Il Maracanazo del Camerun

"Retrospettivamente" 7 febbraio 2017 Vincenzo Lacerenza


Ottenuta l’assegnazione dell’ottava edizione della Coppa d’Africa, il Camerun sa di avere addosso gli occhi del Continente Nero e, come logico, non ha nessuna voglia di farsi trovare impreparato. La gente è in fermento. Vengono appesi striscioni di benvenuto, si stampano riviste a tema e i negozi fanno a gara per adornare le vetrine coi gadget della kermesse. E anche la federazione si è mossa a dovere. Per prima cosa ha ingaggiato l’allenatore tedesco Peter Schnittger, artefice del sensazionale quarto posto della Costa d’Avorio nell’edizione precedente, che nel frattempo si è tolto pure lo sfizio di vincere una Coppa dei Campioni d’Africa al timone del Canon Yaoundè, e poi, subito dopo, ha allargato i cordoni della borsa, destinando ingenti fondi per la costruzione degli stadi di Yaoundè e Douala, le due città deputate ad ospitare la manifestazione. Infine, di comune accordo con Schnittger, per stare più tranquilli e fare bella figura, si è deciso di rendere più competitiva la comitiva, richiamando agli ordini due professionisti del calibro di Jean-Pierre Tokoto e Joseph Maya, stella dei francesi dell’Olympique Marsiglia: la maestranza più cospicua è quella composta dai calciatori del blasonato Canon di Yaoundè.

I Leoni Indomabili, che non sono ancora conosciuti come tali, vengono sistemati nel gruppo A, quello riservato come consuetudine ai padroni di casa, e si ritrovano in compagnia del talentuoso Mali del Pallone d’oro Africano 1970 Salif Keita, forse la favorita per la vittoria finale, e delle matricole Kenya e Togo. Questi ultimi sono più temibili e possono aspirare a recitare un ruolo da outsider: trascinati dal formidabile Edmond Apeti, universalmente conosciuto come Docteur Kaolo, nelle qualificazioni gli Sparvieri hanno infilato uno scalpo prestigioso nel curriculum, mettendo i bastoni fra le ruote al Ghana e uscendo dal catino di Accrà con le braccia alzate e un biglietto per il Camerun in tasca. Tuttavia, niente di così proibitivo per chi non fa mistero di puntare alla corona continentale.

Nonostante le insidie annidate in partite sulla carta più che abbordabili, la fase a gruppi si rivela quasi una passeggiata per la truppa di Schnittger: il Camerun parte col piede giusto, liquidando 2-1 il Kenya nella gara inaugurale, e prosegue approfittando dell’ingenuità di un Togo sciupone per batterlo 2-0 e prenotare un posto in semifinale. Nell’ultima gara col Mali, in un appuntamento che serve solamente a delineare le gerarchie del ragguppamento, tocca a Charles Léa Eyoum pareggiare la rete del maliano Fantamandy Keita, capocannoniere solitario di quell’edizione con cinque reti, e preservare la verginità dell’Omnisports, scongiurando il sorpasso all’ultima curva delle Aquile in vetta alla graduatoria. In semifinale i Leoni Indomabili se la vedranno con il Congo. Nell’altro gruppo a regnare è l’equilibrio: alle spalle dello Zaire, Congo e Marocco sono appiate a tre punti e condividono la medesima differenza reti. Il sorteggio manda in paradiso i Leoni, e spedisce all’inferno Faras e soci.

Il pubblico camerunense già pensa alla finale e prepara la festa: la semifinale viene considerata solo una fastidiosa formalità da sbrigare il prima possibile. Nell’immaginario collettivo camerunense, il Congo rappresenta la vittima sacrificale ideale. Lo scarno pedigree internazionale della selezione di Brazzaville, d’altronde, sembra avvalorare questa tesi. I Leoni, guidati da Adolphe Bibanzolou, hanno debuttato nell’edizione precedente, venendo sbattuti fuori al primo turno. E anche se possono contare sull’apporto di alcuni calciatori provenienti dall’Europa, tra cui Francois Mpelè, che nella cadetteria francese si è fatto un nome a forza di gonfiare reti al servizio dell’Ajaccio, proprio non possono intimorire. Il campo, però, come spesso accade, racconta un’altra storia. Il Camerun soffre oltremodo la maggior brillantezza e vivacità atletica dei congolesi e, alla mezzora, viene sorprendentemente punito da una terrificante staffilata dai trenta metri di Noël Pépé” Minga Tchibinda. Sugli spalti dell’Omnisports, leggermente bagnati da una pioggerellina intermittente, scende il gelo. Nonostante i reitarati assalti alla diligenza rossa, il fortino eretto dai Leoni regge egregiamente, e tutti gli attacchi camerunensi finiscono ineluttabilmente per essere rimbalzati da una rocciosa linea Maginot composta da Ndéngaki, Niangou, Ngassaki e capitan Ndoulou. In porta, poi, a fare i miracoli c’è Maxime Matsmima, uno a cui in patria hanno appiccicato un soprannome che è tutto un programma: lo chiamano Yachine. E non a caso.

A cinque minuti dal tripliche fischio, in pieno forcing disperato, uno spaventoso colpo al capo mette fuori gioco il capitano camerunense Emanuel Mvè, costringendo i Leoni Indomabili a giocare in inferiorità numerica: scoppierà a piangere in ospedale quando, riacquistati i sensi, verrà a sapere dell’eliminazione dei propri compagni. E’ la resa. A Yaoundè si consuma il dramma perfetto. Il Camerun precipita nello sconforto. Fatte le debite proporzioni, un’esperienza simile a quella vissuta dal Brasile dopo il Maracanazo del 1950. Il pubblico, in preda ad uno stato d’animo tra lo scioccato e lo sconsolato, abbandona con la coda tra le gambe gli spalti dell’Omnisport, e non torna per la finale, boicottando bellamente l’ultimo atto tra i congolesi e il Mali. La medaglia di bronzo, messa al collo dopo aver strapazzato 5-2 lo Zaire dello jugoslavo Vidinic, sarà solo una magra consolazione, cosi come quella di vedere i propri giustizieri trionfare 3-2  sul Mali dei Keita e del tedesco Weigang grazie alla doppieta di Jean-Michel Mbono, per tutti “le sorcier”, e dal prezzemolino sigillo di Mpelè. In uno spettrale Omnisports, i Diavoli Rossi riceveranno il trofeo dalle mani del presidente Ahmadou Ahidjo, uno dei pochi camerunensi presenti sugli spalti quel giorno.

 

 

 



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