Ad Ezio Pascutti, scomparso avant’ieri all’età di ottant’anni, avevano appiccicato in fronte piuttosto ingenerosamente l’etichetta di “cattivo”. Ma non tanto per un atteggiamento particolarmente ruvido e grintoso sul terreno di gioco. La nomea che lo perseguitava aveva un origine ben precisa. Era successo che il 13 Ottobre 1963 l’Italia si era recata a Mosca per disputare un incontro valido per le qualificazioni all’Europeo dell’anno successivo. Una gara dai contenuti simbolici ed extrasportivi dominanti: era la prima volta che gli Azzurri volavano in Unione Sovietica per affrontare l’URSS.

Sull’aereo, assieme alla comitiva azzurra, viaggia anche una delegazione composta da una decina di parlarmentari: mantenere le buone relazioni coi sovietici è l’obiettivo collaterale della spedizione.

Pascutti a quel tempo era uno dei pupilli di Fabbri, che lo preferiva a gente del calibro di Riva e Corso. L’imprendibile ala di Mortegliano, dalla inconfondibile chierica poco sbarazzina, figura nell’undici titolare anche quella volta. Al minuto numero 23, tartassato dalle provocazioni e dai falli in serie del sovietico Dubinsky, perde le staffe e reagisce. Alza il braccio e minaccia di sferrare un pugno al rivale. Il gesto è solo mimato, ma Dubinsky, sleale, finge di aver incassato il colpo e stramazza al suolo come abbattuto da un fulmine. L’arbitro prende un abbaglio e da erroneamente credito alla pantomina, espellendo ingiustamente un furente Pascutti.

L’Italia ci rimette le penne, e la stampa, Brera capintesta, è unanime nell’accanirsi su di lui, gridando allo scandalo e crocifiggendolo senza mezzi termini: a consolarlo sul volo di ritorno, applaudendo al suo gesto, è solo un senatore comunista dai trascorsi partigiani. La federazione, inflessibile, lo stanga con una squalifica di tre mesi. Da lì in poi comincerà il suo calvario. Vituperato, e ricoperto di contumelie in tutti gli stadi d’Italia, sarà costretto a ricorrere allo stratagemma di infilarsi dei tappi di cera nei padiglioni per evitare di sentire i fischi assordanti che, domenica dopo domenica, diventeranno la triste e immeritata colonna sonora dell’ultimo segmento della sua carriera.



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