Eugene Maes, l’eroe di Caen

"Retrospettivamente" 1 febbraio 2018 Vincenzo Lacerenza


Quel 19 Marzo del 1912, in virtù di uno speciale permesso, si era presentato in ritiro alle cinque di mattina. Direttamente dalla caserma, dove stava adempiendo i propri obblighi di leva, si era infilato su un treno ed aveva raggiunto la squadra a Torino. Eh si, perchè quel giorno, la Francia avrebbe fatto visita all’Italia. Una gara che passerà alla storia: superando gli azzurri con uno scoppiettante 4-3, i galletti trionferanno per la prima volta nel Belpaese. E, manco a dirlo, deus ex machina dell’incontro, sarà proprio lui, Eugene Maes: l’alfiere del Red Star, infatti, trafiggerà un incredulo Faroppa in ben tre circostanze. Baffi irti ed a manubrio, colpo di testa letale, e innato istinto del killer, Maes balzerà nuovamente all’onore delle cronache circa un anno più tardi, quando, in una gara con il Lussemburgo, vinta da Les Bleus per 8-0, il formibabile centravanti della Stella Rossa, calerà addirittura il pokerissimo: record eguagliato, nel 1956, dal solo Thadèe Cisowski.

Siamo in piena Belle Epoque, e il nome di Maes è ormai sulla bocca di tutti. Exploit dopo exploit, il primo vero bomber che la storia della nazionale francese ricordi, è assurto a mito nazionale. Ma proprio quando la carriera è al suo apice, con Maes pronto ad entrare nella leggenda del calcio, ad arrestarlo ci pensa il destino: lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la chiamata alle armi, e il grave infortunio subito durante il conflitto, ne compromettono, ineluttabilmente, lo sviluppo della parabola calcistica. Quando torna dalla guerra Maes non è più lo stesso. Ha perso smalto e vigore, e sembra aver smarrito anche quella cattiveria sotto porta che negli anni aveva contribuito ad accrescerne la fama. Per rigenerarsi accetta la corte dello Stade Malherbe Caen. Grazie a quel carisma e quella vena leadertaria che da sempre lo accompagnano, in Bassa Normadia gli affidano le chiavi della squadra: in poco tempo diventa capitano prima e allenatore-giocatore poi. Compattare i ranghi per perseguire il fine comune, è il suo obiettivo più grande. Per questo conia anche un motto, che egli stesso definisce « cri de guerre du Stade Malherbe »: “Non, non, non, non, l’Stade Malherbe n’est pas mort. Car il gagne encore”
, fa ripetere come un mantra ai suoi compagni prima di scendere in campo. Ormai usurato dagli acciacchi e dal tempo, dice addio al calcio nel 1930.

Ma già da tempo, Maes, mente razionale, aveva pianificato il proprio futuro. Sempre nel mondo dello sport: si dedica al nuoto e alle immersioni, poi, nel 1928, trasforma la scuola di nuoto del fratello, il celeberrimo Lido, in una rinomata sala da ballo. Ma non riuscirà a godersi serenamente la vecchiaia. Durante la Seconda Guerra Mondiale, una delatrice, tale Marie-Clotilde de Combiens, lo denuncia alle autorità nazista: Maes è accusato di covare in seno propositi anti-tedeschi. La Gestapo gli mette le manette ai polsi la mattina del 21 Giugno 1943. La prima vera stella del calcio francese non sarà mai più libera di brillare. Tradotto nel campo di concentramento di Dora-Mittelbau, nella cittadina teutonica di Ellrich, morirà in completa solitudine il 30 Marzo del ’45.
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