Matthias Sindelar: come carta velina

Blogs 17 settembre 2016 Redazione


Di Francesco Cavallini.

C’era una volta, tanto tempo fa, una Mitteleuropa che oggi non c’è più. Una parte di questo piccolo grande continente in cui i ritmi venivano scanditi dalle campane di Santo Stefano e San Vito, un’entità statale sovranazionale complessa, instabile, ma unita da due grandi passioni: il caffè e il calcio.  I territori governati dagli Asburgo erano stati tra i primi ad accogliere il nuovo sport proveniente dalle isole britanniche. Non c’era campo a Praga o a Budapest dove non si corresse dietro a un pallone, tentando di riprodurre il gioco scozzese, fatto di una ragnatela di passaggi rasoterra, così leggiadro, piacevole, lontano dalla rozzezza del lancio lungo e della palla alta all’inglese. La nostra fiaba inizia proprio qui, in Austria-Ungheria. E non c’e fiaba che si rispetti senza un principe: bello, amato e irresistibile.

L’imperial regio cittadino Matěj Šindelář nasce a Kozlov, Moravia, nel 1903. Due anni dopo la famiglia si trasferisce a Vienna, la sfarzosa e cosmopolita capitale dell’Impero, dove il ragazzo, che ormai tutti chiamano Matthias, trascorre una spensierata infanzia calciando un pallone per le strade della città. La guerra però lascia sul campo milioni di morti e ben quattro imperi; la sorte peggiore tocca proprio all’Austria, che perde tutti i territori non di lingua tedesca. Anche Matthias perde nel conflitto una parte di sè: suo padre, dislocato sul fronte italiano, cade in una delle battaglie dell’Isonzo. Al ragazzo non resta che prendersi la famiglia sulle spalle, accettando mille piccoli lavori, senza però mai abbandonare il calcio. A fine guerra non torna nella neonata Cecoslovacchia, perché proprio nel 1918 si unisce all’Herta Vienna. Il giovane ha talento, difficile non notarlo, nonostante una costituzione fisica non propriamente robusta; il suo controllo di palla e il dribbling lasciano a bocca aperta gli spettatori, ma soprattutto la dirigenza dell’allora Wiener Amateur-SV, che lo tessera nel 1924.

Due anni dopo il club abbandona il dilettantismo e cambia ragione sociale, trasformandosi in Fußballklub Austria Wien, l’armata viola che fa tremare il mondo.  E molto del merito è proprio di Sindelar: la sua classe innata, la sua velocità di gambe e di pensiero lo rendono presto un idolo dei tifosi. Insieme a Alfred Schaffer (futuro allenatore della Roma campione d’Italia 1941/42) e a Gustav Wieser porta l’Austria Vienna al top del calcio europeo. Proprio in quegli anni, infatti, le federazioni dell’Europa Centrale organizzano una competizione per club: è la Coppa Mitropa, che può essere considerata la “mamma” della Coppa dei Campioni. Nonostante non sia una coppa propriamente continentale, la qualità delle squadre partecipanti è altissima; Austria, Italia, Cecoslovacchia e Ungheria sono le nazionali più forti d’Europa e i club non sono certo da meno. L’Austria Vienna vince la Coppa due volte, nel 1933 e nel 1936.

La finale del 1933 mette di fronte le due stelle più luminose del calcio europeo tra le due guerre; il Praterstadion di Vienna, gremito fino all’inverosimile per la partita di ritorno tra i viola e l’Ambrosiana-Inter, è il teatro di un epico scontro tra Meazza e Sindelar, terminato con il trionfo dei viennesi. In quegli anni, Matthias è ormai più un semplice calciatore; la sua fama ha superato i confini nazionali, anche grazie alle imprese della nazionale austriaca, la squadra delle meraviglie, il Wunderteam. I ragazzi di Hugo Meisl, considerato l’inventore del “calcio danubiano”, fatto di tecnica e velocità al servizio della squadra, rimangono imbattuti per più di un anno tra il 1931 e il 1932. Questa serie di partite vale all’Austria l’invito più ambito, quello della Football Association: il 7 dicembre, a Stamford Bridge, l’Inghilterra vince 4-3, ma tutti scoprono il “Mozart del calcio” e si innamorano all’istante di quel calciatore eccezionale, che i suoi connazionali chiamano “Der Papierene”. In patria Sindelar, è infatti soprannominato “l’uomo di carta”, per il fisico esile e per la facilità con cui passa attraverso le difese e le marcature avversarie. La traduzione italiana non rende però giustizia al senso del soprannome, che i giornalisti nostrani trasformano quindi in “carta velina”, quasi a sottolineare ancora di più la leggerezza del suo calcio. La prestazione di Sindelar a Londra è folgorante. Una delle reti austriache porta la sua firma, e non si tratta certo di un gol banale: il centravanti deposita la palla in rete dopo essere partito da centrocampo e aver dribblato sette avversari.

L’Arsenal di Herbert Chapman è pronto a ricoprirlo d’oro pur di convincerlo a trasferirsi in terra d’Albione, ma Matthias resiste alle sirene inglesi, rimanendo fedele al suo club. Con l’Austria Vienna Sindelar vince tutto quel che si può vincere, ma gli sfuggirà sempre la gloria con la maglia della nazionale. L’Italia di Vittorio Pozzo è la bestia nera degli austriaci; gli Azzurri battono il favoritissimo Wunderteam nella semifinale dei mondiali di casa del 1934. La partita passa alla storia per un arbitraggio un po’ troppo tollerante dello svedese Eklind, che permette all’oriundo Guaita di riservare un trattamento troppo energico alla stella dell’Austria, che non riesce così ad esprimere tutto il suo talento. La storia si ripete nel 1936 a Berlino, quando gli “studenti” tricolori sfilano l’oro olimpico dalle mani dei ragazzi di Meisl, che naturalmente però non poteva schierare Sindelar e compagni, conclamati professionisti. Matthias ha trentatre anni e la fiaba sembra destinata a concludersi felicemente con la seconda Coppa Mitropa. Ma in ogni fiaba serve un antagonista. E in questo caso, come purtroppo in molti altri, il cattivo ha l’aspetto di un signore austriaco con degli strani baffi, un ex caporale con la passione per la pittura e per la politica.

L’Austria cade sempre più nell’orbita della Germania nazista, fino all’inevitabile annessione del 1938, che toglie al Wunderteam la certa partecipazione ai mondiali francesi dello stesso anno. Con la spettacolarizzazione dello sport che compete al suo regime, Hitler decide di far giocare un’ultimo match alla nazionale del suo paese d’origine, uno scontro con la Germania divenuto famoso come “la partita della riunificazione”. Dopo questo incontro, i calciatori austriaci sarebbero stati convocabili nella nazionale tedesca, che sperava così di poter schierare una squadra competitiva in terra francese. Ma se i gerarchi nazisti speravano di trasformare quella partita in un’esaltazione della Germania (operazione riuscita solo a metà già durante le Olimpiadi del 1936), si sbagliavano di grosso. Gli austriaci si presentano in campo in rosso e bianco, i colori della bandiera, invece che con il solito completo bianco e nero e dominano il match. Il 2-0 finale porta la firma di Sindelar, neanche a dirlo, e di Karl Sesta; a fine partita i due marcatori sono anche gli unici due giocatori dell’Austria a non rivolgere alle autorità presenti il classico saluto nazista. Matthias non vestirà mai la maglia della Mannschaft (che al mondiale in Francia verrà eliminata al primo turno), ufficialmente a causa dell’età avanzata e di alcuni acciacchi, La realtà però è un’altra. Sindelar è considerato un sovversivo, al punto di essere addirittura sotto osservazione da parte della Gestapo. E’ reo di aver esultato troppo dopo la sua rete nell’Anschlusspiel, di non aver mostrato la giusta deferenza alla nuova classe dirigente, ma, soprattutto, di un crimine ancora più grave agli occhi dell’ideologia nazista. La sua fidanzata, l’italiana Camilla Castagnola, è ebrea, come molti dei suoi amici e compagni di club. L’Austria Vienna, da sempre club che rappresentava della borghesia viennese, viene sprezzantemente soprannominato “Judenklub” ed è costretto a cambiare nome. Molti calciatori e membri dello staff vengono arrestati, mentre altri riescono a fuggire all’estero.  Sindelar non ne avrà il tempo.

La triste fiaba dell’uomo di carta termina in un appartamento di Vienna il 23 gennaio del 1939; la parola “fine” la scrive il monossido di carbonio fuoriuscito da un caminetto difettoso. Nel corso degli anni, molti hanno trovato difficile accettare questa morte “accidentale” del campionissimo di Kozlov e della sua compagna. Gli sgarbi ai gerarchi nazisti, l’amore per un’ebrea ed uno spiccato sentimento patriottico facevano di Sindelar un plausibile obiettivo di eliminazione. D’altronde, era prassi del regime nazista eliminare dissidenti importanti o, come nel caso del generale Rommel, insabbiare suicidi di personaggi particolarmente cari all’opinione pubblica. Quel che è certo è che quel giorno il calcio ha perso uno dei suoi interpreti più sublimi e universalmente apprezzati. Eppure, la leggenda del Mozart del calcio ha resistito al tempo e al football moderno. Il mito del calciatore esile e leggiadro in uno sport sempre più fatto di forza e potenza sopravvive ancora oggi. Le immagini delle serpentine e del tocco di palla di Sindelar forse spariranno dalla memoria collettiva assieme a chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare. Ma nella storia di questo sport, la figura dell’uomo e del calciatore che non si piega alla forza, fisica e metaforica, continuerà a volare leggera; proprio come un foglio di carta velina, che anche nella tempesta nessuno riuscirà mai ad acchiappare.

antiwarsongs.org

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