Marching on together – prima parte

Blogs 27 settembre 2016 Gianluca Scatena


Brutti, sporchi e cattivi. Odiati, temuti, ma anche rispettati. A guidarli c’è The Don, un padre padrone, amorevole con gli amici, ma senza pietà con i nemici. A prima vista, sembra la descrizione di una banda criminale, o di una famiglia malavitosa. E invece stiamo parlando di una delle squadre più vincenti della storia del calcio inglese, inserita nella top 50 delle migliori squadre di sempre dall’IFFHS. Per i loro tifosi erano semplicemente “i bianchi” o lo United; per tutti gli altri, in Inghilterra e in Europa, il temibile “Dirty Leeds”.

Deus ex machina di questa storia è Donald Revie da Middlesbrough. Da calciatore, una buona carriera a cavallo degli anni ’40 e ’50. Attaccante non troppo prolifico, si reinventa punta di manovra (oggi diremmo “falso nueve”) dopo aver visto l’Ungheria di Puskas e Hidekguti distruggere l’Inghilterra a Wembley nel 1953. Da allenatore è superstizioso, maniacale, invadente e accentratore, ma di certo vincente. Revie arriva a Leeds nel 1958 e nel 1961 diventa player-manager di una società sull’orlo del baratro, tra carenze tecniche e difficoltà ambientali. Ha la fortuna di trovare una dirigenza ambiziosa, alla quale propone cambiamenti radicali. Uno dei primi è il cambio di logo e colori sociali; dal giallo si passa al bianco, in onore del Real Madrid, mentre dal logo sparisce il gufo a causa della profonda convinzione di Don che i volatili portassero sfortuna. Ma il progetto più importante e fruttuoso è la creazione di un sistema di squadre giovanili, che nel corso di oltre quindici anni produrrà calciatori di altissimo livello.

La squadra è modesta, ma in rosa ci sono due personaggi chiave della vicenda: il burbero Jack Charlton, ruvido centrale e fratello del più famoso Bobby, e il giovane Billy Bremner, scozzese, aggressivo e carismatico. Su questi due interpreti, Revie costruisce pian piano una squadra a sua immagine e somiglianza, al punto che nell’immaginario collettivo i giocatori del Leeds diventano i “figli di Don”. Nel gruppo vige un regime di collegialità assoluta, quasi familiare, sotto il non troppo amorevole controllo del manager, che in campo preferisce dare poche indicazioni ai suoi, lasciandoli liberi di esprimersi, ma che mette bocca su qualsiasi decisione extracalcistica, dal colore delle macchine alla scelta delle fidanzate.

Uno strano tipo Don, ma anche un allenatore moderno; insieme all’ottimo staff che lo seguirà per tutta la sua avventura in panchina, crea una squadra organizzata, compatta, sempre pronta a ogni sfida, anche grazie ai dettagliatissimi dossier sulle squadre avversarie, che dovevano essere tassativamente consegnati sulla sua scrivania entro il primo giorno di preparazione a un match. Questa meticolosità, unita all’arrivo di giovani talentuosi e calciatori di esperienza nel club dello Yorkshire, comincia a portare i suoi frutti nella stagione 1963-64. Revie porta a Leeds un altro scozzese dal carattere non facile, Bobby Collins, al quale affida la fascia di capitano, e Alan Peacock, punta tanto fragile quanto efficace sotto porta. Ma gli ingressi più importanti in squadra sono quelli di un gruppo di ragazzi di belle speranze, raccattati da ogni parte del Regno Unito; Eddie Gray, Norman Hunter, Peter Lorimer e Paul Reaney conquistano con il tempo una maglia da titolare, che non lasceranno più.

Lo United sale in First Division da campione, rischiando il colpaccio nella stagione successiva, terminando al secondo posto, dietro al Man United di Busby e Charlton, solo per la peggiore differenza reti. La splendida annata potrebbe coronarsi a Wembley, ma i bianchi perdono la finale di FA Cup ai supplementari contro il Liverpool. La stagione 1964-65 lascia in eredità parecchie cose: la convinzione nei propri mezzi, un’enorme voglia di rivincita e una pessima reputazione. Il soprannome “Dirty Leeds” è legato all’atteggiamento troppo aggressivo dei giocatori di Revie, guidati dal non tranquillissimo Collins; interventi al limite del regolamento, comportamenti antisportivi, intimidazioni continue degli arbitri ed una particolare tendenza a menare le mani in caso di parapiglia.

L’anno successivo catapulta definitivamente il Leeds nel novero delle grandi squadre d’Inghilterra, nonostante nella bacheca di Elland Road continuino a non entrare trofei. Di nuovo secondi in campionato, i ragazzi di Don terminano la loro prima campagna europea in semifinale di Coppa delle Fiere. Proprio una partita di coppa, contro il Torino, segna la fine della storia tra Collins e il Leeds; il capitano si rompe una gamba in uno scontro di gioco e non recupererà mai a pieno dall’infortunio. La fascia, e non potrebbe essere altrimenti, passa al braccio di Billy Bremner, mentre la maglia da titolare a centrocampo arriva sulle spalle di John Giles, regista irlandese dalla visione di gioco sopraffina e dal tacchetto facile, ex Busby Babe scartato dal Manchester United. In estate Jackie Charlton e Norman Hunter sono tra i ventidue scelti da Alf Ramsey per la Coppa del Mondo e solleveranno a Wembley l’ambito trofeo.

Lo stesso non si può invece dire dei loro compagni. La stagione 1966-67 è per il Leeds è lunga e frustrante: un anonimo quarto posto in campionato, eliminazioni in FA e League Cup, ma soprattutto una cocentissima sconfitta in Europa. Lo United affronta la Dinamo Zagabria nella doppia finale di Coppa delle Fiere e ne esce con le ossa rotte; un perentorio 2-0 in Yugoslavia rende la partita di ritorno, che si concluderà a reti inviolate, pressoché inutile. Don reagisce alle avversità a modo suo: convoca una zingara a Elland Road per scacciare via la maledizione che, secondo lui, aleggerebbe sullo stadio dei bianchi. Poi, quando la zingara gli predice che la stagione successiva non porterà successi, decide di puntare su un approccio più concreto, spendendo la faraonica somma di centomila sterline per Mick Jones dello Sheffield United, che nell’undici titolare va a sostituire Peacock, troppo spesso infortunato.

Denaro batte fattucchiera due a zero perché, se è vero che il campionato e la FA Cup rimangono irraggiungibili per lo United, il 2 marzo 1968, grazie ad una rete di Terry Cooper, Don e i suoi battono l’Arsenal a Wembley e sollevano il primo trofeo dell’era Revie, la League Cup. Il Leeds si conferma poi squadra di coppa e diventa il primo club inglese a vincere la Coppa delle Fiere. Il doppio confronto con gli ungheresi del Ferencvaros, che per bizzarrie del calendario europeo si gioca all’inizio della stagione successiva, termina con uno striminzito uno a zero per i bianchi dello Yorkshire; la rete decisiva, neanche a dirlo, è proprio di Mick Jones, che giustifica così il prezzo del suo cartellino. Il trionfo continentale è però solo l’antipasto; nella stagione 1968-69 arriva per Revie & co il premio più ambito. Il Leeds è inarrestabile, batte un record dopo l’altro e si aggiudica la First Division in scioltezza; la regolarità in campionato però, costa una precoce eliminazione da tutte le coppe. Don, da perfezionista quale è, non può accettare questa situazione e prepara un nuovo colpo di mercato. A fare le valigie verso Leeds questa volta è Allan Clarke, attaccante dalle doti tecniche non sopraffine, ma con un fiuto del gol proverbiale, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Sniffer”. Il pensiero di Revie è chiaro: lo United della stagione 1969-70 è costruito per vincere tutto e non dovrà fare prigionieri…

di Francesco Cavallini

Foto: yorkshireeveningpost.co.uk



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