Il 24 Dicembre 1999 il presidente della Costa d’Avorio Henri Konan Bediè, fautore di quella xenofoba politica dell'”ivorianità” che aveva contribuito ad inasprire le tensioni etniche tra le genti del Nord e quelle del Sud, facendo precipitare il Paese sull’orlo di un conflitto civile, viene destituito da un colpo di stato militare. Il modus operandi è quello classico. Al grido di “Nous sommes venus balayer la maison” i golpisti capitanati dal veccho generale Robert Guei, epurato quattro anni prima dallo stesso Bediè, assumono il controllo dei centri del potere, istituiscono posti di blocco per presidiare al meglio strade e quartieri, e si prodigano nello scarcerare i detenuti politici. Poi un tronfio Guei appare in tv per il canonico discorso alla nazione, dove annuncia lo scioglimento di tutti gli organi legati al precedente governo, promette un giro di vite per ridurre la criminalità e combattere la corruzione, e si affretta a tranquillizzare la popolazione e gli operatori internazionali: garantisce la sicurezza di tutti, e rassicura i partner politici ed economici sul rispetto degli accordi in essere.

Preso il potere, e dopo aver invitato il popolo a mantere un tenore di vita austero e poco dissoluto attraverso una capillare e massiccia campagna di sensibilizzazione, il 4 Gennaio istituisce, e si pone a capo di un Comitato di Salute Pubblica, a cui assegna il compito di traghettare il paese verso libere elezioni. Una manciata di giorni più tardi manda il proprio in bocca al lupo alla nazionale ivoriana in partenza per la Coppa d’Africa.

Anche se il torneo si disputa in Ghana, gli Elefanti scelgono di effettuare il ritiro preparatorio in Guinea. Il clima nel clan ivoriano è tutt’altro che sereno. Durante una partitella d’allenamento, Blaise Kouassi sbaglia la misura di un passaggio. Il difensore del Parma e meteora romanista Saliou Lassisi, che sarebbe il destinario, è parecchio contrariato e ha un modo decisamente sopra le righe per comunicare il proprio dissenso: si avvicina al malcapitato Kouassi e gli rifila una testata, spaccandogli il labbro. L’allenatore Gbonkè Tia Martin è furibondo. Al rientro in albergo lo rimprovera categoricamente, ricevendo in cambio gli insulti di Lassisi, immediatamente sanzionato e rispedito ad Abidjan, dove verrà costretto a fare mea culpa in diretta televisiva.

Nonostante un pari col Togo all’esordio, ed una perentoria vittoria sui beniamini di casa propiziata dalle reti di Kalou e Siè, il sipario sull’avventura ghanese della Selephanto cala già al primo turno. La Costa d’Avorio viene estromessa per una questione di differenza reti, ma al generale golpista poco interessa: l’eliminazione, seppur onorevole, è comunque intollerabile e disdicevole. Attorno alla nazionale, infatti, si erano radunate aspettative mirabolanti, e pochi ivoriani si sarebbero immaginati un ritorno a casa così precoce. Ad esempio il popolare giornale Le Patriote, che si sbilanciava e prefigurava addirittura una finale degli uomini Gbonkè, scrive senza un filo di rammarico frammisto ad indignazione “toutes les dispositions avaient été prises pour voir les Eléphants barrir au soir du 13 février

Il volo di rientro, destinato ad atterrare ad Abidjan, viene dirotatto verso la capitale Yamoussokro. Quando sbucano dalla fusoliera, anzichè il presidente federale Dieng Ousseynou, gli Elefanti trovano ad attenderli un nutrito capannello di militari: ufficialmente sono lì per scortare i giocatori e tenerli al riparo dalle intemperanze di qualche scalmanato tifoso. Ma la realtà è un’altra. Ibrahima Bakayoko, stella della nazionale e dell’Olympique Marsiglia, e i compagni, vengono caricati su delle camionette e trasportati coattivamente nel rinomato campo militare di Zambrako. La giunta militare di Guei non ha perdonato la figuraccia fatta in Ghana: accusati di scarso patriottismo dopo aver intascato l’anticipo sui premi partita, i calciatori vengono trattenuti per due giorni e due notti (inizialmente era prevista una settimana) e sono costretti ad affrontare un cosiddetto percorso di rieducazione civica.

Gli Elefanti, tra cui ci sono anche Alain Gouamene, l’eroico portiere protagonista del trionfo del 1992, e il cugino di Drogba Olivier Tebily, vengono sottoposti alla ferrera e inflessibile disciplina imposta dai militari: svegliata all’alba, la comitiva ivoriana deve ossequiare alla tradizionale cerimonia del “lever des couleurs”, ed è obbligata ad eseguire pedissequamente le disposizioni impartite dagli ufficiali. Dopo quarantotto ore di detenzione coatta, la Selephanto abbandona il campo di Zambrako e va a sfilare militarescamente sotto gli occhi di Guei ad Abidjan. Prima di ottenere l’agognato rompete le righe, e quindi il permesso di poter raggiungere le rispettive squadre di club, i calciatori devono anche sorbirsi la paternalistica predica del Capo dello Stato, che alla vigilia della Coppa d’Africa aveva chiesto loro di “giocare con il cuore e con i piedi”: “Questa è l’ultima volta che tolleriamo una cosa del genere. La prossima volta rimarrete per tutta la durata del servizio militare, vale a dire diciotto mesi. A bon entendeur, salut!“, chiosa minacciosamente il Presidente golpista, mentre si librano nell’aria le note dell’Abidjanaise, l’inno nazionale ivoriano.

In tutto questa faccenda la CAF, presieduta da Issa Hayatou, si girerà dall’altra parte e non muoverà un dito, lasciando alla FIFA l’onere di ammonire ufficialmente le autorità sportive ivoriane.



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