Al vecchio Estadio Nacional di La Sabana, a San Josè, il giorno di Capodanno del 1941 Cartagines ed Herediano stanno danno vita ad un duello tanto scoppiettante quanto rusticano: in palio c’è il titolo costaricano. La gara è stata avvincente, ha partorito sei reti, equamente distribuite, e il pubblico restituisce l’impressione di essersi sinceramente divertito. Il punteggio fatica a schiodarsi dal 3-3, quando, dopo un’entrata particolarmente ruvida, la colonnina della tensione si impenna vertiginosamente, gli animi si surriscaldano e scoppia la gazzarra con i calciatori che vengono pericolosamente a contatto. E’ un regolamento di conti in piena regola. Il clima è incandescente. In tutto quel marasma, il direttore di gara Tenorio si barcamena nel tentativo di ripristinare l’ordine perduto, ma alla fine anche lui deve sventolare bandiera bianca: l’azzuffata ha la meglio. Anche se mancano una manciata di minuti alla naturale conclusione della partita, Tenorio ne viene a capo in modo autoritario, prendendo una decisione tanto drastica quanto inevitabile: rinvia l’incontro a data da destinarsi. La Federazione, presieduta da Manuel Rodríguez, sceglie di farla recuperare la mattina del 12 Gennaio. Ma nè Herediano, nè Cartagines sono disposte a scendere in campo appena svegli, e presentano una mozione all’organo supremo dove chiedono esplicitamente di poter incrociare i tacchetti al pomeriggio: superate le remore iniziali, la Federazione fa retromarcia e asseconda le richieste dei club.

Si gioca alle tre de la tarde, e sugli spalti de La Sabana, oltre agli ottomila aficionados, ci sono notabili e alti papaveri della politica e del calcio costaricense. Neanche l’allora Presidente della Repubblica, Rafael Ángel Calderón Guardia, vuole perdersi lo spettacolo e, accompagnato dal Ministro dello Sviluppo Alfredo Volio Mata, prende posto nello spicchio di tribuna riservato alle autorità. Non se ne pentirà.

Lo spettacolo è di quelli da leccarsi i baffi. Al termine della prima frazione l’Herediano conduce per tre reti ad una e ha già lanciato una rilevante ipoteca sull’esito finale. I Florenses sono passati in vantaggio con una rete di Dulio Dobles, hanno raddoppiato grazie ad un sigillo di “Neco Varela, e quando sono stati trafitti da una zuccata di Cabalceta, venendo minacciosamente avvicinati dall’equipo brumoso, hanno dato prova di una resilienza fuori dal comune, rialzandosi imemdiatamente e rispondendo al colpo appena incassato con un altro altrettanto letale, e sempre di testa, inferto da “ManoloZamora. Come se non bastasse, le cose per il Cartagines, poi, sembrano andare definitivamente a rotoli quando Enrique Madriz, infortunato, è costretto ad abbandonare il terreno di gioco, lasciando i compagni in infieriorità numerica e in totale balia dei giallorossi di Heredia: le sostituzioni non sono ancora contemplate dal regolamento.

La situazione è disperata, ma los brumosos hanno ancora una carta a cui aggrapparsi. L’asso nella manica si chiama Josè Rafael Meza, ha appena vent’anni, ma è già considerato il nuovo astro nascente del futbol costaricense. Il ragazzo prodigio, che possiede anche un secondo cognome, Ivancovich, che ne tradisce le origini croate, è un campione di precocità. A cinque anni già sgambetta in Plaza Iglesias, poi trascorre l’adolescenza tra le fila del Ciclon Negros, prima di approdare ancora imberbe nella Vieja Metropoli: la per tutti diventa semplicemente “Fello“. Coi brumosos brucia le tappe, e a diciassette anni, nel 1937, debutta in una gara di campionato proprio con l’Herediano, per poi esplodere in tutto il suo abbagliante fulgore tre anni più tardi. Nel 1940 a Cartago sbarca il carismatico Raul Pacheco, e “Fello” viene spostato in avanti, a ridosso dell’area di rigore: è la base tattica dell’exploit. Fino a quel momento ha realizzato dieci reti, è già il capocannoniere del torneo, ed è stato l’assoluto trascinatore dell’equipo brumoso nonostante un infortunio piuttosto debilitante gli abbia fatto perdere gran parte della stagione. E’ lui, in piena burrasca, a caricarsi metaforicamente i compagni sulle spalle, e a suonare la carica, prima accorciando le distanze, e poi trovando la stoccata del pareggio ad un quarto d’ora dalla fine.

Trascorrono tre minuti, e questa volta “Fellosi defila, lasciando ad Hernan Cabalceta l’onore di scrivere il lieto fine in fondo alla favola, siglando il goal dell’incredibile 4-3 che regala un titolo fantasmagorico al Cartagines. Una partita del genere non avrebbe potuto avere epilogo più suggestivo di questo. Al triplice fischio di Julio Güell si scatena l’apoteosi. Tornata nella Vieja Metropoli, la carovana brumosa ha voglia di festeggiare e fare baldoria per celebrare al meglio la conquista del terzo titolo della propria storia dopo quelli del 1923 e del 1936.

Situata alle pendici del vulcano Irazù, e a venticinque chilometri di distanza dalla capitale, Cartago è una citta ricca di storia, fascino e tradizioni. E’ Stata la prima capitale del Paese dopo il riconoscimento dell’indipendenza, e possiede un’anima profondamente cattolica, come testimoniano le innumerevoli chiese disseminate nella sua municipalità. E’ in una di queste, la Basilica de “La Negrita”, che, dopo esser stata ricevuta in città con tutti gli onori del casa – addirittura  tra gli squilli di tromba di una fanfara – una parte della comitiva decide di fare una capatina.

Monsignor Claudio Maria Volio Jimenez , che è il custode del santuario, in quel momento sta officiando messa. Sta intonando un Te Deum, quando il portone della chiesa si spalanca e fanno il loro dissacrante ingresso i calciatori del Cartagines, molti persino ubriachi: altri addirittura danno irrispettosamente le spalle all’arcivescovo. E’ qui che i fili della storia si vanno ad intrecciare con quelli inafferrabili, ma dannatamente seducenti della leggenda, fondendosi in una matassa inestricabile. Secondo una storiella che circola nel paese caraibico, a questo punto il prelato, infastidito dall’atteggiamento impertinente ed oltraggioso tenuto dai calciatori, interrompe la cerimonia e lancia unesoterico anatema all’indirizzo del Cartagines: i brumosos non vinceranno più il titolo fino a quando non saranno passati a miglior vita tutti gli autori di quel sacrilegio.

Ebbene l’ultimo dei protagonisti di quella memorabile campagna è deceduto nel 2012, ma l’affezionata l’hinchada brumosa, assistita da una fede incrollabile, sta ancora attendendo impazientemente la conquista di un titolo che manca ormai da settantasei lunghi anni, e solo sfiorato nel 2013. Magari era davvero solo una leggenda metropolitana, come le tante che proliferano da quelle parti, forgiandosi nel passaparola della gente che ne contribuisce incosapevolmente ad alimentarne il mito. Ma non ditelo al popolo brumoso, che, a sortilegio teoricamente esaurito, sta sperando di tornare a gioire prima o poi. Meglio prima.



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