistata la massima categoria, dopo averla smarrita durante il periodo di decadenza, il “Cardinal”, che è stato l’ultimo porto del “Maestro” Victor Agustín Ugarte – eroe del Sudamericano vinto dalla verde nel ’63 – sale sul gradino più basso del podio per tre edizioni consecutive del Campeonato Nacional. Nel gennaio del ’67, poi, approdano a La Paz due argentini destinati a fare la storia degli albicelestes e di tutto il fútbol boliviano: si chiamano Juan Américo Díaz e Juan Farías. La coppia è ben assortita. Il primo, proveniente da Santiago del Estero, è torreggiante e implacabile sotto porta, tanto che in patria, impressionati da una tracotanza atletica fuori dal comune, lo hanno preso a chiamare “el Tanque”; l’altro, invece, estroso, funambolico, e sgusciante è in possesso di una “zurda” poetica con cui fa ammattire terzini e disperare portieri.

Negli anni successivi l’ossatura dei biancocelesti viene puntellata ulteriormente: vestono anche il biancoceleste anche gli argentini Gramajo e Victor Montoya, e i paraguagi Zimmerliz, portiere di sicuro affidamento, il mediano Josè Gimenez e i fratelli Báez: dei due sarà il maggiore, Eliseo, volante de creación con il vizio del goal, quello che lascerà il segno più profondo, rivelandosi l’arma in più de la Academia durante l’avventura in Copa Ganadora. Il mercato interno, invece, regala al “Cardinal” Remberto Gonzáles e Genaro Hurtado: se “Chembo” è uno spilungone forte nel gioco aereo a suo agio nel battagliare e fare a sportellate in area di rigore, il “Peje”, tutto all’opposto, è un’ ala destra rapida e brevilinea, brava a seminare il panico sulle corsie per poi scodellare palloni invitanti nel mezzo. A capitanare la flotta, in cui compaiono solo tre boliviani, c’è Felix Deheza, totem della Verde sostuito in panchina nel 1950 dall’italiano Mario Pretto proprio alla vigilia della spedizone iridata brasiliana.

Per il Mariscal, collocato nel gruppo 2 assieme ad Atlanta, Unión Española, Deportivo Muncipal, e Rampla Junios, la prima fase si rivela parecchio agevole: in scioltezza la Academia si libera 1-0 degli argentini all’esordio, demolisce 4-1 gli uruguagi, supera di misura 2-1 i cileni e chiude la serie, concedendo il pareggio (1-1) ai peruviani. I boliviani impressionano per la mole di gioco prodotta, il sensazionale numero di reti realizzato e l’apparente facilità con cui hanno staccato il pass per la finale con gli ecuatoriani dell’El Nacional, vincitori del grupo 1. Anche se il goal più bello lo mette messo a segno dal “Peje” Hurtado, quando con una sventola dai venticinque metri incenerisce il povero Olivares dell’Unión Española, dando il là alla rimonta poi completata a scapito dei cileni, il grande protagonista, e assoluto trascinatori dei paceni, è Eliseo Báez, autore di tre reti.

Curiosamente anche l’El Nacional, nato solamente dieci anni prima da un’idea del capitano di fanteria Jorge Antonio Araque, è controllato dai militari: nei primi anni di permanenza nel massimo circuito ecuatoriano, addirittura, il legame con le Forze Armate era così stretto che nella rosa rossoblu erano inquadrati alcuni elementi dell’esercito, e la squadra era conosciuta col nome di “Selección del Ejercito”. Nel 1967, poi, arriva il primo titolo sotto la conduzione dell’italiano delle Americhe Vessillo Bartoli. Quell’anno Tom Rodríguez, goleador di razza, mette in mostra tutto il proprio campionario, segna sedici reti e viene nominato giocatore dell’anno in Ecuador. Tre anni dopo è lui lo spauracchio del Mariscal nella finale di Copa Ganadora.

A Quito, tuttavia, i boliviani sanno soffrire, rimangono compatti e riescono a mantenere la porta inviolata, strappando un prezioso 0-0. Restare in partita senza compromettersi troppo, e per poi giocarsi le proprie carte in casa era, d’altronde, l’obiettivo de la Academia. Una settimana più tardi trentamila aficionados riempiono le gradinate dell’Hernando Siles. Il Cardinal, sospinto dal calore della sua gente, non diserta l’appuntamento con la storia. E’ ancora una volta Eliseo Báez a salire in cattedra e prendersi il proscenio. Servito da Hurtado il paraguagio prima sblocca il risultato, eludendo l’uscita disperata di Bautista, poi, nella ripresa, è glaciale nel calciare a pelo d’erba il calcio di rigore del raddoppio, proiettando la Bolivia sulla mappa del calcio continentale e scrivendo una pagina storica per tutto il movimento andino, scioccato solo qualche mese prima dalla dramamtica sciagura aerea del The Strongest. A La Paz esplode la festa. Il presidente della Repubblica Alfredo Osvaldo Candía vuole rendere omaggio ai campioni e li invita a Palazzo Quemado. E’ sicuramente il momento più nobile della storia del Mariscal, e forse, a livello di club, anche di tutto l’universo boliviano. Per il “Cardinal”, sarà, invece, l’inizio della fine. Sei anni più tardi, dopo averlo prima nazionalizzato e smantellato, il dittatore boliviano Hugo Banzer ordinerà la dissoluzione coatta del glorioso Mariscal Santa Cruz, rimasta ancora oggi l’unica formazione boliviana capace di sollevare un trofeo al di fuori dei confini nazionali.



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