di Francesco Cavallini.

Mal comune mezzo gaudio? Possibile, ma non è certo ciò che avranno pensato Revie e Clough durante la stagione 1972/73. Li avevamo lasciati (qui la prima partela seconda e la terza) con un mood totalmente opposto: Don aveva appena visto sfumare un double che sembrava alla portata dei suoi ragazzi, ma soprattutto aveva dovuto cedere il titolo al Derby di Brian. Eppure la stagione successiva riesce suo malgrado a regalare ai due manager di Middlesbrough qualcosa in comune che non sia la città di nascita. Entrambe le squadre, infatti, steccano in campionato; il Liverpool di Shankly prende subito il largo e conquista in scioltezza il titolo, seguito dall’Arsenal. Il Leeds arriva terzo, pagando una forma casalinga non all’altezza e, come al solito, i troppi infortuni; il Derby fa anche peggio, raccogliendo ben quindici sconfitte e terminando in settima posizione. Lo United ci ha però ormai abituato ad una continuità di risultati impressionante, e anche questa stagione non fa eccezione. Lasciata da parte la First Division, Revie e i suoi si concentrano su un back-to-back in FA Cup, riuscito di recente solo al Tottenham di Nicholson, e su una nuova esperienza europea. Con la vittoria di Wembley contro l’Arsenal, infatti, i bianchi si sono garantiti un biglietto per l’ultima competizione continentale alla quale non hanno ancora preso parte: la Coppa delle Coppe.

Il primo turno rischia di essere una doccia fredda per il Leeds; la forma balbettante di inizio campionato si ripercuote anche in Europa e allo United serve più impegno del previsto per aver ragione dei modesti turchi dell’Ankaragücü. Un pareggio esterno ed uno striminzito uno a zero in un Elland Road desolatamente mezzo vuoto spingono i bianchi allo scontro successivo, da giocarsi a fine ottobre. Stavolta i rivali sono i coriacei tedeschi dell’est del Karl-Zeiss Jena; gli uomini di Revie giocano una perfetta partita difensiva nella DDR e al ritorno fanno valere il fattore campo con reti di Cherry e Jones. La Coppa Coppe va in letargo e a marzo si ripresenta regalando al Leeds l’avversaria più facile delle sette restanti: il Rapid Bucarest è davvero poca cosa e viene spazzato via con otto reti tra andata e ritorno. Per qualche strano motivo lo stadio di casa non è mai pieno, ma chi ha acquistato il biglietto per la semifinale di andata assiste ad un’ottima prestazione dello United, che con una rete del solito Clarke regola l’Hajduk Spalato. Sniffer però salterà ili ritorno per un rosso rimediato per un fallo di reazione; quello che nessuno si aspetta, ma che puntualmente accadrà, è che la UEFA possa comminare all’attaccante, in maniera piuttosto inusuale, ben due giornate di squalifica. Senza il suo goleador, Revie imposta la partita in Jugoslavia sul classico asse catenaccio-contropiede; il Leeds non riesce a segnare, ma neanche l’Hajduk realizza la rete che varrebbe i supplementari. Per Don e i suoi, c’è l’ennesima finale; l’appuntamento, stavolta, è il sedici maggio a Salonicco. Ad attendere il Leeds c’è il Milan di Rivera.

Ma prima di raccontare una finale a suo modo storica, bisogna passare, di nuovo, per Wembley: lo United, infatti, raggiunge la sua terza finale di FA Cup negli ultimi quattro anni. Lo fa quasi in scioltezza, se si escludono i due replay che servono ai bianchi per aver ragione del Norwich City al terzo turno. Plymouth e WBA non oppongono infatti resistenza e ai quarti anche i campioni d’Inghilterra del Derby devono inchinarsi davanti alla legge del Leeds di coppa. La semifinale ha poi il sapore della rivincita: a Maine Road tornano infatti a palesarsi i fantasmi nero-arancio del campionato precedente, ma stavolta gli uomini di Don tengono fede ai pronostici e battono i Wolves per uno a zero grazie a capitan Bremner. Nello stesso momento, da Hillsborough arriva una notizia che ha dell’incredibile: l’Arsenal è stato sconfitto. La finale 1972/73 non sarà quindi un rematch della Coppa del Centenario, ma il Leeds dovrà vedersela con il Sunderland; nulla di così speciale, se non fosse che i Black Cats in quel momento si trovano a metà classifica in Second Division.

La settimana che precede la finale di FA Cup è più caotica del solito; il Leeds è ormai abituato ad avere tutti contro, ma la presenza a Wembley del Sunderland non fa altro che amplificare la questione. Tra chi vorrebbe semplicemente vedersi avverare la favola dei biancorossi e chi spera che Don e i suoi non portino a casa un’altra coppa, lo United si ritrova isolato. A guidare i Black Cats c’è un altro personaggio niente male; Bob Stokoe sembra un manager all’antica, ma sa fin troppo bene come aumentare la pressione sul già favoritissimo United. Da sempre virulento critico di Revie e dello stile Leeds, come e forse anche più di Clough, Stokoe si lancia in un’ardita polemica mediatica, soffermandosi sulle tattiche antisportive del Leeds e sulle troppe libertà che gli arbitri lascerebbero a Bremner: “Mi piacerebbe che questo sabato le decisioni venissero prese dal signor Burns [l’arbitro della finale] e non dal capitano del Leeds”. Le pressioni dovrebbero fare ormai parte del gioco per una squadra esperta come lo United e soprattutto su una guida vincente come Don; ma come spesso accade, i ragazzi e l’allenatore reagiscono nella maniera peggiore.

Il 5 maggio 1973 passa alla storia. Che non sia una giornata qualsiasi, lo si intuisce dalle facce dei calciatori nel tunnel; il Sunderland ha passato tutta la settimana a Londra e sembra una scolaresca in gita premio. I giocatori del Leeds sono tesi, nervosi; certo, ogni partita si deve vincere, ma questa non si può proprio perdere. Don guida i suoi ragazzi con addosso uno dei suoi portafortuna, l’abito blu dal quale non si separa mai; Stokoe non si piega al rigido cerimoniale di Wembley e indossa uno stravagante cappotto color crema sopra una discutibilissima tuta rossa. Al decimo minuto, su un campo reso scivoloso dalla solita pioggia di maggio, un difensore interviene in area su Bremner, ma Burns fa cenno di continuare; non si saprà mai se la polemica di metà settimana abbia effettivamente dato i suoi frutti, fatto sta che il capitano del Leeds non sembra il solito Bremner, manca di verve e cattiveria. Al minuto trentuno, dopo una serie di occasioni fallite dallo United, il destino si accanisce ulteriormente su Don e i suoi. I soliti dossier prepartita che Revie ha fatto imparare a memoria alla squadra segnalano in rosso sui calci piazzati il centrale di difesa Dave Watson; sette reti in sessantaquattro presenze con la Nazionale a partire dal 1974 daranno ragione al manager del Leeds, ma in questo caso l’ossessiva preparazione della partita gli si ritorce contro. Tre difensori dello United coprono Watson su un calcio d’angolo, lasciando così libero Porterfield di stoppare un pallone che si impenna in area di rigore e scagliarlo in rete.

Con altri sessanta minuti da giocare, la partita sarebbe comunque ancora in bilico, ma lo United è distrutto e non riesce a esprimere il suo calcio; quando le squadre rientrano in campo dopo l’intervallo, Peter Lorimer è l’unico calciatore vestito di bianco a non guardare sconsolatamente il terreno. Ed è proprio sui suoi piedi che arriva il pallone che potrebbe cambiare la storia di questa finale: su un cross di Reaney, Cherry colpisce di testa in tuffo e il portiere del Sunderland devia il tiro come può. Il pallone termina sui piedi dello scozzese, che colpisce a botta sicura; talmente sicura che anche David Coleman, commentatore della BBC, dichiara “e Lorimer realizza l’uno a uno!”. Ma né lui né tanto meno Peter hanno fatto i conti con Jimmy Montgomery, che si esibisce in una delle migliori parate in due tempi di sempre, deviando il tiro del numero sette del Leeds sulla traversa con un miracoloso colpo di reni. In quel preciso istante, Don e i suoi capiscono che non c’è nulla da fare; tra lo giubilo di almeno ottantamila sui centomila tifosi presenti, il miracolo si compie ed il Sunderland porta a casa la Coppa. Davide ha battuto Golia. Lo shock per il Leeds è enorme, ma lo è ancora di più per il manager; forse, pensa Revie, siamo giunti alla fine del ciclo. Forse è arrivata l’ora di cambiare aria. Ed è probabilmente per questo motivo che, a meno di quarantotto ore dalla finale di Salonicco, Don è a Liverpool, seduto nel salotto di John Moores, presidente dell’Everton.

Cosa spinga esattamente Don a considerare l’offerta del club di Goodison Park con una partita così importante ancora da giocare, non è chiaro. Forse semplici motivazioni economiche, forse qualche frizione con l’ambiente, o un astio per quei tifosi che, nonostante un decennio ad altissimo livello, faticano a riempire uno stadio di medie dimensioni come Elland Road. Fatto sta che qualcuno avvista Revie nei dintorni di Liverpool e allerta la stampa. Il giorno dopo, la situazione è pessima: al Leeds oltre allo squalificato Clarke mancano anche Bremner e Giles per infortunio e la notizia del possibile addio del manager non lascia presagire nulla di buono. Di positivo c’è l’ambiente; i quarantamila dell’infuocato Kaftanzoglio Stadium di Salonicco sono tutti per i bianchi dello Yorkshire. Al contrario della finale di FA Cup, il Leeds stavolta è la squadra sfavorita; ma anche senza la pressione di Wembley, le cose si mettono male.

Lo United intuisce già al quarto minuto che potrebbe essere un’altra giornata storta: Chiarugi, imbeccato alla perfezione da Rivera, infila un rasoterra all’angolino su cui Harvey non può arrivare. La squadra di Revie però reagisce subito e impegna più volte Vecchi, sospinta dal tifo incessante dei tifosi ellenici. A conti fatti, l’unico greco che si schiera contro il club inglese è proprio quello che dovrebbe essere imparziale: Christos Michas si guadagna infatti un posto speciale nella Hall of Fame dei peggiori arbitri di una finale europea. A metà primo tempo non vede (o finge di non vedere) un netto fallo in area di rigore su Jones e anche nella ripresa decide di non decretare la massima punizione in due episodi abbastanza dubbi nei sedici metri milanisti. Nel frattempo Vecchi è in ottima forma e si oppone agli assalti dello United, che, scoraggiato, comincia a metterla un po’ troppo sul fisico. A un minuto dalla fine Michas espelle Hunter e Sogliano per reciproche scorrettezze e, tra le protesti dei presenti, il Milan si aggiudica la coppa. In patria lo sdegno è pressoché unanime, anche perché giusto un mese prima lo stesso trattamento era stato riservato al Derby di Clough, che nella semifinale di andata di Coppa Campioni contro la Juventus è vittima di un arbitraggio “scientifico”, volto a squalificare i diffidati di Rams per la partita di ritorno. Brian la prende male, al punto di cacciare i reporter italiani dallo spogliatoio gridando “No cheating bastards do I talk to”, “non parlo con dei ladri bastardi”, accusando la Juventus di aver corrotto l’arbitro. Revie non si lascia invece coinvolgere dalle polemiche, anche se ne avrebbe motivo: Michas verrà in seguito radiato per aver truccato delle partite, ma una sua eventuale volontà di falsare la finale di Coppa Coppe non sarà mai dimostrata.

Nell’estate 1973, quindi, a Leeds non si aspetta altro che la notizia dell’addio di Don; i contatti con l’Everton continuano, e stavolta alla luce del sole. Ma Revie lascia tutti di stucco, telefonando in sede durante le vacanze e auto-confermandosi alla guida dello United. C’è chi insinua che il dietrofront sia dovuto a una nuova legge sui salari che impedirebbe all’Everton di pagare Don quanto vorrebbe, chi invece sostiene che le due delusioni della stagione precedente abbiano fatto scattare nel manager la voglia di prendersi qualche rivincita. Qualsiasi sia il motivo, Revie entra negli spogliatoi alla ripresa degli allenamenti con in testa un’idea abbastanza malsana. “Abbiamo già vinto una volta il campionato, è vero. Ma pensate di essere in grado di ripetervi, magari rimanendo imbattuti?”. I calciatori lo guardano sbigottiti, ma si rendono conto che, in effetti, non è un’impresa del tutto impossibile. Alla fine lo sarà, perchè il Leeds in primavera perde tre match consecutivi, ma nonostante ciò i ragazzi di Don portano a casa per la seconda volta la First Division, davanti ai campioni uscenti del Liverpool. Inoltre a ottobre la stagione ha preso per Revie un gusto ancora più dolce; dopo una serie di scontri con la dirigenza, il suo acerrimo rivale Clough abbandona il Derby County e un mese dopo scende addirittura in Third Division, facendosi sedurre dai soldi dell’ambizioso Brighton. La stagione 1973/74 rappresenta quindi l’apoteosi per la “famiglia Leeds”; la squadra, nonostante l’età di alcuni grandi interpreti avanzi, sembra avere ottime fondamenta. Don è ancora saldamente al comando, si è preso la sua rivincita e ha tutte le carte in regola per lanciare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

Il 1974, però, è la fine di un’era e rimarrà negli almanacchi del calcio ingelse come l’anno dei grandi addii: Bill Shankly lascia i Reds nelle sicure mani di Bob Paisley e a inizio anno anche Sir Alf Ramsey si dimette dalla guida della nazionale di Sua Maestà dopo la mancata qualificazione alla Coppa del Mondo in Germania Ovest. In una burrascosa riunione, qualcuno fa il nome di Revie per sostituire Sir Alf; nonostante i veti interni, l’offerta viene recapitata al manager del Leeds. In questo caso Don non può davvero dire di no e accetta di sedersi sulla panchina dell’Inghilterra dopo il breve interregno di Joe Mercer. La decisione è sofferta, ma semplice; Revie e la società sono certi che lo United abbia ormai costruito solide fondamenta per proseguire ad alti livelli. Il Don saluta i suoi ragazzi e tutti i i membri dello staff, fino all’ultima delle lavandaie, lasciando un buon numero di raccomandazioni; la prima, e la più importante, sul suo successore. Per garantire continuità, è necessario che prenda le redini uno dei ragazzi di Revie: la scelta di Don cade su Johnny Giles, nella convinzione che l’irlandese, ormai trentaquattrenne, sia in grado di fare il salto dal campo all’ufficio del manager.

Ma come nelle migliori famiglie, l’eredità causa parecchi grattacapi. Ad alzare la voce è niente meno che il capitano; anche Billy Bremner vuole essere preso in considerazione per il ruolo di allenatore-giocatore ed esprime la sua autocandidatura alla dirigenza. Ritrovatisi improvvisamente tra l’incudine e il martello, Manny Cussin e soci optano per una decisione che ha dell’assurdo: a prendere il posto di Don Revie sarà Brian Clough, che si libera dagli obblighi contrattuali con il Brighton per sedersi sulla panchina dei campioni d’Inghilterra, stavolta senza il fondamentale ausilio di Peter Taylor. I successivi quarantaquattro giorni sono un delirio, che David Peace racconta magistralmente nel suo romanzo “The Damned United”. L’effetto è quello di un trapianto mal riuscito, con una potentissima crisi di rigetto; Clough passa ogni secondo del suo tempo a distruggere, figurativamente e non, ogni singolo lascito di Don, dalle uscite di gruppo ai dossier, dalle metodologie di allenamento fino addirittura alla scrivania nell’ufficio di Elland Road. La squadra, ovviamente, si ammutina fin dal primo giorno ed i risultati sono evidenti già nel match di Charity Shield contro il Liverpool. La partita è bruttissima, ma rimane negli annali per ben due motivi: il primo è l’esordio in Inghilterra dei calci di rigore per decidere l’assegnazione di un trofeo, che andrà al Liverpool. Il secondo è la rissa tra Bremner e Keegan, che lasciano il campo dopo un doppio cartellino rosso per reciproche scorrettezze togliendosi le maglie e gettandole in terra. La federazione è shockata dal comportamento dei due calciatori e commina a entrambi otto giornate di squalifica; la decisione di Clough di non difendere il suo captano facendo ricorso si rivela fatale. I calciatori non lo seguono, ottengono una sola striminzita vittoria in sette partite e alla fine convincono la dirigenza a esonerare Brian, che lascia lo Yorkshire con un pessimo ricordo ma con una buonuscita faraonica.

Sembrerebbe la fine di questa storia: c’è tempo però per un ultimo canto del cigno. A guidare il Leeds arriva Jimmy Arnfield, campione del mondo del 1966, che con saggezza decide di lasciare ai calciatori una sorta di autogestione basata sulle vecchie abitudini. In campionato non c’è spazio per una rimonta e la First Division 1974/75 va al Derby di Dave Mackay, che nell’ottobre 1973 aveva sostituito proprio Clough. In Europa però nulla è stato compromesso e gli ormai ex ragazzi di Don sono protagonisti di una cavalcata trionfale, che li porta alla finale di Coppa dei Campioni contro il Bayern di Kaiser Franz Beckenbauer dopo aver eliminato in semifinale il Barcellona di Cruijff. Ma come dice un adagio britannico, le vecchie abitudini sono dure a morire e l’ormai atavica propensione del Leeds a cadere a un passo dal traguardo si ripresenta anche al Parco dei Principi. E, tanto, per non farsi mancare nulla, c’è anche l’altrettanto classico arbitro incompetente: il francese Michel Kitabdjian annulla una rete regolarissima a Lorimer e non concede un solare calcio di rigore per un intervento falloso di Beckenbauer su Clarke. Nella sua autobiografia, lo stesso Kaiser Franz non riesce a capacitarsi di come il fischietto transalpino possa aver sorvolato su un fallo così netto, ma un regalo è pur sempre un regalo e a caval donato non si guarda in bocca. Il match, iniziato dal Leeds con un’entrata assassina su Andersson, si incattivisce ulteriormente e anche Hoeneß è costretto a uscire dal terreno di gioco. E siccome stiamo pur sempre parlando dello United, basta una disattenzione al settantesimo minuto per permettere a Roth di portare in vantaggio il Bayern, che raddoppia tredici minuti più tardi con l’implacabile Gerd Muller e alza per la seconda volta consecutiva la Coppa dalle grandi orecchie.

Per il Leeds di Revie questi sono davvero i titoli di coda. La solita reazione scomposta (seppur giustificata) in Eurovisione dei tifosi inglesi porta a una squalifica dalle coppe europee per tre anni, I veterani, uno dopo l’altro, salutano lo United o il calcio giocato, i giovani restano, ma non ottengono risultati degni di nota. Nel frattempo, il Nottingham Forest di Brian Clough comincia una rapida ascesa che porterà il club delle Midlands alla vittoria della First Division e a ben due Coppe dei Campioni consecutive.

Lo stesso Don non ha vita facile sulla panchina dell’Inghilterra; i suoi metodi sono ottimi per una squadra di club, ma non funzionano con un gruppo variegato di calciatori che si ritrova assieme cinque volte l’anno per pochi giorni. Fallite le qualificazioni a Euro ’76 e Argentina ’78, Revie abbandonerà la panchina della nazionale per accasarsi negli Emirati Arabi Uniti, ricevendo anche una squalifica decennale dalla Federazione per aver trattato con gli arabi quando era ancora sotto contratto. Negli anni successivi viene spesso accusato di aver tentato di comprare match importanti, tra cui la famosa partita con i Wolves del 1972; sarà sempre assolto, ma non riuscirà mai a togliersi di dosso l’infamante nomea.

E non è tutto. Nel 1986 a Revie viene diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica; Don lotta con tutte le sue forze e la sua ultima apparizione pubblica è proprio a Elland Road, circondato dai suoi ragazzi, in occasione di un match di beneficenza per raccogliere fondi destinati alla lotta alla SLA. Donald George Revie muore a Edimburgo il 26 maggio 1989, nel giorno in cui l’Arsenal soffia al Liverpool il titolo all’ultimo minuto, in un match reso immortale dal romanzo di Nick Hornby “Febbre a 90°”. Fa però in tempo ad assistere all’inizio della rinascita del suo Leeds. Dopo anni bui, sotto la guida di Howard Wilkinson e con un altro capitano scozzese, Gordon Strachan, i bianchi tornano in First Division e nella stagione 1991/92 riporteranno il titolo nello Yorkshire dopo più di quindici anni. A portarli all’impresa è un calciatore francese dal carattere non semplice, ma capace di colpi di genio impensabili per chiunque altro. Uno che, a dirla tutta, sarebbe andato molto a genio a Don; non per niente, King Eric da Marsiglia è brutto, sporco, cattivo, ma vincente. Proprio come il vecchio “Dirty Leeds”.

*THE END*

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