Nel nome del padre

Blogs 14 settembre 2016 Redazione


di Francesco Cavallini

Nella vita di tutti i giorni, un cognome importante è un lasciapassare, un biglietto verso opportunità che spesso ai comuni mortali non verranno mai offerte. Ma nel mondo dello sport, e del calcio, si trasforma in una croce. A volte leggera, altre totalmente impossibile da sorreggere. Basterebbe chiedere a Jordi, costretto a togliere dalla maglia quel Cruiff così imponente, che l’ha sempre relegato al rango di “figlio di Johan”.

Con gli scarpini ai piedi, Nigel Clough ha probabilmente ottenuto molto di più di suo padre. Brian è stato uno dei cannonieri inglesi più prolifici del dopoguerra, ma un bruttissimo infortunio lo costrinse a terminare anzitempo la carriera senza nulla in bacheca. Nigel può invece vantare almeno tre Coppe di Lega, oltre a una dozzina di presenze con la nazionale di Sua Maestà, contro le tre di Clough senior. Ma quando Nigel, complici troppe stagioni da comprimario tra Liverpool, Manchester City, Nottingham Forest e Sheffield Wednesday, decide di uscire dal calcio che conta e sedersi, da player-manager, sulla panchina del Burton Albion, i paragoni sono diventati di colpo insormontabili. Già, perché difficilmente potrà mai raggiungere i successi e la notorietà di suo padre. Brian Clough, l’uomo dei miracoli, il miglior manager inglese del dopoguerra, il primo allenatore “moderno”, precursore di Mourinho e di tutti i suoi seguaci. Personaggio poliedrico, sempre pronto a dire la sua senza peli sulla lingua, carismatico, amato dai tifosi e dai mezzi di comunicazione, odiato dall’establishment, ma soprattutto vincente. E non è solo il palmares ad essere di tutto riguardo, anche se due campionati inglesi (con Derby County e Nottingham Forest), due Coppe dei Campioni consecutive portate nella città di Robin Hood e una serie di supercoppe e coppe di Lega non sono certo da buttar via. L’imponenza della figura paterna, la sua importanza nell’immaginario collettivo degli amanti del calcio inglese e non solo, sembravano condannare Nigel ad una ineluttabile mediocrità come allenatore. Si spiega anche così la scelta di Clough junior di iniziare dal Burton, all’epoca in Southern League Premier Division. Poche pressioni, un carico di fiducia e rispetto dovuto, certo, dal cognome, ma anche dalla buona carriera professionistica, ed un ambiente sereno dove sviluppare la propria idea di calcio, con un solo obiettivo: portare il Burton tra i professionisti. E’ una scalata lunga undici anni, dal 1998 al 2009, costellata di trionfi (lo 0-0 casalingo in FA Cup contro lo United di Ferguson, Rooney e Ronaldo), e di delusioni. Ma buon sangue non mente, e proprio come papà Brian, Nigel è in grado di instillare nei propri uomini la carica necessaria per rialzarsi dalle batoste e ricominciare a lottare.

Il sogno però si interrompe a pochi metri dal traguardo. A gennaio 2009 il Burton è primo in classifica nella allora Conference National, con tredici punti di vantaggio sulla seconda. La cavalcata trionfale degli uomini di Clough è talmente impressionante che una agenzia di scommesse decide di pagare tutte le puntate sul Burton vincente con quasi metà stagione ancora da giocare. Ma alla porta bussa il destino, che ha una divisa bianca e nera. Proprio come suo padre prima di lui, Nigel viene contattato dal Derby County. La scelta è lacerante; lasciare il club che per lui è stata una seconda famiglia è difficile, ma lo è anche resistere alla chiamata dei Rams e tentare di ripetere l’epopea di Brian, che portò il Derby dalla Second Division al titolo e a una controversa semifinale di Coppa Campioni contro la Juventus. Alla fine vince la sfida, il destino, l’ignoto. Il Burton coronerà (ironicamente) la sua corsa verso la Football League sotto la guida di Roy McFarland, colonna del Derby di Clough senior. Per Nigel cominciano invece delle stagioni difficili. Le pressioni e le difficoltà della Championship e della piazza di Derby si fanno sentire. Nonostante alcune annate positive, i Rams non riescono mai a centrare neanche l’obiettivo playoff, condannati alla mediocrità di metà classifica con sporadiche puntate nei bassifondi. Il sangue di Nigel ribolle, diventa polemico, aggressivo, riprende molti degli atteggiamenti di suo padre nei periodi bui di Leeds e dell’ultima stagione al Forest. Viene spesso allontanato dal campo, litiga con i colleghi, con la dirigenza e con gli arbitri. Niente di nuovo, avranno pensaro a Derby; del resto anche le stagioni successive allo splendido trionfo del 1972 avevano seguito questo pattern.

E così, dopo quasi quarant’anni, le strade dei bianconeri e di un Clough si separano. E con una mossa tipica di famiglia, Nigel ricomincia da una serie più in basso. A dargli fiducia è lo Sheffield United, in League One; nei due anni alla guida dei Blades, Clough solidifica sempre di più la sua reputazione di “manager di coppa”, raggiungendo la semifinale della FA Cup 2013/14 e quella della League Cup della stagione successiva. Ma in campionato la squadra non ingrana e a maggio 2015 le strade di Nigel e del club si dividono. Un cognome, dicevamo, può essere un macigno. Ma chi lo porta è in grado di cambiare il proprio destino, soprattutto con il lavoro e la passione. Proprio il lavoro decennale e la passione per quei colori hanno lasciato un’impronta tra tifosi e dirigenti del Burton, che intanto si è guadagnato la League One sotto la guida di Jimmy Floyd Hasselbaink. E quando l’olandese lascia il Burton per approdare al QPR, la scelta del suo sostituto non può che ricadere su Nigel. La stagione termina al cardiopalma, con Charlton, Burton e Walsall ancora in gioco per la promozione diretta in Championship dopo quarantaquattro estenuanti giornate, ma alla fine l’impresa è fatta. Il Burton, che al momento dell’addio di Clough era ancora tra i dilettanti, viene promosso in Championship. Molto di questa favola si deve alle solide fondamenta tecniche e societarie da lui create, ed il destino ripaga con questa gioia il lungo peregrinare dell’ormai non più giovane manager. E arriviamo, infine, alla stagione in corso. La prima in Championship del Burton è già di per sé un match speciale, ma per Nigel significa molto di più: i Brewers esordiscono al City Ground di Nottingham, il “tempio” di famiglia, dove Brian da grande allenatore è diventato leggenda e dove Nigel ha passato buona parte della sua carriera da calciatore. Gli applausi che piovono dalla Brian Clough e dalla Peter Taylor Stand a fine partita sono un tributo all’uomo Nigel e all’allenatore, che lascia i tre punti ai padroni di casa ma che regala ai tifosi un 4-3 scoppiettante deciso solo allo scadere. Il tour per le strade della memoria, però, non è ancora terminato.

Questa Championship sta regalando e può ancora regalare a Nigel Clough tanti piccoli momenti speciali. A fine ottobre il Burton andrà a Elland Road, dove suo padre fu ingenerosamente licenziato dopo 44 giorni alla guida di un Leeds che non lo voleva, orfano del suo grande rivale Don Revie. A gennaio Nigel potrebbe rimettere piede al Pride Park di Derby da avversario, in un match che ha tutto il sapore di un piccolo grande derby. E poi ancora Brighton, Sheffield, tutti luoghi in cui il ricordo di un Clough, padre o figlio che sia, non può far altro che rendere felici tutti gli appassionati di calcio. E poi chissà dove altro finirà il nostro Nigel, che intanto sogna la Premier con il Burton e magari un giorno, perché no, una cavalcata europea simile a quelle di suo padre. Ma in fondo non c’è nessuno da superare, nessuna eredità da prendersi, nessun destino da raggiungere. Venti anni in giro per l’Inghilterra hanno tolto, seppur con molta fatica, l’etichetta di “figlio di Brian” dalle sue spalle. Ora l’ex numero nove dell’Inghilterra cammina sulle sue gambe e non vive di luce riflessa. E’ semplicemente NIGEL. Ma sempre con la fortuna, l’onore e l’orgoglio infinito di chiamarsi CLOUGH.

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