“Abbiamo vinto meritatamente, ce l’abbiamo fatta giocando a calcio. Puro, bello, calcio fantasioso”.

(Jock Stein, allenatore dei Lisbon Lions)

Quando viene posta la domanda: “Conosci i Lisbon Lions?” qualcuno potrebbe pensare al Benfica di Guttmann, Eusebio e Coluna. Ebbene no, i “Lisbon Lions” provengono da tutt’altra parte, ovvero da Glasgow, o più precisamente Parkhead, la zona dello stadio.  Il club è uno dei più importanti a livello mondiale. Fu fondato nel 1887 nella Chiesa cattolica di Santa Maria ad East Rose Street dal religioso Fratello Walfrid per raccogliere fondi in favore degli immigrati irlandesi giunti in Scozia dopo la Grande Carestia, seguendo l’esempio dell’Hibernian. Il nome Celtic fu scelto per richiamare le radici storico-culturali di natura celtica delle popolazioni scozzesi e irlandesi. Il soprannome ufficiale della formazione invece, Bhoys, deriverebbe dall’usanza di molta gente di chiamare i calciatori dei primi anni della squadra bianco-verde bold boys (“ragazzi audaci”). Il derby fra i cattolici e i protestanti dei Rangers rappresenta una delle più accese rivalità sportive di sempre. E fu proprio contro gli acerrimi rivali la loro prima partita su un campo di calcio (tra l’altro costruito dai tifosi stessi), nel 1888, dove in un’amichevole sconfissero i “Gers” per 5 a 2, con Neil McCallum a siglare il primo goal storico. Col nuovo secolo iniziano ad arrivare i primi trofei, anche quelli internazionali come la British League Cup del 1902, dove sconfissero prima il Sunderland vicecampione d’Inghilterra, poi, in una finale tutta scozzese, i Rangers, che avevano precedentemente battuto l’Everton, campione d’Inghilterra. Non meno importante, il confronto con gli inglesi del Burnley detentore della coppa nazionale, che si tenne a Budapest, nello stadio del Ferencváros, il 21 maggio 1914. Questa data verrà ricordata come la prima trasferta dei Bhoys oltre i confini britannici.  In ambito nazionale la storia è sempre stata la stessa, come conferma l’alternarsi di filotti consecutivi di vittorie. A inizio 900 prevalgono i bianco-verdi, mentre il periodo delle due guerre è a sfondo azzurro, seppur nel Celtic brilli la stella di Jimmy McGrory, capace di mettere a segno in una stagione ben 50 reti, record ancora attuale.

Proprio con McGrory alla guida Glasgow tornerà a respirare l’aria Europea. Nel 1951 vince prima la St.Mungo Cup, con una rimonta pazzesca ai danni dell’Aberdeen, avanti 2 a 0 e rimontato 3 a 2 grazie alla doppietta di Fallon e al goal di Jimmy Walsh. Il tutto in un Hampden Park gremito da 82000 spettatori. Nel 1953 invece la squadra partecipa ad un torneo particolare, la Coronations Cup, istituito eccezionalmente per l’incoronazione della regina Elisabetta II del Regno Unito. Il fatto curioso fu che il Celtic non avrebbe dovuto partecipare a questa competizione, in quanto non era riuscita a classificarsi tra le prime quattro posizioni al termine dell’ultimo campionato. Tuttavia, gli organizzatori dell’evento decisero di invitare ugualmente la compagine bianco-verde, per via del grosso seguito di pubblico che avrebbe portato all’evento. E le aspettative non furono deluse. Già al primo turno la sorpresa, dove ad essere sconfitta è l’Arsenal grazie al goal di Bobby Collins. In semifinale a farne le spese è il Manchester United, grazie ai goal di Peacock e Mochan. La finale è un mezzo derby, contro l’Hibernian che aveva sconfitto Tottenham e Newcastle e che davanti a 117000 spettatori, sempre ad Hampden Park (tutti gli incontri furono disputati a Glasgow, non potendo in quel periodo usufruire di nessun impianto a Londra), viene sconfitto per 2 a 0 grazie ai goal di Mochan e Walsh. Il Celtic si aggiudica quindi il titolo di “Unofficial British Champions”. La stagione seguente è segnata inoltre dal ritorno alla vittoria del titolo, che mancava dal 1938. L’ultimo trofeo di McGrory arriva nel 1957, quando nella finale della Coppa di Lega Scozzese (vinta per la prima volta l’anno prima), in una partita rocambolesca sconfigge i Rangers per 7 a 1. Punteggio che per una finale di coppa nazionale britannica rimane ancora oggi insuperato. Secondo alcuni questa può essere la prima volta in cui si sia sentito il coro “You’ll never walk alone”, oltre ad essere celebrata ancora oggi dai sostenitori bianco-verdi con il coro Hampden in the sun, sulle note della canzone Island in the Sun.

Questo è l’ultimo trofeo dell’era McGrory, perché bisognerà aspettare l’arrivo di Jock Stein, che segnerà e non poco il destino del club. Per Jock, all’anagrafe John, oltre ad essere autore di uno dei migliori aforismi sul calcio (“Football is Nothing Without Fans”), “Le maglie del Celtic non sono per le seconde scelte. Non si ritirano per star bene a giocatori inferiori”. Militò come giocatore per gli scozzesi, con cui vinse anche un Double nel 1954 (campionato e coppa), ritirandosi l’anno successivo a causa di un infortunio. Come allenatore il palmares dice ben altro. Dopo la gavetta nelle giovanili del Celtic e gli anni di formazione nel Dunfermline e nell’Hibernian tra il 1956 e il 1964, nel 1965 torna nel club come allenatore della prima squadra, dove l’impatto è devastante. Era l’uomo giusto al momento giusto, fautore di un calcio che preannuncia il calcio totale esploso alcuni anni dopo con l’Ajax di Rinus Michels. Stein voleva uno stile di gioco offensivo e aggressivo e non esitò a cambiare ruolo o posizione ad alcuni suoi giocatori. La sua filosofia era fondata sul duro lavoro, la disciplina e il rispetto. Fa sue inoltre le armi tipiche del gioco britannico: aggressività, furore agonistico, mischie e lunghi lanci o cross dalle fasce a cercare le torri in area. Combinate con l’alto tasso tecnico di giocatori come Johnstone, Chalmers, Gemmell e Lennox. Il primo trofeo fu la Coppa di Scozia del 1965, vinta per 3 a 2 contro il Dunfermline. Da lì in poi solo vittorie: nel periodo che va dal 1966 al 1978 vinse ben 10 titoli nazionali (di cui 9 consecutivi, dal 1966 al 1974), 8 Coppe di Scozia e 6 Coppe di Lega Scozzese (di cui 5 consecutive, dal 1966 al 1970).  Le esperienze europee nella Coppa delle Fiere del 62/63 e nella Coppa delle Coppe 63/64 e 64/65, dove arrivarono in semifinale, funsero da preparazione all’appuntamento più importante, che avrebbe cambiato la loro storia, il 1967.

Il 1967 è indubbiamente l’anno del Celtic. In Scozia domina incontrastata vincendo Campionato, Coppa di Scozia e Coppa di Lega Scozzese e Glasgow Cup. Ma i trionfi scozzesi di quell’anno non si fermarono lì, perché a questi si aggiunge il clamoroso successo nella Coppa Campioni. Mercoledì 28 settembre 1966 al Celtic Park il Celtic esordì in Coppa Campioni contro lo Zurigo vincendo 2-0, confermandosi nel ritorno in Svizzera dove gli scozzesi vinsero 3-0 (mattatore dei due match fu il terzino sinistro Gemmel autore di tre delle 5 reti dei bhoys). Gli ottavi di finale, contro i francesi del Nantes, furono agevolmente superati vincendo 3-1 entrambi gli incontri. Il 1° marzo ‘67 il Celtic affronta nei quarti il Vojvodina che nel turno precedente aveva eliminato i campioni di Spagna dell’Atletico Madrid. L’andata in Jugoslavia fece segnare la prima sconfitta per i biancoverdi, che persero 1-0, ma la settimana dopo, spinti dal tifo amico del Celtic Park i biancoverdi vinsero 2-0, grazie ai gol del solito Chalmers al quarto centro e del capitano McNeil. L’ultimo scoglio prima della finale si chiama Dukla Praga, ma il 3 a 1 dell’andata grazie ai goal di Johnstone e la doppietta di William Wallace, e lo 0 a 0 inconsueto di Praga, sancirono la prima finale storica della loro carriera, che avrebbero disputato a Lisbona contro l’Inter. La squadra di Milano veniva da due Coppe dei Campioni consecutive, tre Scudetti, e le prime due Coppe Intercontinentali mai vinte da una squadra italiana. Un gruppo solido, da capitan Picchi in poi, unico ed irripetibile, guidati tra l’altro dal maestro Helenio Herrera. Il cammino dei nerazzurri di quell’anno in Coppa subì alti e bassi. Ai quarti di finale, avevano inflitto un complessivo 5-0 ai campioni d’Europa in carica del Real Madrid (che aveva battuto proprio l’Inter in semifinale), un risultato che aveva del clamoroso. In semifinale l’Inter faticò e non poco contro i bulgari del CSKA Sofia, con cui aveva pareggiato 1-1 entrambe le sfide ed era dunque stato necessario lo spareggio concluso con una vittoria di misura dei nerazzurri.

La finale si disputa il 25 maggio allo stadio nazionale di Jamor a Lisbona. Nonostante le assenze di Suarez e Jair, l’Inter va in vantaggio con un rigore di Mazzola. Ma gli scozzesi sono gente dura, abituata alle intemperie e alle avversità. Non hanno mollato quando gli inglesi sono entrati a casa loro, figuriamoci se a fermarli è un rigore. Gemmell pareggia a metà ripresa, mentre Chalmers, a pochi minuti dalla fine, completa la rimonta. E’ tripudio, McNeill con il suo numero 5 verde stampato sui pantaloncini alza la Coppa dalle grandi orecchie sulle grigie gradinate dell’Estádio Nacional. Il Celtic è la prima squadra britannica a vincere la Coppa dei Campioni, e per la prima volta il trofeo lascia i paesi mediterranei per accasarsi nella fredda Scozia. Gli 11 scozzesi passeranno alla storia come “Lisbon Lions”, grazie al grande agonismo e alla loro voglia di lottare. Stein diventa invece il primo allenatore della storia a centrare il “treble” che poi a ottobre divenne il “quadruble” con la vittoria nella Coppa di Lega scozzese. A sancire quell’anno di trionfi ci fu anche un riconoscimento di assoluto prestigio: in quell’estate si celebrò il ritiro dal calcio di Alfredo Di Stefano e, nell’amichevole di addio il Real Madrid invitò proprio i “Lisbon Lions” che grazie a un gol di Lennox si aggiudicarono l’incontro. Per i media va aggiunto invece il prestigioso “BBC Sports Personality Team of the Year Award”, che la squadra, nella persona di Stein, ricevette nel corso di una cerimonia televisiva dalle mani del celebre allenatore Matt Busby, maestro di cerimonie per l’occasione e campione d’Europa l’anno seguente con il Manchester United. In quella che i tifosi scozzesi definiscono “A season in the sun”.

Ma la finale di Coppa Campioni non fu vista solamente come Davide contro Golia. Quella partita fu la definitiva consacrazione di giocatori del calibro di Bobby Lennox, Bobby Murdoch e Jimmy “Jinky” Johnstone, bandiere del club e tra i più acclamati giocatori della storia della squadra. Ma non furono i soli, perché il romanticismo della squadra stava nel suo collettivo, giocatori provenienti tutti da Glasgow e dintorni. Fu anche per questo, ma non solo, che la gradinata est dello stadio Celtic Park è dedicata proprio ai Lisbon Lions, mentre quella occidentale a Jock Stein. Simpson in porta, Jim Craig e Tommy Gemmel sulle fasce veloci precisi nei cross, perfetti per il gioco di Stein, Clark e il capitano McNeill completavano il reparto offensivo. Quindi Auld, Murdoch, Johnstone, Lennox, Wallace e Chalmers, pronti a spezzare il dominio delle squadre sudeuropee. Figli della “Working Class” scozzese che hanno cambiato la storia, e che se presi singolarmente sono ragazzi normali, forse nemmeno tanto bravi con il pallone tra i piedi, ma che quando giocano insieme diventano indomabili.

La sconfitta con il Racing Club nella Coppa Intercontinentale rappresentò solamente la mancata perfezione di quell’anno. Negli anni a seguire sfiorerà altre volte la vittoria in campo europeo, come la sconfitta in finale di Coppa Campioni nel 1970 contro il Feyenoord, o la finale di Coppa Uefa del 2003 persa contro il Porto di Josè Mourinho. Ma il 1967 del Celtic resta ad ogni modo un modello di riferimento per gli appassionati di questo sport, una squadra scalfita negli annali del calcio. Il Celtic dei 9 titoli consecutivi, della vittoria in ogni competizione iscritta. Oltre ad essere ancora oggi l’unica squadra scozzese ad aver vinto la massima competizione europea, potremmo definirla il padre della cosiddetta “cantera” vincente, di giocatori dal solido attaccamento alla maglia, fattore che solo poche squadre si possono permettere.

di Marco Ventimiglia

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