Ho letto troppe stupidaggini negli articoli, generati con quel claustrofobico metodo di considerare le agenzie di stampa fonte di verità rivelata e inappuntabile, sulla morte della 19enne Fatima Jawara, già atleta della selezione femminile Under 17 di calcio del Gambia, deceduta nelle acque del Mediterraneo mentre tentava di raggiungere le nostre coste dalla Libia a bordo di un barcone. Il solo definirla “portiera”, come se si parlasse di un’automobile, mette i brividi.

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Fatima semmai era “il portiere” della nazionale femminile, la terza scelta alla coppa del mondo di Bacu nel 2012. Questo aspetto però è l’antipasto di un buffet cannibalico costruito attorno alle menzogne. Nelle note ufficiali delle agenzie si cade nel tranello di raccogliere le testimonianze commosse di governo e federazione del Gambia, che a quelle latitudini spesso sono esattamente la stessa cosa. Il portavoce della federcalcio, tal Bakary Baldeh, ha detto che Fatima “è annegata in acque libiche il mese scorso. Crediamo che sia sepolta in Libia. Siamo davvero commossi da questa storia”. La coordinatrice della nazionale Siney Sissoko, aggiunge: “Abbiamo perso un’atleta con molto talento“, e il ministro dello sport Alieu Jammeh chiosa: “E’ una tragedia che ci spezza il cuore“.

Tutte frasi che trasudano ipocrisia. Fatima ha lasciato il Gambia proprio per colpa di quelle persone che oggi si strappano le vesti e piangono disperate. C’è davvero scarsa documentazione attorno alla morte di Fatima. “Esiste una strategia per costringere i disperati del mio Paese a fuggire e a riversarsi nel Mediterraneo, creando problemi di stabilità a nazioni come l’Italia“, mi aveva raccontato in un’intervista a Dakar nel novembre del 2014, Solo Sandeng, segretario del movimento United Democratic. Il 12 aprile di quest’anno è stato arrestato e quattro giorni dopo è deceduto in seguito a un feroce pestaggio.

Le rivelazioni di Sandeng trovano conferma nei dati dell’immigrazione verso l’Italia: dal 2014 a oggi sono arrivati 16mila rifugiati dal Gambia, che di abitanti ne ha poco più di un milione. Il delirio che si vive è perpetrato dal presidente Yahya Jammeh, l’uomo che guida ormai da 22 anni, e dopo un colpo di stato, il minuscolo paese incastonato nel Senegal. Non è un mistero che Jammeh abbia rapporti stretti con i leader di Boko Haram e con quelli di Isis e che per rafforzare la fratellanza con la jihad abbia trasformato il Gambia in una repubblica islamica di stampo wahabista.

Jammeh ha abolito per decreto la lingua inglese, sostituendola con l’arabo, favorendo l’apertura di stanze di tortura per gli oppositori nella capitale Banjul. “Vuole costringere gli abitanti alla fuga, creare caos in Europa – avverte Alieu John Danso, giornalista originario del Gambia emigrato da 5 anni a Denver, negli Usa – abbiamo inviato al tribunale dell’Aja una documentazione di tutti i crimini perpetrati da Jammeh. Aspettiamo che anche le Nazioni Unite prendano posizione. Si parla tanto di Califfato Islamico, ma in pochi sanno che il Gambia è la prima nazione a vocazione jihadista riconosciuta dagli organismi internazionali“.

Nel suo rapporto annuale del 2014 anche Amnesty International ha denunciato la repressione del dissenso, che prevede il carcere anche per chi critica presidente e governo persino su Internet. La fuga e la morte di Fatima, la ragazza che sognava di diventare il portiere più forte dell’Africa, e che si ispirava alla leggenda nigeriana Precious Dede, è figlia di tutto questo. E per concludere: è “il Gambia”, non “la Gambia”.

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