Per Jan Jongbloed il problema non è mai stato nel far vivere o morire il suo personaggio, ma nel riciclarlo professionalmente. Tabaccaio, portiere della nazionale olandese, pescatore provetto e molto altro ancora. Il suo chiodo fisso resta però la Coppa del Mondo, perché lui di finali mondiali ne ha disputate un paio e le ha perse entrambe. Tra i pali non è mai stato un fenomeno e nella grande Olanda di Cruyff ci giocava solo perché Rinus Michels non sopportava la presunzione di Jan van Beveren, lui sì portiere di valore mondiale. A distanza di oltre quarant’anni, nonno Jongbloed (a novembre spegnerà 76 candeline) è ancora sulla cresta dell’onda, forse non quelle di Acapulco. Ha smesso di allenare le giovanili del Vitesse, ma per la formazione della città fluviale di Arnhem si adopera, quando ne ha voglia, come osservatore o scout.

Una curiosità ce la deve togliere all’istante, perché quella maglia numero 8?

“Semplice, da ragazzino giocavo a centrocampo e non avevo alcuna voglia di fare il portiere. Tra i pali ci sono finito per caso. L’8 era per ricordare le mie origini. Non sono comunque l’unico portiere ad aver avuto un numero insolito. L’argentino Fillol giocava col 5”.

Perché ha scelto di vivere un’intera carriera da dilettante?

“Non ero tagliato per il professionismo. Mi piaceva tantissimo stare dietro a un bancone e incontrare gente, e non avrei mai rinunciato alla pesca. Un hobby che si coltiva nel fine settimana, incompatibile quindi con le partite di pallone. Tutto il resto che è stato scritto sul mio conto al massimo ha alimentato sprazzi di leggenda che non mi appartiene”.

Eppure certe sue scelte di vita, antitetiche col pallone, non le hanno impedito di diventare il portiere della grande Olanda. 

“Michels mi stimava, e vivendo il calcio con semplicità riuscivo a trasmettere serenità ai compagni di squadra. Non sapevo cosa fosse lo stress, ma questo non mi ha impedito di essere colpito da un infarto. Lo devo purtroppo alle troppe sigarette”.

Parliamo di calcio giocato. Due finali perse, però sempre contro i padroni di casa.

“E’ un peccato averle perse, ma un merito esserci arrivati. Non è da tutti. E la seconda volta Cruyff ci aveva salutati da un pezzo. Anche Michels… In entrambi i casi non ne ho certo fatto una malattia. Nella mia vita ho perso cose più importanti. Mio figlio Erik fu ucciso da un fulmine”.

Quella terribile disgrazia ha cambiato il suo modo di vivere?

“Il ricordo ha preso il posto del dolore. Ho la fortuna di essere circondato dall’affetto di mia figlia, dei miei nipotini e della mia compagna. Resta un vuoto, ma Jongbloed è identico, forse un po’ più brontolone”.

Con Van Breukelen l’Olanda ha messo in bacheca un Europeo nel 1988. Da quel momento si sono alternati validi interpreti, da Van der Sar a Stekelenburg, oggi Cillessen e l’estemporaneo Krul. Esiste un erede di

Jongbloed?

“No, io ero davvero unico, anche e soprattutto nei miei limiti… Stekelenburg mi è piaciuto molto in Sudafrica, Cillessen invece ha poco spazio nel Barcellona ed è un vero peccato. E’ all’altezza di ter Stegen. Se dovessi premiare un portiere olandese direi Van der Sar, per la prestigiosa carriera”.

In Italia, dopo Buffon, il vuoto?

“Se ho giocato io fino a 46 anni, Buffon può arrivare a 50, con la Juventus e negli azzurri. Non direi il vuoto, il ragazzino del Milan (Donnarumma, ndr) mi piace moltissimo”

Completi lei la frase: il portiere più forte del mondo è…

“L’ho detto appena sopra… poi metto Courtois davanti a Neuer”

Prima dei titoli di coda le domando, il gol di Gerd Mueller nella finale del 1974 era imparabile o fu un suo errore?

“In molti sostengono che io abbia sbagliato qualcosa. Lo chieda ai portieri più bravi. Per me quel pallone era imprendibile. Tutto qui”.

jng


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