Grazie al suo exploit, nove reti in sei gare, ogni calciatore di quello Zaire principe d’Africa aveva ricevuto come premio una vettura ed un appartamento nel cuore di Salongo, quartiere esclusivo della capitale. Quel cleptocrate e nepotista ch’era Mobutu, abacost e tradizionale toque di leopardo sul capo, nel 1971, in un soffio di “autenticità africana”, aveva infatti rivoluzionato i connotati onomastici del Congo: da adesso in poi si sarebbe chiamato Zaire. Da Nzeri, letteralmente fiume. Insomma, dal tono più indigeno. E il satrapo, spalleggiato anche dagli USA e da alcune delle più prestigiose democrazie occidentali, in quella primavera del 1974 volette omaggiare la nazionale: i Leopardi, superando in finale lo Zambia dopo un estenuante replay,  con la loro impresa avevano contribuito a far accendere i riflettori del mondo sullo Zaire, nobilitando il regime del tiranno.

La squadra, timonata dallo jugoslavo Blagoja Vidinic, sbarcato a Kinshasa dopo aver traghettato il Marocco durante i mondiali messicani del ’70, poteva contare sulla buona vena di quella che poteva essere considerata una nuova stella del panorama calcistico africano: Pierre Ndaye Mulambe, in arte “Volvo“, cosi come era universalmente conosciuto. Mutumbula, altro soprannome del fuoriclasse, rapido e letale, era nato a Lualuaborg (oggi Kananga), capoluogo di una regione, il Kasai, particolarmente ricca di diamanti. Presa confidenza con il cuoio tra le fila del Reinassance, il giovane Mulamba brucia le tappe: in tenerà età realizza addirittura una doppietta in occasione di una gara amichevole con i titolati belgi dell’Union Saint-Gilloise. C’è solo un grande antagonista ad ostacolare la carriera calcistica di “Volvo”. E’ il padre, deciso a far continuare gli studi al suo ragazzo: “Il calcio non ti darà da vivere”, gli ripete una volta si, e l’altra pure. Ma non ha fatto i conti con la caparbietà, e col talento smisurato di Pierre. Nel ’67, a diciannove anni, gli occhi della rappresentativa nazionale si posano su di lui: è preselezionato. Tuttavia il ct, il magiaro Ferenc Csanadi, si guarda bene dal gettarlo subito nella mischia e, per l’edizione della Coppa d’Africa dell’anno successivo, preferisce affidarsi alla vecchia guardia. Di preciso a soffiare il posto a “Mutumbula” sono i cosiddetti “Belgicains“, ovvero i pedatori congolesi che scorazzano sui prati del campionato belga. Scelta quantomeno opinabile. Ma che si rivelerà azeccata: il Congo salirà sul tetto d’Africa.

Nel frattempo il nostro ha terminato gli studi, come imposto dal diktat paterno, riuscendo anche a trovare impiego: ottiene una cattedra in una scuola del suo quartiere. Il ’73, invece, è l’anno del grande salto, quello della definitiva consacrazione: saluta il Reinassance, club che lo ha sgrezzato, e si accasa al Club Vita di Kinshasa, formazione egemone nel paese. La gloria non tarda ad arrivare: fiaccando le resistenze degli indomabili ghanesi dell’Asante Kototo nell’ultimo atto, i “Delfini Neri” diventano campioni continentali. Nessuno, però, può immaginare quello che succederà qualche mese più tardi in Egitto, sede deputata ad ospitare la fase finale della competizione regina del Continente Nero: la Coppa d’Africa. Nella terra dei faraoni, Mulamba è il Leopardo alfa che guida il branco. Primus inter pares di una selezione giovane, ma già smaliziata, in cui si avverte la sapiente regia balcanica di Vidinic. L’impressionante ruolino di marcia mantenuto da “Volvo” in fase realizzativa, è da record: doppietta all’esordio con la Guinea, rete con le Mauritius nell’incontro conclusivo della fase a gruppi, ed Egitto padrone di casa graffiato in semifinale con una doppietta. Il meglio, però, deve ancora arrivare. L’ennesima doppietta in finale con lo Zambia non basta per far recapitare la corona più ambita d’Africa sul capo dei Leopardi: lo Zambia tiene duro, non molla, e con una rete di Sinyangwe allo scadere del secondo tempo supplementare sembra ribellarsi al proprio destino. Due giorni più tardi, nel replay, i “Chipolopolo” dovranno però inchinarsi al cospetto dello Zaire e del suo spietato fromboliere: la quarta doppietta di Mulamba nella competizione regalerà l’agognato scettro ai “Leopardi” di Vidinic. Con Mutumbula che entrerà, con pieno merito, nella leggenda di questa manifestazione: nessuno ha fatto meglio di lui in una singola edizione. Numeri eccezionali, stratosferici per certi versi, che, però, non verranno replicati nel mondiale tedesco: prima formazione dell’Africa Nera a presenziare ad una rassegna iridata, lo Zaire, umiliato e minacciato dagli sgherri di Mobutu, verrà sbattuto fuori al primo turno: fatali le sconfitte con Scozia, Jugoslavia, un lapidario 9-0, e Brasile, 3-0 con tanto di sparacchiata in apparenza incomprensibile di Mwepu e ridolini sguaiati di Rivelino.

Archiviata non senza ripicche mobutiane quella disastrosa avventura iridata, Mulamba si concederà un ultimo acuto: poco prima di smettere, nel 1981, trascinerà nuovamente il Club Vita in finale di Coppa dei Campioni africana. Questa volta, però, il cinematografico happy-end resterà un miraggio: a festeggiare saranno gli algerini del JE Tizi-Ouzou. Appesi gli scarpini al chiodo, “Volvo” finirà nel mirino degli uomini di Mobutu, che si accaniranno anche sui familiari: privato di tutte le medaglie conquistate, perderà anche un figlio, Tridon, vittima di una spedizione punitiva ordinata dal dittatore. Dopo tanto travagliare – ha lavorato anche come parcheggiatore – è’ stato parzialmente risarcito nel 2009, quando Sepp Blatter lo ha premiato per il fondamentale contributo dato allo sviluppo del calcio africano assieme ad Abedì Pelè.

P.S.

Per chi volesse approfondire, e ve lo consigliamo vivamente perchè la storia merita, il giornalista francese Claire Raynaud, nel 2010, ha messo nero su bianco tutta l’incredibile esperienza esistenziale di “Volvo”: con prefazione di Yannick Noah, il tennista francese più vincente di sempre, la biografia s’intitola “La mort m’attendra”



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