Ha conservato il numero 10, quello che viene assegnato a coloro che sono chiamati ad alimentare una qualsiasi speranza laica. Non ha però conservato la maglia da titolare James Rodriguez, il cafeteros più cafeteros del calcio mondiale. Zidane gli preferisce, in questa fase con tutti i crismi della legittimità, il chaval Marco Asensio, soldatino diligente che mette a disposizione sacrificio, piedi educati e disciplina.  La partita più importante per James è in calendario comunque il 2 ottobre. Nulla a che vedere con l’Eibar e con la settima giornata della Liga.

In Colombia si va alle urne per un referendum epocale, e un’intera nazione ha bisogno di capire come si schiera l’idolo degli idoli, persino più di Shakira, Higuita (caduto in disgrazia) e del trionfatore della Vuelta Nairo Quintana.  Riavvolgere il nastro è propedeutico: il 2 ottobre il popolo è chiamato ad accettare o meno l’accordo di pace sottoscritto nelle scorse settimane tra il governo e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, le Farc. Se dovesse vincere il “no” quattro anni di negoziati finirebbero nella spazzatura, riportando il Paese nel caos e favorendo una spaventosa recrudescenza di omicidi e sequestri che proseguono ormai da 52 anni. Il “sì” cambierebbe il corso della storia, ma ha possibilità di vittoria non del tutto concrete.

Il leader populista Alvaro Uribe spinge ad esempio per una lotta armata senza esclusione di colpi, facendo della Colombia una terra di ferite e cicatrici degna dell’eterno martirio tra Israele e Palestina. Nonostante lo scenario apocalittico, Uribe parla alla pancia di chi domanda “venganza” e rastrella consensi. Il presidente Juan Manuel Santos conta parecchio su un “sì” referendario pronunciato da James, riconoscendo nel fantasista merengues l’abilità nello smuovere la coscienza del Paese. Sarebbe il suo gol più bello. Di quelli che vanno a segno persino dalla panchina, e senza l’autorizzazione di Zidane.



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